I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 02 Febbraio 2011

Venua, Quintetto Zizkov, Hyaena Reading, Multicolor, Le fragole, Flowers of Hiroshima, Synsoma, Io ho sempre voglia

Re-boot #12

Ecco a voi una bella misticanza di metà inverno. Dal folk-blues al dream-pop passando per psichedelia jazzata e disco-funk. Di tutto. Da tutto lo Stivale. Ed oltre.
Venua
2010

Il Quintetto Zizkov opera nel bresciano ed esordisce con un ep omonimo (Kandinsky/Bandsyndicate, 6.9/10) nel quale tenta un ibrido azzardo tra jazz, latin e surf, l'aria un po' così da soundtrack poliziesca, il film proiettato ora in un club ovviamente fumoso e un po' rancido (See... La police!) oppure nella balera dei sogni perduti (Acapulco). Due chitarre, il basso, saxofoni e batteria. Tra Calibro 35, Morphine e Calexico, sintonizzando frequenze più opache che ruspanti, battagliere senza clamore aggratis. Non so se è una strategia commercialmente vincente, però se la cavano assai.

Quartetto romano di rock riflessivo/combattivo, gli Hyaena Reading. Questo In Movimento (autoproduzione, 6.7/10), ep d'esordio disponibile in free download sul sito di Sub Terra label, ricorda le modalità narrative di Massimo Volume e Offlaga Disco Pax però ricondotte sui sentieri d'un folk-blues tra il basale e l'industriale (Acciaio), strattonato punk-wave (Al calore dell'alba) e in qualche modo balcanico (In movimento). Non un rifarsi supino ai modelli citati insomma, anzi uno smarcarsi programmatico che in qualche modo significa superamento e individuazione d'un percorso proprio. Interessanti e forse anche qualcosa di più.

Mirabile l'opera di sintesi dei cosentini Multicolor, capaci di conciliare in First Spaceship On Venus (autoproduzione, 7.0/10) un immaginario grafico che sa di sci-fi anni sessanta e certa psichedelia contaminata. Sei tracce in bilico tra jazz e Grateful Dead, Flaming Lips e Pink Floyd, con un cantato Big Star e qualche accenno al post-rock che impressionano per omogeneità e qualità nella scrittura. Tanto da far convivere senza alcun problema stimoli all'apparenza inconciliabili, come il crooning sudamericano di Venus e le narcosi di scuola Alice in Chains di Upset, il folk crimsoniano di Reflex e i Black Rebel Motorcycle Club traviati dall'indie americano anni Novanta di Netherworld. Per un disco d'esordio multicolor, come da ragione sociale.

Naturale prosieguo del precedente La piccola enciclopedia del bosco Vol.1, il qui presente Vol.2 (autoproduzione, 6.5/10) vorrebbe ribadire le buone potenzialità de Le Fragole, pop-rock melodico di quartiere da Borgo Panigale (BO). A certificare lo spessore della band, un campionario di stili che va dall'easy listening anni Sessanta (Indeciso) al brit-pop (La mia via), da Ivan Graziani (E il sole splende anche per me) ai Belle & Sebastian (Superman), da Luca Carboni (Ragazzi di sobborgo) a Tricarico (Domenica). Proposta di confine tra indie-rock e pop a larga diffusione, la musica dei Le Fragole ha la mirabile capacità di unire ingenuità e buona creatività, riuscendo a ritagliarsi una piccola porzione di universo a propria immagine e somiglianza.

Il nome a suggerire una fragilità resistente, sulla scorta di canzoni come ricami acustici nel vento di una landa desolata. L'ex Venere di Vetro Roberto Lucido alias Flowers of Hiroshima imbastisce canzoni auspicando dei Kings Of Convenience onirici o un Jeff Buckley in ossessione dream-pop. Delicati e penetranti (Passing Clouds) o affetti da un'ipnosi leggera prima di un'esplosione trattenuta (Dust) i quattro brani dell'omonimo ep d'esordio (Revolutionary Boy Records, 6.7/10) non cercano nient'altro che qualche tocco di glockenspiel ad accompagnare la chitarra, mentre la voce lavora su delay in espansione nel vuoto. L'impronta di FoH è già distinguibile, serve però uno scatto di scrittura.
Sono uno abitudinario” cantavano gli Elio qualche anno fa con spirito da fenomenologi nell'elencare le intime manie di ciascuno di noi.

I bergamaschi Venua declinano il medesimo intento rivolgendolo però ad una socialità sempre più afflitta da nevrosi e insicurezze radicali ne Gli abitudinari (Libellula, 7.0/10). Con Marco Fasolo (Jennifer Gentle) e Paolo Pischedda (Marta sui Tubi) ai comandi, azzardano una decina di episodi in mood analogico, fra chitarre surf, richiami funk, vitamine beat e un'attitudine alle smussature pop cui fanno da rinforzo una serie di chitarre secche e citazioniste come si conviene. Gli apici sono una Buon compleanno con le sue vertebre funk-dance e una title-track in fuga psych, ma tutto il disco è piacevole per carburata leggerezza e critica pungente senza moralismi.

Freschi, sbarazzini e ironici, i baresi (da Monopoli) Io ho sempre voglia con l’omonimo (autoprodotto, 7.1/10) si cimentano nei territori assai scivolosi del pop-rock, con una piuttosto buona verve di testi in italiano. Musiche e testi sono composti da Vittorio Nacci, studi da Mogol, mentre parte della band ha una formazione classica. Si indovinano ispirazioni variegate, che vanno dal cantautorato italiano classico, a partire da Lucio Battisti, Rino Gaetano, fino a Max Gazzè e alle evidenti ascendenze beatlesiane e brit pop; il tutto con un disincanto e una freschezza che fanno di questo loro primo album un prodotto godibile e consistente. Se sapranno capitalizzare questo potenziale il seguito sarà senz’altro da non perdere.

Ed eccoci infine ai Synsoma dalla Svizzera italiana e trapiantati a Losanna. Stomach (6.8/10) è il loro secondo opus dopo un primo EP pubblicato nel 2007. Si muovono su territori indie rock con influenze che vanno dallo stoner alla psichedelica ’70 di matrice Pink Floyd e King Crimson, fino alla musica italiana di Marlene Kunz e Afterhours, con cantato tra inglese e italiano. Qua e là ascendenze Radiohead e voglia di suite mischata alla forma canzone.

copertina pdf #91