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Pubblicazione 01 Aprile 2007

Art Of Fighting

Quiet oceanic slowness

Art Of Fighting, ovvero l’arte del combattimento. Ma interno, intimo, privato. Una specie di lotta al contrario: delicata, solitaria e senza difese. Una struggente deriva oceanica sulle coordinate dei Red House Painters, di Jeff Buckley e del migliore pop chitarristico inglese.
Art Of Fighting
2007

È il booklet del loro secondo album Second Storey, con quelle palafitte nell’oceano, che forse ci ha suggerito l’immagine dell’acqua, di quel lento ondeggiare sinusoidale. Ma non solo: è proprio la musica degli Art Of Fighting a evocare di per sé l’oceano. La loro formula stilistica tanto struggente quanto rilassante culla come un’onda lunga. Dopo aver salpato da Melbourne, Australia, la loro è una navigazione in oceano aperto: lenta, rispettosa e calma. Immune da ogni tempesta e perturbazione. Ma, attenzione, la traversata è solitaria e improvvisata: bisogna seguire le stelle per orientarsi. Efemeridi di un universo fatto di slow-core e di fluorescenze pop. Non a caso, infatti, la stella-guida alla quale i Nostri fanno riferimento è proprio quella dei Red House Painters. Ma non solo, il baluginare intermittente di Jeff Buckley e quello più tenue dei Coldplay, sui quali gli Art Of Fighting dirigono il timone, sembrano alleggerire un poco quella drammaticità propria della band di Mark Kozelek. Proprio qui, infatti, risiede il merito del combo australiano: quel giusto dosare atmosfere solari e consolatorie a quelle più cupe e solitarie, sulle quali muove la loro sezione strumentale. Infatti, di questa rivisitazione pop dello slow-core, il merito è da conferire soltanto alle leggere traiettorie vocali che il cantante riesce a far planare dolcemente su quel dilatato contesto musicale, fatto di trame chitarristiche in crescendo e struggenti note di piano. Ciò che ne scaturisce sono delicate canzoni senza tempo che, nonostante facciano della lentezza il loro principio esistenziale, si infilano sottopelle inesorabilmente. Che, a dispetto del nome della band, rappresentano la più palese negazione del combattimento, inteso nella sua accezione comune. Ma se conflitto deve esserci sicuramente è interiore: rivolto malinconicamente verso l’interno. Formati nel 1997 gli Art Of Fighting, dopo un paio di EP, completano la loro definitiva line-up nel 2000. Iniziano così i preparativi per questa lenta e rilassante navigazione in oceano aperto senza meta alcuna. 

Il varo della loro imbarcazione avviene nel 2001 con la pubblicazione del loro primo album Wires (Trifekta). Mai cerimonia iniziatica fu più fortunata. Infatti il loro esordio valse loro il premio come miglior album alternativo agli Australian Record Industry Awards 2001. In questo loro debutto risiedono abbozzate già tutte le loro peculiarità stilistiche. Il passo di queste undici canzoni è quello tipico dello slow-core, però sono già evidenti anche richiami a Jeff Buckley (forse anche troppo marcati, sul limite del plagio, in Moonlight) e a quel pop chitarristico inglese tipico di etichette come Sarah Records e 4AD. L’album viene distribuito in netto ritardo nel resto del mondo (Stati Uniti, Germania, Giappone e Taiwan), ma il tour europeo che ne è seguito ha catturato l’attenzione di Simon Raymonde (ex-Cocteau Twins), boss della Bella Union label, che decise così di occuparsi della distribuzione europea del loro secondo album. (6.5/10)

Così nel 2004 prende vita Second Storey (Trifekta / Bella Union), l’album consacratore dell’avvenuta maturità stilistica degli Art Of Fighting. La loro proposta musicale, ora molto più curata e dettagliata, scava decisamente in profondità, ammalia con canzoni memorabili e stupisce per la carica emozionale che i Nostri riescono a conferire a ogni singolo passaggio. Ovviamente, il contesto su cui muovono è sempre lo stesso del loro esordio, ma qui è la componente vocale a raggiungere picchi emotivi altissimi. I nomi dei riferimenti che vengono evocati sono tutti di alta caratura: Radiohead, R.E.M. e gli onnipresenti Buckley e Red House Painters. La bellissima Break For Me, la struggente Busted, Broken, Forgotten e la sospesa Two Riversrappresentano gli episodi più riusciti dell’album, se non addirittura dell’intera loro discografia. Canzoni che se fossero state contenute negli album degli artisti succitati avrebbero fatto gridare al miracolo. Invece, essendo scritte da questa nostalgici navigatori senza meta, restano sospese sopra la superficie dell’oceano come quella nostalgica foschia mattutina. Infatti, nonostante una distribuzione europea (sempre in ritardo rispetto all’uscita in madre patria), questo album è rimasto oggetto soltanto di pochi intimi.  (7.8/10)

La meta del loro percorso oceanico è ancora celata; ma il loro ultimo album, Runaways, sembra darci una romantica chiave di lettura. Noi saremo lì, dove l’oceano incontra la terra, la sabbia, pronti a raccogliere nuovi, preziosi tesori.

copertina pdf #91