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Pubblicazione 07 Marzo 2011

Gay Beast

Queerness bestiale

Un suono che tra tutto e niente sceglie il tutto. La bestia raggiunge la maturità, al freddo di Minneapolis e sotto il faro di Beefheart.
Gay Beast

Con un nome così è difficile non porre la domanda. Eppure non è stato difficile distrarsi dalla questione e puntare più sul sodo. Dopo tutto, tra i compagni di label (la Skin Graft) troviamo moniker che alzano il benchmark, come Aids Wolf e Dazzling Killmen. E soprattutto è bastato ascoltare il concerto al Covo di Bologna lo scorso inizio febbraio e intuire, dietro qualche imprecisione al mixer, le potenzialità dei Gay Beast.

Non che i diretti interessati fossero tra gli ultimi arrivati. To Smithereens, l’LP in uscita che ha dato il la alla tournée europea attualmente in corso, è la terza fatica in long playing della band. Il packaging del vinile – e il libretto allegato - è di quelli che dimostrano una grande attenzione all’arte dell’illustrazione, al valore aggiunto materico del supporto. Dentro, tra i solchi, l’ennesima avventura a tremila che vorticosamente sprigiona un mazzo di altri suoni e di riferimenti, che puntualmente abbiamo snocciolato chiedendo direttamente a Isaac Rotto, chitarrista della band.

Alcuni di questi sono figli della potenza e dell’incisività diretta che conducono l’avventura Gay Beast fin dalla sua nascita, a metà del 2005. Il risultato dell’amalgama sonoro, già dalle prime mosse della band, denota come i tre componenti - Angela Gerend, Daniel Luedtke, e il citato Isaac Rotto – siano “interessati più a come gli strumenti suonino insieme, che a come le parti appaiono scritte sul pentagramma”. L’effetto d’insieme, aggiungiamo noi, è però fortemente legato all’estetica dello strumento utilizzato: non ci sarebbe il suono Gay Beast senza il sax e le tastiere cheap and garage di Daniel e il torrenziale drumming e gli accenni di elettronica vintage di Angela.

È divertente ed espressiva l’autodescrizione compilata da Isaac e soci, tradotta nella web del trio nell’italiese da bestiario di Google Translate: “Brandendo una batteria di tamburi, chitarre raschiate e martellate, parole cantate, synth dal retro-futuro, sassofono, e altri dispositivi elettronici, il trio costruisce canzoni per motivi che congiungono la complessità e orecchiabilità, uno spazio dove l'abrasione e la 'tunefulness' abitano insieme”.

Tornare alla domanda con cui aprivamo l’articolo ci consente di sviscerare il concept del progetto Gay Beast. “Dan decise il nome dopo aver visto un film della New Wave giapponese dove un uomo continuava a chiamare “bestia” una donna. La cosa lo impressionò e pensò che Gay Beast potesse essere tanto decisivo sia nei confronti della coscienza degli etero che del mondo queer”.

Il nome è dunque una risposta all’ansia generata dalla passività – aggressiva come l’offesa – del Midwest nei confronti dell’omosessualità. Nei freddi di Minneapolis, Isaac, Angela e Daniel decidono di proporre la propria “Minnesota’s premier agit-prop queer band” e di dedicarsi a un’estetica ironica ma fortemente battagliera. Daniel e Angela erano già adusi all’attivismo di genere, nonché all’agit-prop musicale con altre band. Dopo un breve periodo in duo, pubblicano un annuncio online per trovare una nuova voce e una seicorde conforme al progetto che hanno in mente; Isaac risponde e il suo ingresso nell’organico (solo come chitarrista, di fatto) sancisce l’assetto del gruppo da sei anni a oggi.

I tre iniziano da subito a praticare il suono che più gli interessa, una miscela esplosiva che tanto ci ha ricordato la scena detroitiana dell’“android punk”, e quindi quel calendario di proposte che va dai Piranhas a Human Eye. Interpellati in proposito, i tre si dimostrano incuriositi ma ignari di tali evoluzioni della Motor City, della quale citano al massimo gli Ottanta dell’esperienza Cybotron. I riferimenti che si sentono di esprimere sono esplicite guide all’ascolto dei tre album pubblicati dalla bestia. I Gay Beast sono un vortice di elementi, un fiume in piena. Non si fa fatica a cogliere come faro il primo disco degli Hella, già dalla prima traccia di Disrobics (DNT, 2008), What You Want. Isaac cita poi Zoo Psychology degli Ex Models come modello riuscito di intersezione tra aggressività, cervello, ballabilità e astrazione. Gli ultimi due dischi dei Portal come mistero e teatralità del sound.

Ma la vera passione è Captain Beefheart, ovviamente. Lui e tutte le intelligenze che ha prodotto. Sempre in Disrobics, Mama, Wrap My Coffin In The A.I.D.S. Quilt Cuz It's Cold In Hell sembra cantato da Arrington De Dyoniso che si fa la doccia ubriaco. Segue i solchi di Von Vliet anche l’improvvisazione rumorista – e cupa – simulata che fa da perno di Second Wave (2009), album con cui i Gay Beast entrano nel roster Skin Graft. C’è forse meno intensità strumentale fine a se stessa ma certamente un taglio più duro, deciso, indirizzato verso le atonalità e le stecche della No Wave, nonché sottolineato da un mood consono alla scena citata. In alcuni momenti (Make A Map, Pressing Hard), in Second Wave pare sentire Arto Lindsay e i suoi DNA accompagnati dalla grandine di Kevin Shea alla batteria.

Di certo, i Gay Beast non si fanno – e non ci fanno – mancare la cura per il risultato finale. Dentro Second Wave – e forse ancor più nei solchi di To Smithereens – si sentono le giornate passate a provare e riprovare, costruire e stravolgere, produrre opposti e poi tenerli insieme. “A Minneapolis, se vuoi fare qualcosa di creativo, hai un sacco di tempo per realizzarlo. Freddo e buio per nove mesi l’anno, e la perenne minaccia di veder cancellati un tuo live per una tempesta di neve”.

Tanto tempo a disposizione per raggiungere la complessità. E un mucchio di band amiche con cui confrontarsi quotidianamente, in città e fuori. “Gruppi come Tips for Twat, Condominium, Mother of Fire, Skoal Kodiak fanno cose davvero uniche. E altri amici – Aids Wolf, Child Abuse, TWIN, Conformists - vivono lontani ma attraversano continuamente gli States e capita un confronto diretto”. Ora che è toccato a Gay Beast fare un lungo viaggio, e girare l’Europa, ci chiediamo, e domandiamo anche a Isaac, quale siano i passi successiva dell’esperienza del trio. “The future is wide open, as someone once said. Tom Verlaine?

Gay Beast
2010

Scheda: Gay Beast

copertina pdf #91