C’è una componente rituale e mistica, sia nel disco che in sede live. C’è un significato ancestrale nella nostra musica che è qualcosa che ti permette di entrare in contatto con un’altra dimensione.
Ce lo aspettavamo diverso Black Rainbow. Le avvisaglie ci facevano propendere per un disco nero pece, tribale, massicciamente noisy e disturbante: DNA, l’embrione del comeback sotto forma di mini album, rimandava a suoni da dancehall del dopo-bomba tanto erano caliginose le atmosfere da rave post-nucleare, mentre il teaser promozionale circolato online come apripista dell’album metteva in scena una sorta di primitivismo tribaloide e weird, quasi si trattasse di un rituale atavico messo in scena da tre druidi incappucciati e impazziti.
Il sophomore del trio bresciano (Giovanni Ferliga e Francesco D'Abbraccio a synth e chitarre e Dario Dassenno alla batteria) si presenta invece come un vero e proprio prisma multicolor di musiche elettroniche in espansione. Vario e screziato nelle forme, eterogeneo nei risultati, mette in scena un concentrato di elettrock moderno, potente ed eclettico, capace di risemantizzare le elettroniche degli ultimi vent’anni in maniera personale e coesa. Non un monolite come era lecito attendersi, ma una struttura imponente e mobile che condensa l’atteggiamento cerebrale e meccanico dell’elettronica con quello muscolare e fisico d’ascendenza rock. Musica oscuramente ballabile e perversamente groovey, dal battito talmente profondo che si fa ipnosi al limite del ritualistico. Ci piace pensare alla nostra musica come psichedelica – confermano i tre all’unisono –ma sempre mescolata ad attitudine più fisica, perché anche muoverti, ballare ti porta in un’altra dimensione. Ecco, dall’unione di queste cose nasce la nostra esperienza sonora.
Di questa sorta di psichedelia post-electro (o viceversa) è evidente dimostrazione l’artwork curato da Francesco D’Abbraccio: una esplosione di luci e colori su sfondo scuro che si fa galassia in espansione. Un vero e proprio arcobaleno virato al nero che ha una storia particolare. Ho lavorato all’artwork mentre eravamo in studio a registrare il disco – conferma lo stesso autore –poiché ci piace seguire tutti gli aspetti della produzione del disco, dalla registrazione al prodotto finito. Prima di entrare in studio avevamo in mente l'immagine di una luce nel buio e ho costruito un prisma in plexiglass arcobaleno, per poi illuminarlo dall'interno e fotografarlo in uno scenario molto lugubre (il giardino di una grande casa abbandonata). L'effetto era molto strano, ricordava le atmosfere di "The Road". Man mano che il disco veniva fuori, però, ci accorgevamo che era molto più “esplosivo” e colorato di quanto avessimo pensato e che forse l'immagine del prisma coglieva solo alcuni aspetti della musica. Ho cominciato a fotografare i fumogeni colorati di notte, sotto la pioggia, con flash e generatore. È sembrata da subito una immagine più adatta e spontanea.
Black Rainbow sembra prendere il sopravvento sui suoi propri autori, configurandosi come una vera e propria esplosione di suoni e suggestioni dall’elettronica degli ultimi venti anni tutta: passaggi ambient e atmosfere da hauntology, squarci dubstep e virate idm, cadenze da trip-hop gotico e witch-house ectoplasmica si alternano e convivono in un unico percorso formativo per electro-addicted. Ormai quasi tutta la musica interessante ha a che fare con l’elettronica, esordiscono i tre, noi siamo cresciuti con elettronica ed è normale che si senta. Personalmente – prosegue Giovanni – uno degli eventi che mi hanno segnato come musicista è stato un live di Aphex Twin: esperienza piuttosto intensa, che non ricordo mi sia mai successa con un gruppo rock. Considera però che ascoltiamo poca musica, abbiamo ascoltato sempre meno musica ultimamente perché siamo presi col concetto nostro e non ci interessa tanto riuscire a rientrare in un genere, essere incasellati.
C’è una rivendicazione forte nelle musiche degli Aucan. Scegliere la varietà formale ancorandosi a una precisa filosofia. Abbiamo deciso di NON diventare un gruppo di genere: né math, né rock, né electro. Anche da questo nasce il concetto dell’arcobaleno: cercare di inserire, di mettere in gioco più elementi possibili e far sì che dall’unione di tutti questi elementi anche eterogenei uscisse qualcosa di nuovo.
Le parole di Francesco confermano l'assunto: Il disco è il tentativo di far sì che quello che era Black Rainbow e gli Aucan al momento della registrazione del disco non fosse tanto legato ad un determinato tipo di musica, ma a qualcosa che emergeva a prescindere dal tipo di musica. Una filosofia legata però anche a elementi formali che renda riconoscibile quello che stiamo facendo a prescindere se stiamo facendo un pezzo ambient o se stiamo facendo un pezzo con la cassa dubstep o un pezzo strumentale.
L’imprinting comune, sia esso filtro, matrice o semplice atmosfera, è evidente in tutti i brani: segna quel prisma iridescente di influenze e rimandi e fa del terzetto bresciano una vera mosca bianca in una scena elettronica italiana povera o legata a schemi passati (Il dubstep è l’unica ondata di freschezza degli ultimi anni, ma in Italia siamo ancora ancorati alla house). L’estetica di riferimento possiede una matrice dubstep, oscura e esoterica; l’orizzonte oltre il quale si guarda è quello made in England, vera mecca per l’electro e modello ispirativo per molti che si cimentano a trafficare con beats e ritmi. Eppure i tre rivendicano la natura “di gruppo” del progetto Aucan: Ovvio, c’è la passione per il fenomeno del dubstep, uscito fuori in questi ultimi anni, ma non abbiamo deciso di suonare come un progetto dubstep. Non abbiamo fatto un disco dubstep perché noi siamo un gruppo, un gruppo che suona e non una produzione elettronica, anche se il disco è fatto con le modalità delle produzioni elettroniche (il mastering è opera del guru del dubstep Matt Colton, nda). Considera Black Rainbow come un ibrido, perché è un disco electro ma frutto di una band. E di una band che funziona dal vivo, perché è la dimensione live che ci ha fatto crescere, che ci ha dato un seguito.
C’è un senso del rock potente che vibra sotto la coltre elettronica già evidente nei solchi e nella cover dell'omonimo, Aucan, in quei vinili spezzati che frantumavano barriere e confini. Abbiamo iniziato a suonare a inizio 2000 io (Giovanni Ferliga, nda)e Dario per fare math-rock strumentale, alla Don Caballero e tutta quell’ondata lì. Poi l’evoluzione è venuta naturale: ho comprato il primo synth, abbiamo cominciato a fare cose più elettroniche e quando anche Francesco ha preso un synth abbiamo fatto il primo degli Aucan. Che è già qualcosa di altro rispetto a ciò che facevamo in precedenza. È un ibrido, influenzato dai Battles ma pur sempre con cose nostre. La maturazione avviene con il citato ep DNA, in cui il suono vira verso l’electro più drogata e oscura, l’approccio rock si stravolge, l’orizzonte generale si incupisce. Una cattedrale di suoni scurissimi e synthetici come un party post-mortem. DNA è l’embrione di Black Rainbow. I due dischi sono quasi incollati l’uno all’altro tanto che nella versione in doppio vinile in uscita per Tannen c’è un pezzo dell’ep riregistrato e rivisto (l’uscita europea sarà targata AfricanTape, quella giapponese per Stiffslack, nda).
Gli Aucan di Black Rainbow mantengono molto di quelle origini rock, seppur trasfigurate e assorbite nel particolare insieme sonoro dell’album: Restano sicuramente certe atmosfere, un approccio materico, la ritualità, che la musica sia esperienza psichedelica…poi il fatto che dal vivo pestiamo di brutto. A testimoniare l'importanza della dimensione live per i bresciani ci sono i cinque tour esteri, la partecipazione a festival europei come l’Eurosonic olandese d’inizio anno e un seguito crescente che supera i confini italiani. In quella sede emerge la carica rock: la trascendenza trance-oriented sembra impossessarsi dei tre druidi incappucciati e il dancehall si trasforma in un sabba post-industriale. La sezione ritmica è il punto di snodo, un panzer cadenzato e mobile. Fondamentale è l’apporto della batteria di Dario, un vero e proprio metronomo dall'approccio fisico e digitale: Il drum-kit si è evoluto anch’esso col nostro suono. Ora è un ibrido tra batteria acustica e elettronica in cui ho eliminato un tom sostituendolo con dei pad elettronici aggiunti da suonare in contemporanea col rullante. Questo per sommare due suoni in tempo reale e creare un ibrido ancora più profondo. Anche i pezzi acustici saranno triggerati per arrivare ad un suono più stratificato e pieno.La potenza di fuoco che i tre sprigionano live è ben catturata su disco dal lavoro dietro la consolle di Giovanni Ferliga. Un lavoro professionale e maniacale, attento ai dettagli che si stratificano nelle complesse strutture dei brani. Il disco ha avuto una gestazione lunga: abbiamo registrato tre volte in ambienti e ambiti completamente diversi: la nostra sala prove qui a Brescia, poi in montagna in un ritiro solitario in un paesino di 70 abitanti sulle Alpi, per registrarlo una seconda volta, infine in studio in Francia per la versione definitiva. Il disco si è manifestato da solo, si è imposto su di noi per certi versi. Ci siamo ritrovati che una volta finito non era come l’avevamo concepito un anno fa, nemmeno come l’idea che avevamo del disco stesso. Una cosa completamente nuova e spiazzante anche per noi.
Ibrido di carne e metallo, analogico e digitale, rock ed elettronica, Aucan è il Tetsuo del terzo millennio, The shape of electro to come, parafrasando Coleman e Refused. Una catarsi tra un rock che-non-è-più-rock e quelle elettroniche che sono il vero liquido amniotico di una manciata di giovani band nostrane. Aucan, Everybody Tesla, Gr3ta, Fauve! Gegen A Rhino tanto per fare nomi, ognuno con la propria sensibilità e peculiarità si muovono senza più confini tra corde e pulsanti, distorsori e manopole. Annientano la dicotomia insuperabile del secolo scorso e aprono nuovi stimolanti orizzonti, illuminati da un arcobaleno nero. Quello degli Aucan.
Scheda: Aucan
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