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Pubblicazione 28 Febbraio 2011

William Fitzsimmons

Sad And Beautiful World

Un uomo sulla strada per la maturità, alle spalle un percorso non facile costellato di canzoni. Alcune belle come poche altre oggigiorno.
William Fitzsimmons
2011

Ci sono momenti - in una giornata, come nella vita - in cui avverti il bisogno di tirare il fiato. Hai voglia di pensare e metterti in pace col mondo; se no, di lasciarlo fuori a gonfiarsi e sgonfiarsi di shakespeariano suono e furore. Sospendi allora i giudizi e le indagini, abbandonandosti al puro piacere della musica che ti sei scelto. Senza dover inseguire l’ultima sensazione per la coda, né sforzarsi di mettere in luce “movimenti” che spesso rivelano la consistenza di un soufflé. Oppure, bene che vada, si nutrono di infiniti ieri e manco si  degnano di porgere una canzone da ricordare. Per momento come questi, William Fitzsimmons pare esser nato apposta, con le sue acusticherie d’acqua cheta che nascondono una vita affatto facile, dove la musica ha sino a oggi funzionato da sostegno.

Di quelli robusti, affinati in un crescendo che lo vedeva nascere in quel di Pittsburgh, Pennsylvania, trenta e qualcosa anni fa (benché l’aspetto tra hippie e “southern gothic” lo restituisca più anziano…) da genitori non vedenti. Ambedue appassionati delle sette note, riuscivano a comunicare col figlio più con vinili e strumenti che con le parole: “E’ stato merito di mia madre: è una bravissima musicista ed è sempre stata appassionata di musica, che come sappiamo rappresenta qualcosa di speciale per i non vedenti. James Taylor, Nick Drake e Joni Mitchell mi pulsano nel sangue, ma c’è pure parecchia roba contemporanea che adoro, come Mark Kozelek e Sufjan Stevens, Elliott Smith e Bon Iver... mi interessa la musica che sappia essere onesta da metterti a disagio. Mi ispira a scrivere.“ Al punto che alle elementari William già si destreggiava con piano e trombone e alla scuola media imparava la chitarra da solo. Siccome avanza tempo, prende confidenza con il banjo e la melodica, l’ukulele e il mandolino e metteva in carniere un master in psicologia.

Probabile che non sprecasse tempo prezioso andando a letto presto, visto che da tanto infilare pensieri come perline su una collana saltavano fuori due lp registrati in casa e autoprodotti, posti a mo’ di parentesi tra la laurea e la professione di terapista. A Until When We Are Ghosts, datato 2005, seguiva un anno dopo Goodnight: “Sui miei primi due dischi ho suonato quasi tutti gli strumenti, mixato e prodotto. Ho preso ogni decisione su come sarebbe stato il risultato finale ed è stato bello essere investiti di tali responabilità, ma pure assai stancante e intenso. Goodnight s’è portato via un anno, e non ricordo di aver dormito granché in quel periodo.” Essere autarchico - misto felice di scelta e necessità, potremmo affermare - paga d’improvviso e inaspettatamente, siccome questo folk intimo appena sporcato di elettronica casalinga e occasionalmente screziato di roots-rock commenta una puntata di Grey’s Anatomy: “Sono veramente fortunato. Avere milioni di persone che ascoltavano le mie canzoni è stata una splendida opportunità: poiché credo in ciò che canto, mi va bene raggiungere un pubblico più ampio. Per me conta attenermi all’impegno con me stesso di dire sempre ciò che sento attraverso le parole e i dischi.“Fitzsimmons accantona Freud e diviene musicista a tempo pieno, spunta un contratto con la Downtown per quello che possiamo considerare il “vero” esordio, The Sparrow And The Crow: “Do tutto me stesso alla musica con tutto me stesso con lo scopo di metterci un po’ di terapia. Mi piace che le canzoni possano aiutare le persone, anche se la musica non doverebbe diventare una panacea per i dolori. Mi manca sorreggere qualcuno nei momenti più bui: era qualcosa di gratificante come nient’altro.“

Il disco, giusto per non smentirsi, incarna un lettino d’analisi “alla rovescia” nel quale William passa al vaglio il fallimento del suo matrimonio: “Stavo perdendo mia moglie, gli amici, senza casa e denaro. Tutti quelli che dovevano partecipare al disco lo sapevano, perciò c’è stato un accordo sul mantenerlo più caldo e quieto possibile, siccome il soggetto trattato era già di per sé oscuro.” Ne esce a testa alta, affinando la scrittura e affidandosi ai ricordi di gioventù (una I Don’t Feel It Anymore che paga pegno a Simon & Garfunkel), a un’austerità di sussurri rumorosi della caratura di Further From You e After Afterall, di Even Now e Just Not Each Other e toccando il cielo nella struggente Find Me To Forgive, bastante da sola a ripulire qualche eccesso di uniformità nella scrittura. A fungere da collante con il recente apprendistato, la decisione di aprire il disco rileggendo l’ultimo brano del predecessore, in una sorta di meditazione a posteriori, laddove il resto racconta un songwriter assai abile e un’opera meglio strutturata, più acustica in modo premeditato: “Su The Sparrow And The Crow mi sono limitato a cantare e suonare la chitarra per rendere giustizia alle canzoni. Avevo dei fantastici musicisti con me e tantoo lavoro è stato eseguito da amici di talento come il produttore Marshall Altman e il sound engineer Eric Robinson. Poiché la scrittura è “cruda”, non volevo che i brani si appoggiassero all’elettronica, visto che chiedevano strumenti e suoni naturali.

Ne risultava un pregevole catalogo di pagine spartane però efficaci, che lasciavano tuttavia intuire ulteriori potenzialità. Nel frattempo la serenità coniugale ritrovata fungeva da preludio a una virata stilistica, al sole che fa capolino tra le nubi pur non scacciandole del tutto nel recente Gold In The Shadow. Nondimeno, l’intergrazione tra la precedente dimensione acustica e gli arrangiamenti rotondi - figli del ritrovato ottimismo, come pure del guardare agli inizi di carriera con un budget più ampio - convince del tutto. A far chiudere un occhio sul banalissimo duetto con Leigh Nash Let You Break, la scrittura ondeggia tra tristallegria in venature pastello (sublimi, gli archi mediorientali in Bird Of Winter Prey); gli apici rincorrono Elliott Smith (The Winter From Her Leaving, Tied To Me, il valzer Wounded Heart) e talvolta Nick Drake (Beautiful Girl); qualcosa non lascia traccia, altrimenti è sciupato dall’eccessiva pulizia sonora (Psychastenia, Fade And Then Return). Diresti che l’uomo cammini ancora sulla strada verso l’armonia tra cosa racconta e come lo racconta; il passo, comunque, ti persuade che la meta non sia granché distante. Del resto, uno che chiude un lavoro potenzialmente importante anche dal punto di vista commerciale con la carne scoperta di What Hold non può sbagliarsi, vi pare?      

copertina pdf #91