La scena è un po' sempre la stessa: una spiaggia al tramonto e un setting sun che tutto dori e illumini di barbagli arancioni, sfumature tardo-adolescenziali assolute ma pudiche, nostalgia per un attimo che fugace ci ha riempito il cuore, l'anima e le orecchie, e poi se n'è andato per sempre, tuffandosi nell'oceano, infilandosi tra le stelle che stanno apparendo sulla volta celeste mentre il sole si accomiata. E' un momento che sfiora più che toccare, come una brezza che annuncia l'estate: effimera muove appena i capelli impregnandoli di bittersweetness.
Sarebbero sentimenti da noi che abbiamo scoperto Siddartha tra i banchi di scuola, di nascosto tra un Dante o un Boccaccio, che ci pareva avessero un odore troppo forte, e le equazioni di secondo grado o la trigonometria, che – invece – di odore sembravano proprio non averne alcuno. Ma sono invece alcuni dei colori che riempiono da qualche anno le tele musicali di alcuni act che si sono via via guadagnati rispetto e audience fuori dal ristretto giro delle camerette.
E' il suono dei Morning Benders dei vari Grizzly Bears e Beach House che hanno riempito le playlist delle ultime stagioni, e dove ritroviamo anche il (mezzo) nostrano Jonathan Clancy, sponda His Clancyness. Una scena, e una spiaggia, che sembrerebbe da tutto esaurito, e sulla quale, invece, trova posto Jason Quever con il suo progetto Papercuts, che con il quarto atto della sua discografia ufficiale, si iscrive definitivamente al club.
Nato in una comune della West Coast, Jason Quever vive a San Francisco dove ha avuto l'occasione di sistemare un vecchio hangar per trasformarlo in uno studio di registrazione e chissà che la struttura industriale non abbia avuto un qualche ruolo nel fargli nascere un interesse per i riverberi e i delay. Da una parte all'altra della baia collabora, tra gli altri, con Cass McCombs, Vetiver, Casiotone for the Painfully Alone. Nei ritagli di tempi si dedica a un folk-pop solare che diventa materia dei primi due dischi, Mokingbird e Can't Go Back.
Già dal penultimo You Can Have What You Want, invece, si registra un cambio di rotta, che fa guardare Jason a quella spiaggia con occhi diversi. Non più quelli del folkster, ma quelli del drempopper. “Alcuni anni fa Spin Magazine definì la mia musica”, ci racconta, “come la perfetta colonna sonora per un giro in macchina senza meta lungo la Pacific Coast Highway. Sì, è vero, adoro guidare lungo quella strada e perdermi nel paesaggio, ma questo era il sound di Can't Go Back, con un sacco di chitarre acustiche. Oggi il nostro suono è diverso, anche se non riesco a fare a meno di tornare – senza accorgermene – al sound dei Sixites”. Il nostro suono, già. Perché non solo Quever ha firmato per la Sub Pop, ma Papercuts è diventato un po' più una band che ha suonato “per mettere giù almeno la metà delle canzoni che sono finite sul disco. Tutti insieme”.
Con la compartecipazione della live band o meno, Fading Parade è il risultato di una ricerca iniziata molti anni fa e giunta a un primo passo importante e maturo. “Ogni volta che fai un disco dovresti sentirti come se stessi crescendo e migliorando. Questo ti permette di dire quello che vuoi in modo migliore. E' una questione di esperienza che si accumula”. Nonostante questi discorsi da bambino grande, Jason Quever rimane un ragazzo che ha trovato il modo per far uscire le proprie canzoni dalla cameretta (letteralmente, visto che finora aveva fatto praticamente tutto da solo) e approdare a un'etichetta importante. “Lavorare con i ragazzi della Sub Pop è fantastico, perché hanno dimostrato un grande entusiasmo nei miei confronti e credo che questo si senta nel disco. Sono stati determinanti per permettere a me e alla band di poter fare esattamente il disco che volevamo”. Aiuto che deve essere arrivato anche dalla co-intestazione della produzione, che oltre al solito Quever, vede in console anche Thom Monahan, già al lavoro per Vetiver e Devendra Banhart.
A proposito di produzione, già dalle note stampa, viene citato Phil Spector come uno dei fari a cui si è voluto guardare. L'accostamento è più che mai azzeccato se si presta attenzione agli strati di suono che sono stati depositati uno a uno sulle canzoni per dar loro un impatto quasi fisico, ma senza snaturare la natura eterea e dream delle composizioni. “Mi piacciono molto le produzioni di Spector, ma non posso dire di ascoltarle molto ultimamente”. Il punto è che, produzione importante o meno, è necessario che sia buona la materia di partenza. “Pensa alle Ronettes, una delle mie band preferite di sempre: loro sono state eccezionali, sicuramente anche grazie al lavoro di Spector, ma la qualità c'era già in partenza. Quando penso al concetto di wall of sound, però, non penso a Spector, ma ai My Bloody Valentine: una vera pietra miliare per me”.
Ecco un altro illuminato sulla via di Loveless, del paradiso in terra e del sogno ad occhi aperti. Eppure, nonostante di noise qui ce ne sia poco, l'idea è sensata. E' la band di Kevin Shields ad aver sparso sul pianeta una polvere angelica che ha aperto le porte del sogno per molti musicisti della generazione di Quever. La capacità di quest'ultimo, il suo vero talento, è quello di far convivere questa materia con Van Dyke Parks, i Beach Boys e gli Zombies in una macchina del tempo che li fa ritrovare tutti sulla stessa spiaggia. Ma oramai è scesa la notte ed è tempo di guardare le stelle mentre si accendono i falò e ci mettiamo una coperta sulla spalle.
Scheda: Papercuts
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