È un Wesley Eisold diverso, più maturo (ma verrebbe da dire più sgamato), quello che abbiamo contattato in occasione dell’uscita del nuovo album Cherish The Light Years. Solo un paio di anni fa, il trentaduenne agitatore culturale della New York più underground, era un ex punk prestato all’elettronica DIY; con i Cold Cave si ispirava ai primi, minimali esperimenti synth pop, mentre la sua misantropia andava di pari passo ad un suono algido e alieno. Oggi i Cold Cave sembrano ben più di uno dei tanti progetti estemporanei. L’uscita dell’album ha coinciso con una voglia di assaporare il responso di nuove platee e di lasciarsi andare ai riti del pop, senza tuttavia tradire l’impronta artsy originaria.
Diciamo che gli aspetti che hai elencato per me erano importanti, ma il motivo era che non c’era altra scelta. Prima di allora non avevo mai scritto e registrato musica. Naturalmente apprezzo il minimalismo e penso che il lo-fi si adatti particolarmente a certe situazioni musicali. Le canzoni che ho scritto per quest’album, però, non avrebbero funzionato con quel tipo di sonorità; quando le ho scritte le immaginavo anthemiche e grandiose. La differenza è che il tempo è passato e non avevo intenzione di rimanere fermo al suono dell’album precedente.
Beh, avendo preso confidenza con tutto il mio equipaggiamento, è stato naturale iniziare a scrivere canzoni più strutturate. Quello che volevo fare era un disco pop che però suonasse ancora chiaramente Cold Cave. Sono molto contento del risultato. Ci sono voluti due anni per realizzarlo e sicuramente viaggiare nei quartieri in cui sono nato ha contribuito a darmi l’ispirazione giusta.
È vero, anche se tutto sommato quella canzone è un’eccezione all’interno dell’album. Per come la vedo io, c’è sempre stata emotività nella mia musica ma forse ora è venuta allo scoperto. Volevo che quella canzone fungesse da cerniera fra quello che ho fatto in passato e quello che sta per accadere. Essendo poi il primo estratto dall’album, volevo che fosse chiaro che le cose sono cambiate rispetto al passato.
Certamente quelle band per me sono importanti, ma non più di altre. Da Gary Numan agli Absolute Body Control, fino ai Sisters Of Mercy, sono cresciuto con questa musica ed è quella che ascolto ancora oggi. Tornando al discorso della voce, la musica elettronica, soprattutto quella dalle sonorità più fredde, ha sempre avuto parti vocali impassibili. Bisogna però essere molto naturali per suonare credibili.
In verità non sono interessato a qualcosa di simile. Sono più interessato a fare musica in cui credo, mantenendo una certa onestà intellettuale. Non so se ci sia spazio per questo. Personalmente sono attratto dagli aspetti più sperimentali della musica popolare. In fondo mi piace il conforto della familiarità ma adoro godere degli errori umani.
Quello che penso è che facciamo affidamento sulla tecnologia per esprimere quello che non si può dire o che non ci sentiamo sicuri di dire con quelle cose apparentemente insignificanti che sono il nostro cuore e il nostro cervello. In musica, ad esempio, non potremo mai fare a meno di sintetizzatori e chitarre.
A New York ci sono band interessanti ovunque, ma non sono sicuro di avere qualcosa in comune con qualcuna di esse. In generale non mi sento ispirato da band che hanno un suono simile al mio. Preferisco ispirarmi alla gente in cui credo, indipendentemente da quale sia il mezzo con cui scelgono di esprimersi.
Si, ma in questo momento sono più attento ad altre forme di espressione artistica, come certo design d’avanguardia per l’abbigliamento. In particolare c’è un designer italiano a cui sono molto legato, si chiama Maurizio Amadei.
Si, è così. Saremo in tour dalla fine di Marzo fino, almeno, a Settembre. È un ottimo momento, dopo molto tempo mi sento pronto ad uscire da New York. Per me, poi, non è mai stato un problema di piccole o grandi platee. Ho avuto esperienze positive e negative in entrambe le situazioni.
Continuo a scrivere e dirigere la band in prima persona. Poi, naturalmente, ci sono amici che suonano insieme a me, ma in generale l’input esterno è molto ridotto. L’intenzione, dal vivo, è di sembrare di più una band tradizionale. Fino all’anno scorso eravamo io, Dominick Fernow, Jennifer Clavin e un batterista. Ora abbiamo anche un chitarrista. L’aspetto visuale in realtà è cambiato molte volte da quando la band ha cominciato a suonare dal vivo.
Sto lavorando su alcuni libri ma i Cold Cave occupano la maggior parte del mio tempo. È la cosa che preferisco fare in questo momento.
Li considero più una scelta estetica, non un progetto o un lavoro. Meglio dire uno stile di vita.
Come dicevo saremo parecchio in tour nei prossimi mesi. Sto anche scrivendo e registrando nuovo materiale, in generale sto cercando di migliorare quello che ho fatto fino ad ora. Aspiro ad essere un esempio per le persone a cui è stato detto che non sono in grado di fare quello che desiderano. Il tempo che abbiamo è troppo prezioso per essere sprecato.
Scheda: Cold Cave
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