Nel caos esponenziale in cui la quotidianità s’è oramai infilata, ci sono alcune “tendenze” che hanno modo di venire a galla e dimostrarsi più solide dell’ennesima moda. Tra nuova onda della nuova onda della nuova onda, folk, ultra noise e quant’altro, abbiamo intravisto una vena facente capo al barbuto Stephen McBean, sfuggente e capace di stimolare riflessioni sull’infinito rapporto che la musica intrattiene coi propri innumerevoli ieri, nonché cifra ricorrente del decennio in corso. E’ un fatto incontrovertibile che, completato lo sviluppo a suon di terremoti, i panorami stilistici si sono da lì in seguito espansi tramite aggiustamenti più o meno grandi a seconda dei casi. Si partiva e si parte tuttora dal già detto per conferirgli forme il più possibile inaudite, talvolta riuscendoci e talaltra limitandosi a recitare da copisti, inventando insomma poco o nulla perché nulla in fondo si inventava da zero neppure all’epoca delle rivoluzioni. Qui il sospetto muta in certezza: mai stata “tabula rasa” la musica rock, piuttosto una magnifica meticcia per la quale accampare pretese di purezza non ha alcun senso, giacché significa sminuirla e non accorgersi che è la sintesi dell’esistente a risultare casomai fresca. Addentrandoci nel ventunesimo secolo, nondimeno, la disponibilità di un passato ancor più ricco e radicato da cui attingere ha finito per confondere definitivamente le carte, sparpagliarle lungo mille rivoli e nicchie innescando un processo senza ritorno. Tutti insieme e non proprio appassionatamente, i revival adesso non attendono più l’abituale scarto pressappoco ventennale; frattanto, chi continuava a sovrapporre e intersecare ha spinto i confini del canone di qualche metro in avanti, di nuovo. Alla fine ci siamo convinti: è predisposizione connaturata all’arte il morire ogni giorno e rinascere il successivo in una giostra di reincarnazioni formali e spirituali. Anche quelle che, sciaguratamente, appartengono a tempi bui da tempo consegnati alla pattumiera della Storia.
“La Black Mountain Army è un ombrello con cui siamo soliti descrivere la nostra famiglia allargata di amici, musicisti e artisti: Black Mountain, Pink Mountaintops e Jerk With A Bomb, più numerosi collaboratori che si occupano di musica, film, arti visive… L'obiettivo principale è solo esistere in modo da incoraggiarsi, sfidarsi e supportarsi reciprocamente in tutto ciò che facciamo." (Joshua Wells)
Il filone di cui ci occupiamo
ruota praticamente attorno al solo, succitato e iperattivo individuo, due al massimo se contiamo il suo braccio
destro Joshua Wells, cosa che piacevolmente evita di montare un’inesistente
“scena”. Al primo ascolto, le formazioni in cui operano questi artigiani paiono
rispolverare luoghi comuni di quel rock che - tra la fine Sessanta e primi
Settanta - abbandonava progressivamente le radici per viaggiare in spazi
interiori e non, concentrarsi sulle potenzialità del riff o darsi all’onanismo.
Da lì si deve dunque partire e c’è poco da stupirsi, poiché solo con
l’esplosione del grunge l’influenza
dei vituperati Black Sabbath (come, va
da sé, quella dei Led Zeppelin) è stata
compresa appieno; idem quando seguirono le elucubrazioni hardeliche griffate Motorpsycho e l’acida possanza dei Kyuss: fu il turno dei Blue Cheer e dei “tamarri” per antonomasiaGrand Funk Railroad, cui dobbiamo - più
nel male che nel bene - una fetta ampia dell’hard così come lo conoscevamo (amen se pochissimi si sono dati la briga
di richiamare in causa gli Jozefus o
decretare
Adesso, però, facciamo un passo indietro e partiamo da dove le cose hanno inizio. Il chitarrista e cantante Stephen McBean è attivo a Vancouver insieme al batterista Joshua Wells dalla fine degli anni ’90 con sigle ben poco suggestive come Jerk With A Bomb e One Easy Skag. Se questi ultimi non lasceranno tracce, Jerk With A Bomb rappresentano invece l’embrione oscuro del presente, portandone in spalla pregi e difetti tipici nel trio di lavori pubblicati, sfoggiando argomenti interessanti che necessitano comunque di focalizzazione. Death To False Metal (Seven Segment, 1999; 6.8/10), The Old Noise (Scratch, 2001; 7.3/10) e Pyrokinesis (Scratch, 2003; 7.0/10) offrono impennate e acusticherie, pianoforti western e batterie spazzolate, chitarre distorte in polverosi cinemascopeCrazy Horse e le corde vocali di Stephen, curiose ed agre parenti dei Jacobites, come talvolta sono le atmosfere e strano che nessuno li abbia citati. Buona, spesso ottima consapevolezza del passato che chiede di farsi contaminare: sono i benvenuti alcuni sfasci in bassa fedeltà e il passo troppo catatonico per non essere odierno. A mo’ d’esempio citiamo il rilucere di una Tragic Anatomy degna degli Engine Kid e il Cave in lotta con se stesso dipinto in The Devil’s Ire.
Concluso il tour di Pyrokinesis, McBean prende accordi con
Preceduta dal convincente indie-roots dei Ladyhawk (Jagjaguwar, 2006; 7.0/10) in cui Josh e Amber figurano come ospiti, lo scorso anno ha consegnato la replica delle “cime rosa”, quell’Axis Of Evol (Jagjaguwar; 7.6/10) che mantiene senza dispersioni ogni promessa. Poco più di mezz’ora che riassume il mondo a colori di Stephen senza che i ricordi prevalgano su quella che, ormai, si può definire un’identità artistica. Al contrario, essi rappresentano la linfa vitale della penna, alle prese disinvolta con folk svagato (Comas), saturi sapori Smog (Cold Criminals), schegge di fratelli Reid che omaggiano per l’ennesima volta i Suicide (New Drug Queens). C’è varietà di climi, tesi nei serpeggianti nove minuti stoogesiani di Slaves e celebrativi nello stomp Plastic Man, You’re The Devil che chiama a sé Tom Rapp e Jason Pierce. Costui ricompare in vesti appalachiane per Lord, Let Us Shine e viene affiancato daJulian Cope in How We Can Get Free, spiritual oceanico di un’anima ripiegata ma lucida, in assoluto il frutto sin qui più memorabile della mente di Mr. McBean. L’inizio del 2008 prosegue l’alternanza portando il nuovo Black Mountain, intitolato con bello spirito In The Future (Jagjaguwar; 5.0/10, in spazio recensioni). Panorami un’ennesima volta cangianti, dilatati a lambire l’ora di durata in un autentico incubo anni Settanta di riffettoni, tastiere qui imponenti e là sinuose, vocalità ieratiche e ritmica implacabile. Ben eseguito, ma l’attitudine all’amalgama non crediamo risieda nel fantasma dei Deep Purple o nei Pink Floyd più tronfi e ce ne dichiariamo delusi, anche se magari è solo uno scherzo. Perché non è divertente, no. Ne prevediamo il puntuale successo grazie al sunto stilistico Stormy High, a ballate becere come Angels e Stay Free, al progressive che esonda ovunque e irrita, a tutti i sabbathismi, cosmicismi e glamismi di seconda mano che lo costellano. Troppa gonfiezza, troppa voglia di dare alla gente ciò che s’aspetta da tarpare le ali e invocare la pronta riapparizione dei Pink Mountaintops. Qualsiasi cosa sia accaduta a Stephen, lo esortiamo a desistere: di Mars Volta bastano e abbondano quelli già esistenti.
Fin qui l’attualità, specchio di un artista sospeso tra due anime: una concretamente attuale, per come dichiara che essere passatisti con atteggiamento critico e sintetico sia l’unica via percorribile, l’altra che viceversa sembra smentire perversamente tale assunto. Nei momenti più alti, gli atteggiamenti da teatrino vetero hippie oggi in voga sono sostituiti da un senso di “collettività” letto in chiave artistica, non ideologica o di facciata (Wells vede le cose con chiarezza: “Non siamo una band politica, ma è praticamente impossibile evitare che la politica non si infiltri in qualsiasi arte uno voglia fare, data la schifosa condizione del mondo.”) Permane una sottotraccia d’interesse nei confronti della natura, lascito di una coscienza ecologica che ereditammo dall’hippismo, una sensibilità che intuisci nel ritorno alla Madre Terra dei momenti più acustici o sinceramente misticheggianti. Fino a In The Future s’era infatti alle prese con una stimolante dialettica, una compenetrazione tra due band/anime più che con la banale e poco sensata contrapposizione secondo la quale ai Black Mountain spetterebbe il lato maschile e ai Pink Mountaintops quello femminile.
In realtà, visioni più meditative si alternavano e compenetravano con le vigorose sfuriate, il trip acido che da unificante rito per le masse che fu, si rinchiudeva - complici le eterne melodie della tradizione - in un nocciolo intimista, una comunità/nicchia da cui sembra impossibile sfuggire e manco lo si vuole. Stephen lo trovate intento come s’è raccontato,Ben Chasny alterna le fughe oltremondane come Six Organs Of Admittance all’impattare dei Comets On Fire e, per amor di precisione, vi ricordiamo le analoghe attitudini in Steve Von Till e Richard Youngs, per tacer dell’evoluzione allestita da Michael Gira. Alla dimensione più raccolta e scarna si fa costantemente ritorno poiché alveo necessario a meditare e riprendersi dall’impeto rockista - tutto torna: sia il Sabba Nero che Pagee Plant rallentavano ogni tanto per concedersi digressioni folk - e in entrambi i contesti istinto e riflessività perseguono l’integrazione, animale e uomo dialogano per congiungersi.
Sulla bilancia, nondimeno, pesa il tentativo fallimentare di venire a patti con generi che oramai non possono essere presi altro che con le pinze dell’ironia e dello sberleffo, e forse nemmeno quelli perché poche cose sono più infelici di una barzelletta reiterata allo sfinimento (si vedano i recenti, imbarazzanti fallimenti di Bobby Conn, Chrome Hoof o Hella). Nello specifico, il conferirsi un aspetto serio ha viceversa consegnato tacchini che pensano di essere aquile e un risibile, sconcertante In The Future. Dunque, che sarà di questo "nuovo classicismo" non è dato sapere con certezza: vista la natura affatto rigida e imbalsamata, la frangia più creativa potrebbe evolversi ulteriormente e riservare moderate sorprese; nel caso contrario morirà in un’orgia di magniloquenza e cinismo, schiacciato dalla voluta mancanza di misura. Speriamo nella prima, ovviamente, perché Pink Mountaintops mostrano, come nelle migliori formazioni di neo-psichedelia eighties e nei primi Flaming Lips, qualcosa che schiva il revivalismo puro e fine a se stesso. Per quale altro motivo avrebbero chiuso un cerchio - e l’esordio su CD - con una memorabile Atmosphere dei Joy Division, ambientata dentro il cuore più torbido di un festino warholiano? (Wells: "I nostri gusti non si limitano solo al rock classico.Mi vengono in mente nomi come Ladyhawk, Wolf Parade, Besnard Lakes e Oneida.").
Come proponeva il succitato Andy, paradossalmente la serialità risponde all’omologazione. Ci volete tutti uguali e sia, ma allora scegliamo “uguali” da amare profondamente, flashback da mettere in comunicazione tra loro. Perché deve essere lampante - per McBean come per chiunque - quanto ogni passo odierno poggi in un’orma altrui, ma che allo stesso modo altri potranno seguire le tue, di impronte. Non più un solo ieri, ma tanti e per quanto possibile e faticoso, armonizzati tra loro. Da par suo, il ragazzo, con pragmatismo squisitamente americano afferma che “Non sento né posso sentire alcuna forma di nostalgia per un'epoca che non ho vissuto. E' molto probabile che fossero bei tempi, ma è altrettanto probabile che quelli che erano ad Altamont non siano dello stesso avviso.”, laddove Wells sottolinea come sia “…stato cresciuto da genitori hippy, ma non provo nostalgia o rimpianto per un'epoca passata. Il tempo, la storia vanno avanti e non vorrei cambiare la mia attuale posizione.” Magari aggiungendo che stanno solo suonando quel che gli piace, che hanno fortuna o che il lavoro duro paga; che non c’è niente altro da dire perché la musica si esprime benissimo da sola. Quel che ancora sfugge è se sia coniugata al futuro o al passato.
Da parte nostra, in attesa di sviluppi, preferiamo suggerire un presente continuo.
Scheda: Stephen McBean
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