Drop Out
Pubblicazione 01 Aprile 2011

L'insostenibile pesantezza del cantautorato rock

Tre dischi alieni piovuti nel volgere di pochi giorni sullo scenario rock italiano. A rammentarcene l'intensità perduta. Tre interviste per scavare nel vivo.
Cesare Basile
2011

In ordine di apparizione su questo sciagurato pianeta: Cesare Basile, Paolo Benvegnù e Marco Parente, rispettivamente classe '64, '65 e '69. Il primo esordisce coi Candida Lilith sul finire degli Ottanta, Benvegnù avvia l'avventura Scisma nel '93, Parente debutta in solitario nel '97 dopo alcune eccellenti collaborazioni (coi CSI, ad esempio). Storie diverse le loro, come diversa è la calligrafia. Eppure hanno molto in comune, oltre al fatto d'essere nati nei Sixties e di aver fatto uscire i nuovi lavori in queste settimane. Nella diversità delle premesse e degli esiti, la loro musica definisce un'interazione profonda tra testo e suoni, persegue un'intensità che esige dall'ascoltatore una forte partecipazione emotiva ed intellettuale. In conseguenza di ciò, lo stile acquista una peculiarità inconfondibile: per la forma e la struttura delle canzoni, per le tematiche trattate e lo sviluppo delle argomentazioni, per il timbro e le inflessioni canore. C'è, insomma, un fare perno sul proprio quid poetico, sull'unicità del proprio manifestarsi, che di per sé rappresenta elemento cardine dell'espressione.

Pur rischiando la trappola della generalizzazione, è evidente lo scarto rispetto alle generazioni successive dei cantautori rock, la cui missione sembra semmai quella di incarnare un pensiero debole che ama presentarsi con le sembianze del passato. Gli anni Zero dei Bugo, dei Dente, dei Brunori Sas, dei Vasco Brondi e via discorrendo, sembrano impegnati a resuscitare fantasmi del passato più o meno remoto (una più o meno definita poltiglia Battisti, Gaetano, Tenco ibridata all'uopo con modalità lo-fi, hip-hop, noise...), aggiornandone e distorcendone il verbo, vestendosene come un alibi, mascherandosi d'un linguaggio altrimenti irreperibile. E' come se da un certo punto in avanti fosse venuto a mancare il coraggio d'essere pienamente e soltanto se stessi. Come se il presente soffrisse d'incompletezza rispetto a ciò che è stato. Come se l'incidenza del rock nelle questioni di fondo dell'esistere - dall'impegno politico alla riflessione poetico/filosofica - rappresentasse un evento inopportuno e a tratti persino illecito. Anche il più "impegnato" e impegnativo Brondi AKA Le luci della centrale elettrica, a ben vedere non fa altro che abbozzare quadri folgoranti pennellando slogan come schiaffi, esaurendo la critica nella pratica - nella tecnica - della rappresentazione.

Non è certo nostra intenzione gettare la croce sulle nuove leve, che anzi riflettono puntualmente la diversità delle premesse in cui si trovano ad agire. Lo spazio vitale del rock - da sempre minoritario però storicamente fiero nel suo porsi come alternativa critica al nazionalpopolarismo - ha visto progressivamente ridursi le quote di partecipazione alla centrifuga dello shobiz, vittima impotente dei criteri di selezione delle playlist e incapace di guadagnarsi più che squarci sottilissimi ed equivoci di attenzione televisiva. Con la polverizzazione della cultura antagonista, ormai priva di leader autorevoli anzi riconoscibili, espulsa come corpo estraneo dalle dinamiche istituzionali, il rock è rimasto ideologicamente solo. Si è trovato nella posizione di dover lottare per camminare sulle proprie gambe, e quindi ha sgomitato per recuperare un aspetto appetibile, intrigante, capace di guadagnarsi fettine di palinsesto. Alternativo sì, ma non troppo profondo, casomai bizzarro ma pur sempre leggero e comunque potabile, ché altrimenti nessuno ti sopporta, nessuno è disposto a concederti ascolto. Impatto sulla quotidianità prossimo allo zero, ma almeno sei un tipo divertente, arguto, con un tot di serate garantite e forse pure l'intervista alla radio.

Non è più tempo, non è più un mondo, per "dischi che ti cambiano la vita" o che falliscono provandoci. Non si cresce più con questa eventualità come compagna di viaggio: il disco, fenomenologia obsoleta, format espressivo dalle premesse decadute, è un vezzo a perdere. Un passatempo casomai arguto, a tratti e con moderazione. Pensarlo latore di massimi sistemi suona come una velleità risibile. Ecco perché i tre dischi di cui ci occupiamo questo mese e i loro autori fanno un po' la figura degli alieni, appaiono tanto desueti quanto affascinanti, come una trasmissione radio da un mondo sul punto di estinguersi. Intendiamoci, è normale che esistano dischi così, perché nel consueto divenire delle cose il trapasso non avviene per cesure ma con un sovrapporsi di modalità e forme: lo ieri prosegue nell'oggi come un'onda lunga che si ostina residua fin nel domani. Tuttavia, la loro contemporanea apparizione ha la pregnanza di un monito, o di un colpo di coda. Dare loro ascolto è anche un esercizio di (r)esistenza. Siano benvenuti.

 

Cesare Basile: la rivolta del dolore

Il titolo, innanzitutto. Si può spiegare un titolo come Sette pietre per tenere il diavolo a bada?

Un titolo del genere può essere raccontato in mille modi diversi e tutti affascinanti, più semplicemente è uno scongiuro, un'esorcismo, la formula di un rituale quotidiano.

Hai scritto "vale ancora la pena di perdersi per ritrovarsi con un gran disco fra le mani". E' andata proprio così? E' un disco nato senza un vero progetto?

Sì. Canzoni scritte e registrate in circa due anni, senza sapere bene dove stessi andando a parare. Due anni difficili, pieni di confusione, voglia di smettere, scoramento, con le canzoni che continuavano a venire nonostante tutto. E le canzoni  hanno vinto e mi hanno salvato... Almeno per questo giro.

Dopo tre album affidati a nomi come Hugo Race, John Bonnar e John Parish, torni ad essere il principale produttore di un tuo disco. Sbaglio a leggerci la voglia d'indagarti più a fondo, senza filtri o interferenze?

Anche questa non è stata una scelta. Diciamo che la genesi del lavoro mi ha portato naturalmente a fare a meno di un produttore, visto che non ci sono stati dei  tempi di lavorazione programmati e quindi non potevo chieder a nessuno di stare dietro alle mie paturnie. Ho prodotto questo disco in maniera istintiva, sul momento, affiancato da persone come Guido Andreani, Luca Recchia e Lorenzo Corti che mi hanno seguito nel disordine dei miei appunti.

Anche la lista dei collaboratori sembra riflettere il desiderio di non giocare sull'appeal da "ospite d'onore". Parliamo pur sempre di musicisti d'eccezione, come Lorenzo Corti, Roberto Angelini, Rodrigo D'Erasmo degli Afterhours e i due Mariposa (tra le altre cose) Alessandro Fiori ed Enrico Gabrielli. Quanto sono stati funzionali alle tue esigenze espressive, e quanto hanno contribuito a determinare l'aspetto definitivo del disco?

Non sono mai stato affascinato dall'appeal dell'ospite d'onore, ho sempre avuto amici a suonare nei miei dischi. Condividere le mie canzoni con persone che stimo mi aiuta a distaccarmi dalle canzoni stesse, a non coltivare il mio ego dentro quelle canzoni. E ognuno di quelli che hai citato se n'è preso un pezzo di canzone e l'ha fatta sua rendendo suo anche tutto il disco.

Cesare Basile
2011

Tra folk cantautorale, blues mediterraneo e afflato orchestrale balcanico, è difficile definirlo un album rock. Eppure è senza dubbio un album rock. Sei d'accordo?

Il rock è guardarsi intorno, ascoltare, prendere cose alla rinfusa, sbatterle dentro un scatola, agitarla e ributtare tutto su un tavolo da gioco. Credo di aver fatto questo. E' un disco di rock.

Elon lan ler è stata incisa a Skopje, con l'Orchestra della Radio Televisione Nazionale Macedone, per la colonna sonora di My world is upside down, film-documentario sul musicista macedone Frane Milenski Jezek, che per la verità non conosco affatto. Come hai finito per esserne coinvolto?

Mi ha contattato Petra Salisker, una documentarista slovena che aveva deciso di raccontare la vita di questa sorta di funambolo del palcoscenico, Jezek appunto. Ho scoperto un personaggio poliedrico che passva dallo scrivere canzoni al mettere in scena spettacoli per bambini, piuttosto che  show televisivi e iniziative contro il governo per le quali è finito diverse volte in carcere. Era uno che sapeva raccontare e aveva capito che il racconto è il cuore dell'arte e che l'arte può essere mortale per il cuore del Potere. Petra ha chiesto a diversi musicisti della scena internazionale, tra cui Robert Fisher, Hugo Race e Chris Heckman, di riscrivere e reinterpretare nelle rispettive lingue alcune fra le canzoni di Jezek a dipanare il filo della sua vita. E' stata un'esperienza molto forte e formativa e in questo sono stato affiancato da John Bonnar che ha scritto gli arrangiamenti d'orchestra.

Uno dei momenti emotivamente più forti del programma coincide con La Sicilia havi un patruni, pezzo firmato Ignazio Buttitta e Rosa Balistreri. Una canzone del '78, se non erro. Però sembra di mille anni fa, o di domani. C'è un motivo particolare per cui l'hai inclusa nell'album?

Perchè questa canzone parla di una Sicilia offesa e sfruttata, spesso anche accondiscendente verso i suo mali, una Sicilia che oggi come allora ha bisogno di piazza, di coscienza civile, di ritrovare una identità oltraggiata da 150 anni di asservimento allo Stato Italiano e ai poteri mafiosi.

A proposito di Sicilia, farai un tour tutto siciliano su iniziativa de L'Arsenale, Federazione Siciliana delle arti e della musica. Nelle note stampa ne parli come una sorta di atto dovuto, di una maledizione, di un legame con la tua terra che non c'è modo di spezzare. Che sapore ha portare la tua musica ai siciliani?

E' un legame con il quale mi sono riconciliato, mi sono arreso all'amore che ho per la mia terra e in questo tempo in cui nessuno vuole fare la sua parte ho deciso di farla la mia parte insieme ad altri uomini e donne che sognano per la Sicilia un presente diverso, una cultura dell'appartenenza fatta di scelte e di dignità.

Tempo fa Dori Ghezzi ha rilasciato una dichiarazione del tipo "Vasco Rossi è l'erede di Fabrizio De André". Ti confesso, mi ha sconcertato, anzi mortificato. Magari se ascoltasse canzoni come Lo scroccone di Cioran, Il sogno della vipera o E alavò, avrebbe due o tre cose su cui ponderare. A parte questo, quanto c'è di Faber, più o meno consapevolmente, nella tua musica?

Ha ascoltato suo marito per tanti anni, non credo  abbia bisogno di ascoltare le mie canzoni per rendersi conto di certe enormità. Mah, a volte penso che De Andrè sia una sorta di tavola imbandita attorno alle quale si siedono troppe persone. Per quanto mi riguarda le sue canzoni mi fanno venire voglia di scrivere le mie, la stessa cosa che mi succede con Leonard Cohen.

Hai un metodo, o comunque c'è una modalità ricorrente con cui componi e realizzi le tue canzoni?

Forse ho un'abitudine più che un metodo. Mi metto lì e aspetto che arrivino con la chitarra in braccio.

Due parole sulle tue... parole. Spesso l'elemento atavico, o archetipo, è centrale. Le pulsioni primarie dirigono la danza. Tradizioni e superstizioni sembrano farsi beffe della civiltà. La morte tira le fila e l'amore è al più una consolazione, un'ossessione o una dolce condanna. E' cantando la cupezza che si può costruire la speranza?

L'elemento archetipo ha una riconoscibilità immediata e parla al sangue, aggira il cervello, non ti lascia ragionare, ti costringe alla scomodità e azzera la civilizzazione. Credo nel racconto del dolore come rivolta.

Appartieni alla generazione dei musicisti pre-internet, formati musicalmente su vinili e magari su audiocassette. Sono nato anch'io nei Sessanta, so che esisteva una difficoltà oggettiva nel reperire dischi, soprattutto certi dischi e fuori da certi circuiti. Credi che l'attuale accessibilità dello scibile musicale sul web rappresenti una risorsa per il musicista del terzo millennio?

C'era un'esigenza che educava alla ricerca, e questo dava un valore diverso, un'emozione unica ad ogni scoperta letteraria o musicale, una parola piuttosto che un suono. Se c'è un limite nella rete è che rende tutto troppo facile e questo, per i più, determina una perdita di valore della scoperta. Di contro la possibilità di veicolare notizie e controinformazione ha cambiato per sempre la comunicazione ed emancipato voci che altrimenti non potremmo sentire.

Cosa significava fare un disco ai tempi del tuo debutto, quasi un quarto di secolo fa, coi Candida Lilith? E cosa significa oggi?

Io scommetto oggi come allora. Forse oggi è l'educazione alla scommessa che manca, sembra che tutto sia dovuto, soprattutto il successo, e non si capisce che fare dischi, scrivere, raccontare è di per sè una avventura meravigliosa, che il processo creativo è fatto di disciplina e non di posto fisso.

Marco Parente
2010

Sulla nostra webzine abbiamo affrontato l'argomento della crisi della discografia, intesa come passaggio da un'epoca - coi suoi meccanismi, i codici, i rituali... - ad un'altra ancora da decifrare. Quanto ti preoccupa come professionista e come artista il momento che sta vivendo l'industria discografica?

Non me ne frega niente. Comincerò a preoccuparmi solo quando non si scriveranno più canzoni. L'industria discografica è una cloaca a cielo aperto, va ricoperta di calce viva.

Hai suonato un po' ovunque, e continui a farlo. Mi giunge voce che sia in corso una fioritura di spazi dedicati al rock, soprattutto in determinate zone (in Emilia, ad esempio). Altrove, invece, pare che regni la consueta desolazione. Per quantità ed ovviamente anche per qualità, qual è la tua sensazione riguardo allo stato dei locali da concerto in Italia?

Suonare e ascoltare implica una condivisione del rischio fra artista, pubblico e proprietario di locale. Ricreando questa sorta di interazione si può ricostruire un circuito fatto di condivisione e partecipazione.

La musica invece a quanto pare non conosce crisi. Dal basso soprattutto, dal calderone dei cosiddetti emergenti, arrivano segnali di vitalità che autorizzano a ben sperare. Dalla Sicilia, ad esempio. Uno di questi segnali è anche l'ottimo Mellon Collie And The Infinite Power, tributo al celebre album dei Pumpkins organizzato dagli Albanopower che ha coinvolto numerose realtà sicule. Tu hai contribuito con una eccellente Bullet With Butterfly Wings. Roba da andarne fieri, no?

In quella canzone ho suonato solo le percussioni, il grosso del lavoro è stato fatto dai Feldmann e dalla splendida interpretazione di Micol Martinez . Guarda, c'è così tanta gente che investe energia, soldi, emotività e sacrificio che basterebbe per anni. Il problema è la mancanza di rispetto per il cuore di ognuno di loro.

 

Marco Parente: fiori da un altro pianeta

La riproduzione dei fiori arriva a cinque anni dalla doppia uscita di Neve Ridens. Cosa è successo a Marco Parente nel frattempo?

Questi cinque anni sono stati propedeutici e protettivi. Li ho passati a proteggere il mio istinto e a spegnere alcuni riflettori non troppo grandi, ma per me ingombranti. Tutto quello che stava succedendo non mi piaceva. Naturalmente questo ha portato a delle scelte radicali nella mia vita, pagate anche a caro prezzo. Ho preservato l'istinto, nel senso che ho continuato a fare ricerca condividendola con altri, quasi fossi un solo lato di un binario. Ho continuato a scrivere, ho suonato tantissimo da solo, ma ho anche avuto bisogno di prendere le distanze da quello che poteva essere il mettere in moto i meccanismi che comporta fare un disco. C'è stata la parentesi Proiettili Buoni, il duo Betti Barsantini con Alessandro Fiori e allo stesso tempo ho gettato le basi per un lavoro bi-lingue che dovrebbe uscire il prossimo anno in condivisione con un songwriter di Portland, Ryland Bouchard (The Robot Ate Me). In seguito ho portato in giro lo spettacolo teatrale Il Diavolaccio, che ho messo in piedi un anno e mezzo fa con la persona che poi mi ha spinto anche a registrare materiale nuovo per il disco, Pierluigi Fontana. Mi è piaciuta l'idea di tornare a incidere, mettere i puntini sulle "i", fare il disturbatore. Cosa che in realtà sono sempre stato, nonostante le varie "scene" in cui si è cercato di rinchiudermi, anche perchè propongo da sempre musica che non è difficile ma certamente poco rassicurante.

Una musica, la tua, che forse prevede una certa "interpretazione" da parte di chi ascolta...

Interpretazione che per me è in realtà "abbandono", ovvero non porsi troppe domande e lasciarsi andare a quello che si ascolta. Se sei nella predisposizione mentale giusta puo' anche essere che tu ti diverta e che ti piaccia, senza che ci sia un motivo ben preciso. Questo "non sapere il perchè", per me, è abbastanza fondamentale...

Mi spieghi il titolo del disco? Nel brano omonimo pare di capire che la contrapposizione tra i Fiori del male baudelairiani e i Fiori del bene "parentiani" sia una metafora. Come se il messaggio che il brano vuole trasmettere avesse a che vedere con la riscoperta di una felicità individuale ("fatti il bene, fotti il male"). In questo senso parli di riproduzione?

È un concetto che tende a una sottile ironia, quello del mal di fiori. Qui si sta parlando di un modo fashion di approcciare la poetica di Baudelaire che è un travisare continuo. La facilità del lasciarsi cullare dal negativo, il crogiolarsi nelle contraddizioni. Sono abbastanza stanco da questo modo di vedere le cose. Il vivere bene di cui si parla nella canzone può essere una buon antidoto a questo tipo di mentalità. Il concetto di "riproduzione" ha a che fare con il fiore. Il fiore si riproduce simbolicamente in maniera autonoma. Mi piaceva il fatto del produrre bellezza senza doverla spiegare con il pensiero o con il linguaggio.

Marco Parente
2010

Possiamo definire La riproduzione dei fiori un disco ottimista in un periodo in cui essere ottimisti diventa sempre più difficile?

Non mi piace la parola "ottimista" perchè penso che l'ottimismo, come del resto il pessimismo, non esita. Esiste invece la consapevolezza, l'essere chiari e sinceri con sè stessi, il darsi un senso. Il farsi delle domande per cui spesso non ci sono risposte. Direi che potrebbe essere definito "positivo", più che "ottimista". Anche perchè tutte le canzoni del disco, anche quelle più blu come Sempre (dedicata a Nick Drake) hanno sempre un risvolto positivo. Nel caso di Sempre è l'accordo in maggiore.

Personalmente trovo che nei tuoi dischi risiedano sempre due anime. Quella legata ai testi, riconoscibile, in un certo senso familiare e fors'anche seriale. Nel senso che in molti brani ci sono elementi che ritornano, come ad esempio l'antitesi tra individuo e mondo, bene e male, niente e tutto. E quella legata alle musiche, sempre più trasversali e aperte alla contaminazione. Sbaglio se dico che il mondo di Marco Parente nasce dal giusto equilibrio tra questo senso di riconoscibilità e una decisa apertura a livello musicale?

Mi sembra un'analisi corretta. Le parole hanno a che fare con il linguaggio, la musica non si sa. E' un linguaggio anch'esso ma molto misterioso. Io tendo sempre dalla parte della musica, perchè credo che sia il suono che conferisce il vero significato al tutto. Anche alle parole. Per quello scrivo canzoni e non libri. A metterle nero su bianco, a mio modo di vedere, le parole muoiono. E invece la parola deve vivere grazie alla voce e aquistare significato dal suono. Nel cantautorato classico non mi è mai piaciuta la pigrizia del voler giustificare tutto con delle belle parole. E' importante che invece, prima di tutto, arrivi la musicalità delle parole. Con questo ovviamente non voglio dire che il testo in sè non sia importante.

Un elemento piuttosto interessante de La riproduzione dei fiori è il citazionismo che emerge da alcuni brani: Sympathy For The Devil degli Stones che salta fuori nella coda de L'omino patologico, L'Hurricane di Dylan tra le righe di C'era una stessa volta, i Radiohead suggeriti da La grande vacanza. In un disco che fa della mescolanza stilistica (non per forza prevedibile, non certo incoerente) un elemento fondante. C'è una progettualità dietro o è tutto un divenire non legato a uno schema ben preciso?

La citazione degli Stones è progettualità, nel senso che la canzone in cui è inserita parla dell'atto creativo e per me l'atto creativo d'eccellanza nel rock è quel pezzo degli Stones. Il divertimento che si porta dietro. Poi ci sono anche citazioni non direttamente connesse con l'ambito musicale. Nel caso de L'omino patologico la citazione vuole rendere comprensibilie il brano. Vuole sfogare. É una sorta di esempio di quello di cui parlo nel brano. Le altre citazioni che hai riportato sono suggestioni e patrimonio di ognuno. Una sorta di condivisione.

Il tuo primo disco risale al 1998. Cosa è rimasto nel 2011 del Marco Parente degli esordi?

Non mi guardo mai troppo indietro. Ho capito però che la storia va per cicli. Cicli sempre più stretti, tra l'altro. In ogni disco che faccio c'è sempre qualcosa che mi riallaccia a quelli fatti prima. Il modo in cui lo registro, le persone che frequento. Questo disco credo che abbia molta attinenza proprio con il mio disco d'esordio, Eppur non basta. Credo che abbia a che vedere con lo stato di grazia di quel primo disco, un entusiasmo che difficilmente capita due volte in una carriera. Forse il fatto di essermi fermato così tanto prima di registrare un disco nuovo ha generato un meccanismo di questo genere. É un po' una ripartenza, non con una virgola o con un due punti ma con un bel punto.

Tu, Paolo Benvegnù e Cesare Basile rappresentate tre artisti con una personalità estetica molto forte. Da un certo punto di vista, slegata dall'attualità musicale ma forse anche dalla velocità di fruizione che le rivoluzioni tecnologiche sembrano voler imporre a chi ascolta musica oggi. Come ti poni nei confronti dei cambiamenti che ci sono stati negli ultimi anni (mp3, peer to peer, ipod...) ma anche del rapporto tra fans e artista (web, social network...)?

Io ho sempre accettato di buon grado le innovazioni tecnologiche, anche se non le ho mai volute prendere in mano in prima persona. Anche perchè le innovazioni tecnologiche si possono sempre usare in due modi e noi di solito scegliamo il peggiore: quello che ci porta a impigrire. In generale credo che sia cresciuta la testa di chi le innovazioni tecnologiche le ha programmate ma non di chi le usa, anche perchè la tendenza è trattarle come si tratterebbe un phon. Per me invece quella gocciolina di sudore, quel meccanismo di fatica, continua a essere una parte importante e necessaria. La tecnologia la uso soprattutto per velocizzare i tempi in sala di incisione. Per quanto riguarda la perdita di identità del supporto, non la trovo negativa. Sono ancora convinto che se un disco piace a una persona, quella persona lo comprerà fisicamente. In questo senso, il peer to peer è vantaggioso dal punto di vista del marketing. Dall'altro lato c'è stata la barbarie dei social network (ma con cui alla fine dobbiam convivere) in cui nessuno si puo' più fare i fatti suoi. Devo dire che cerco di tenermi a una certa distanza da tutto questo, anche se non faccio l'eremita. Diciamo che collaboro con persone che usano abitualmente questo tipo di tecnologie e lo faccio per divulgare contenuti. Senza per questo esserne troppo dipendente. 

Paolo Benvegnù
2010

Pensi che il concetto di "condivisione" nato dalla rete in maniera poco ortodossa possa adattarsi ad ambiti sociali più pratici portando con sè elementi positivi?

 

Diciamo che siamo al limite. La condivisione è positiva per l'arte e per la musica, ma quando si sfiora il patologico non mi trova più d'accordo. Condividere un suono è una cosa, condividere la vita personale in maniera eccessiva è un'altra. Poi il collegamento via internet abbatte molte barriere, senza dubbio. Non sono bacchettone, in questo senso. Credo che quando le cose succedono sia una massa a volerle e a farle muovere. E non si possono fermare. Siamo in un flusso e in quel flusso dobbiamo capire come stare a galla. Per questo dico che nonostante tutto, non mi sento di muovere una critica troppo severa a tutto questo.

 

Paolo Benvegnù: il talento dello stupore

Da dove nasce un disco come Hermann? La storia del manoscritto che si legge nelle note stampa è l'espediente che sembra o c'è sotto qualcosa di concreto?

Hermann è un po' un disco di letteratura e in quanto tale si avvale di espedienti letterari (come appunto quello del manoscritto). L'idea non era quella di gettare tranelli quanto ripetere quello che in passato hanno fatto scrittori come Victor Hugo.

In che senso il disco è “la storia dell’uomo e della sua evoluzione (involuzione)” ?

Il tema è unico: l'uomo che parla dell'uomo. Una volta soddisfatto il bisogno del cibo l'individuo sposta la sua attenzione sull'armonizzare sè stesso con il mondo esterno. Ognuno di noi cerca di farlo per stare meglio, per fuggire dal dolore. E forse anche dal concetto stesso di fuga. Si parla sempre degli stessi temi dalla notte dei tempi e così sarà finchè avremo la volontà di porre uno sguardo verso l'esterno.

E' in questo che Hermann si differenzia dai tuoi dischi precedenti, forse maggiormente legati a una dimensione personale?

Decisamente. Prima di questo disco non riuscivo ad avere quell'apertura verso l'esterno perchè non comprendevo neanche me stesso. Adesso, almeno parzialmente, ci riesco e così ho deciso di spostare il fuoco sull'esterno. Ho pensato che fosse arrivato il tempo di farlo, anche grazie all'aiuto degli amici che suonano con me.

Mi pare che Hermann sia molto più diretto rispetto a Le Labbra...

Per certi versi è così. Anche se in realtà Le labbra è più un disco "di pieno vortice" mentre Hermann gode delle stilizzazioni tipiche del romanzo. E' affrontato come se fosse narrativa o un film. C'è una parte dedicata al Novecento che è stilizzata come stilizzato è stato lo stesso Novecento, ma c'è anche una prima parte che è antica e nella maggior parte dei casi è suonata in 6/8 o 3/4. Esteticamente Hermann potrebbe essere fuorviante rispetto a un disco come Le labbra, dove in realtà di estetica ce ne era veramente poca.

Pochi giorni dopo l'uscita del tuo nuovo disco sono usciti anche quelli di Marco Parente e Cesare Basile. Magari non avete molto in comune, le vostre calligrafie sono diverse, eppure sembra unirvi una personalità intensa, il gusto di scavare in profondità e portare il discorso al limite, fino a farsi inconfondibile. Non sarà dovuto alla vostra formazione musicale, al fatto di essere "cresciuti" quando un disco significava molto più di adesso?

Mi associ a due artisti che stimo moltissimo, artisticamente ma anche a livello umano. Cesare per tutto il mistero cromosomico che si porta dietro. La sua terra, il fatto che è un viaggiatore generoso. Marco per la brillantezza dell'uomo leggero e denso che ha. Io ho il talento del bove, dell'impegno. Un'uomo che ha l'aratro e continua a tirarlo. Alla fine non è proprio un gran talento, se ci pensi. Talvolta questo talento si focalizza nella maniera giusta, altre volte no. Per cui il paragone in questo senso mi onora. Detto questo io, Cesare e Marco siamo forse ancora uomini del Novecento, veniamo da un'altra generazione. Siamo gente che dà ancora a un disco la stessa importanza che darebbe a un libro o a un film. Nella pratica, questo significa non lesinare in impegno quando viene il momento di incidere e farlo come se fosse l'ultima cosa che si fa nella vita. Ovviamente questo non vuol dire che poi i dischi vengano fuori sempre meravigliosi, quantomeno nel caso di Paolo Benvegnù. Anche se il tempo alla fine è un gran setaccio. Così come ci sono voluti tanti anni per capire certe cose degli Scisma o un disco come Piccoli fragilissimi film, ce ne vorranno altrettanti per comprendere Hermann.

Credi che l'attuale accessibilità dello scibile musicale sul web rappresenti una risorsa per il musicista del terzo millennio? E come giudichi l’evoluzione che c’è stata a livello tecnologico?

Non saprei. E' vero che tecnologicamente lavoriamo per essere sempre più veloci ma è anche vero che il ritmo dell'essere umano è sempre quello. Le innovazioni tecnologiche dovrebbero tenere conto del fatto che noi siamo sempre uguali e abbiamo sempre gli stessi pensieri (l'amore il controllo, il possesso, l'indignazione, ecc..). Al progresso tecnologico dovrebbe corrispondere uno sviluppo dal punto di vista etico, sociale, mentale, che forse però ancora non c'è. Ovviamente il fatto che si possano fare dischi a un decimo del prezzo a cui li si faceva una volta è un fatto positivo. Il fatto che anche un ragazzo che non ha mai fatto musica possa iniziare a suonare grazie a un microfono e a un computer è positivo. Per il resto, credo che a noi non servano servizi che ci fanno andare a mille all'ora per fare l'aperitivo, ma soluzioni per risolvere problemi seri.

Hai scritto canzoni d'amore toccanti. Quanto ti senti vicino, in questo senso, alla tradizione melodica italiana, tu che comunque hai prestato brani ad artisti come Giusi Ferreri, Marina Rei, Irene Grandi, Mina?

Il fatto di aver prestato le mie canzoni ad altri non puo' che rendermi felice. E' quasi un miracolo, se ci pensi. Tu sei lì che scrivi la tua musica in un sottoscala e alla fine arriva una come Mina che ti chiede di cantarla. Del resto sarebbe un miracolo anche se la cantasse un ragazzo in una qualsiasi sala prove. Come è un miracolo che tu e io siamo quà a parlare o che io a quarantasei anni vada ancora in giro a suonare ed abbia ancora delle idee come uomo e come musicista. Per me è tutto stupore, credimi. Per il resto, io scrivo canzoni in Italia e le scrivo con quello che sento proprio perchè vivo qui. Non è tanto un discorso stilistico. Noi italiani abbiamo una complessità che deriva dal fatto che questo è un Paese colonizzato da sempre e che nei rari casi di coraggio, ha dovuto usare l'autodeterminazione come forza personale. Penso quindi che l'autodeterminazione di un Tenco o di un De Gregori o di un Endrigo alla fine sia in qualche maniera vicina alla mia.

Hai un metodo, o comunque c'è una modalità ricorrente con cui componi e incidi la tua musica?

Ultimamente l'idea è quella di scrivere la musica e poi di aggiungere le parole. La cosa bella di questo disco è che alla scrittura hanno partecipato anche gli altri musicisti, da Guglielmo Ridolfi ad Andrea Franchi. Un allargamento che è anche una bella deresponsabilizzazione per me. Quello che ho fatto io è stato formare un contenitore. E in base a quello abbiamo scritto tutti cercando di scegliere le cose più significative. Cose che andassero a costituire un disco in qualche modo cronologico, che parlasse dell'individuo nel tempo. Fino ad arrivare all'ipotesi di un individuo futuro legato magari a una sobrietà esistenziale lontana dalla glorificazione dell'apparenza che ci ha caratterizzati fino ad ora. Un'esistenza che non dia per scontata l'esistenza stessa e il valore dell'altro.

Paolo Benvegnù
2010

Il rock italiano ha fornito molti epigoni di Marlene Kuntz e Afterhours, ma si fa fatica a trovare qualcosa di paragonabile agli Scisma. Colpa della tua ex band, dal linguaggio troppo periodizzato o complesso, oppure è la nostra scena che non ha saputo - non sa - osare abbastanza?

I Marlene Kuntz e gli Afterhours sono stati qualcosa di davvero importante, probabilmente più degli Scisma. Scisma che alla fine sono stati un gruppo che soprattutto agli inizi ha fatto i suoi compromessi e forse non ha osato fino in fondo, pur cercando di produrre buona musica. Detto questo credo che per chi suona oggi l'unica maniera per farcela sia proprio osare, cercando di arrivare ai limiti della propria creatività e della propria immaginazione.

E' in corso una fioritura di spazi dedicati al rock, soprattutto in determinate zone (in Emilia, ad esempio). Altrove, invece, pare che regni la consueta desolazione. Dal tuo punto di vista, com'è suonare dal vivo in Italia?

Suonare in Italia e bellissimo. E lo è perchè in ogni città percepisci una grande diversità che è molto legata all'indole delle persone che ci abitano. E' la complessità di cui ti parlavo prima. Se suoni a Cuneo o se suoni a Palermo ti trovi davvero in due situazioni completamente diverse, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della risposta del pubblico. Personalmente io preferisco i posti in cui riesci a percepire di essere ben voluto, al di la del fatto strettamente tecnico, forse perchè sono in generale un uomo che cerca accoglienza e che al tempo stesso spera di riuscire a darne. La presenza o meno di spazi in cui suonare credo che sia importante anche per i gruppi giovani, che in questa maniera si sentono motivati a formare nuove esperienze e ad esprimersi.

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