L'anno scorso, proprio di questi tempi, scommettevamo su un nome conosciuto giusto da una ristretta cerchia di appassionati. Un personaggio interessante, dalla personalità forte, bizzarro il giusto, inizialmente anche abbastanza misterioso. Ma soprattutto un disco che era un bellissimo esordio, con tante frecce al proprio arco e particolarmente la possibilità essere apprezzato da tanti ascoltatori diversi: chi veniva dall'hip hop e chi dall'elettronica, chi ascoltava rock e specialmente psych rock Sessanta (e chi cercava nuove forme di psichedelia lo-fi), chi cercava il soul e il blues, chi orecchiava il reggae, chi era interessato agli esotismi e ai terzomondismi madlibiani e così via. Quel nome lo avevamo scoperto tra i solchi di Los Angeles di Flying Lotus, a cantare sulla bellissima conclusiva Testament, e per il suo falsetto impolverato lo avevamo scambiato addirittura per una vocalist miagolosa, forse un po' arrochita dal tempo o dalle sigarette. Stiamo parlando ovviamente di Sumach Valentine aka Gonjasufi. Avevamo scommesso bene.
Mutatis mutandis, James Blake potrebbe essere il nostro Sufi per il 2011. I parallelismi ci sono tutti: debutto sulla lunga distanza, tanto hype, tanta qualità, personaggio altrettanto - e anzi, anche più - all purposes, con quel taglio di revisionismo futuristico della tradizione molto amato dai nuovi cataloghi Warp e Hyperdub, tanto che ce li immaginiamo perfettamente uno Steve Beckett o uno Steve Goodman (Kode9) che si mangiano le mani. James poi può contare su un appeal, tanto di immagine (giovanissimo, quasi efebico, biondo e occhi cerulei, ciuffo che forse ammicca all'emo) quanto di scrittura musicale (canzoni, belle e romantiche) e quindi su sponsor non solo influenti (Pitchfork, per dire) ma anche massicciamente influenti (la BBC tutta), che lo spelacchiato Sufi si sarebbe sognato. E come e più di Sufi, James è al centro di una ragnatela di riferimenti, di pratiche, di mondi musicali che sempre più dialogano tra loro, si scambiano elementi, si confondono, si sovrappongono. Doveroso approfondire e ragionarci sopra.
James è nato il 26 settembre 1988 a Enfield, il distretto più a nord di Londra, da padre musicista (chitarrista con trascorsi, pare, anche al fianco di Leo Sayer) e madre grafica pubblicitaria di un certo successo. Figlio unico. Spronato dal padre, James ci prova con la chitarra, ma non imbrocca, e a sei anni comincia a pasticciare con il piano (e a cantare). A quindici avrà già completato tutti i gradi del cursus istituzionale, anche se non si considererà mai un virtuoso. Cresce a pane e classica (Bach), jazz (Art Tatum, Erol Garner) e funk-soul americano (Stevie Wonder, Sly & The Family Stone, ma anche D'Angelo). Le superiori le fa alla Latymer, una grammar school molto selettiva e molto attenta agli studenti musicalmente dotati, dove James esplora l'improvvisazione sullo strumento. E' in questi anni che comincia a registrare musica nella propria cameretta, solo piano & voce. Il passaggio tra liceo (si diploma nel 2007) e università è cruciale: scopre l'elettronica ("prima di allora non la consideravo musica seria, sentivo dire dance e pensavo solo a certa brutta trance") e il dubstep in particolare. Durante una serata in un club, il FWD>>, James ascolta Haunted, un pezzo di Coki (metà Digital Mystikz): è una folgorazione, il punto di non ritorno. James parla dell'episodio con gli stessi toni epifanici con cui nel biopic su Ray Charles viene descritto il momento in cui intimano al musicista, ancora diamante grezzo, di smetterla di scimmiottare Nat King Cole e seguire la propria strada. La strada di James è il dubstep. Si tuffa a pesce nella scena di East London e contemporaneamente si iscrive alla Goldsmiths per studiare popular music (con lecturer importanti come il fondatore della disciplina, Richard Middleton).
James si mette a produrre e i suoi primi pezzi cominciano a girare nelle feste universitarie (nell'epicentrico FWD>> e al Mass). Il tocco evidentemente c'è ed è speciale perché tempo niente il ragazzo si trova sotto contratto per la Hemlock di Untold, non proprio il primo arrivato, per la quale esce il debutto su 12" pollici, Air & Lack Thereof (due pezzi, luglio 2009). Da qui in avanti l'escalation è sorprendente, praticamente esponenziale. Il vinile finisce sul bancone di Gilles Peterson, che lo passa e invita James a realizzare un mix per la sua trasmissione (mix che conterrà una esclusiva targata Mount Kimbie, con i quali ha intanto stretto sodalizio, diventando in pratica loro membro aggiunto nei live). L'hype cresce e viene alimentanto anche dai remix che il nostro realizza a nome proprio (Kimbie e Untold in prima linea) e sotto il moniker Harmonimix (dal nome della casa produttrice di Guitar Hero), rivelando ascolti blackofili (Lil Wayne, Snoop Dogg, Destiny's Child, Madlib/Quasimoto, Outkast) e una vena giocosa e deformante forse inaspettati. L'anno accademico 2009-2010 è l'ultimo per James, che termina gli studi e si trasferisce a Deptford, sulla riva sud del Tamigi, più vicino al cuore pulsante della scena. Il 2010 vede così l'uscita di una messe di piccole e piccolissime produzioni, dalla circolazione fisica limitata per lo più alla sola Inghilterra, tutti materiali ottimi e tutti ottimamente accolti dalla critica di settore: Pembroke (marzo; collaborazione con il producer Airhead, due pezzi, sulla Braimath che ospita anche cose di Zomby e dello stesso Untold); Bells Sketch (sempre marzo; tre pezzi, su Hessle Audio); Cmyk EP (giugno; quattro pezzi, sulla belga R&S); Klavierwerke EP (ottobre; quattro pezzi, sempre su R&S). Durante tutto l'anno, James registra quello che sarà l'omonimo album di debutto.
A fine dicembre, la BBC rende nota la sua Sound Of..., la poll con i musicisti più quotati per l'anno successivo, realizzata a partire dalle preferenze di centinaia tra critici, radiospeaker, blogger e addetti ai lavori. James è al secondo posto, subito dopo il fenomeno "new-songwriting" Jessie J e subito prima dei chitarrosi Vaccines, copertinati dal NME. Il singolo di lancio dell'album, una cover di Limit To Your Love di Feist descritta efficacemente come una "topography of an heartbreak" (pare però che tanto lei quanto Gonzales non abbiano gradito), uscita a novembre sulla neonata label del musicista, Atlas (sovvenzionata, pare, da una non meglio specificata major), sbanca su Radio 1. James Blake, l'album, esce il sette febbraio, con un taglio programmaticamente diverso - per quanto intuibile forse in prospettiva - da tutto quello fatto dal ragazzo finora.
James e il suo percorso, anche e soprattutto per la rapidità della loro evoluzione, sono davvero segno dei tempi, sono un paradigma: un'istantanea - come si dice, in movimento, e si veda la copertina - di una buona fetta del fare musica oggi e del fare la musica che ci interessa. Formatosi su uno strumento classico, tanto studiato in modo accademico quanto esplorato in maniera non convenzionale, ha poi scoperto il dubstep e si è messo a produrre dubstep, un dubstep filtrato dalla sensibilità di chi viene "dalla zona grigia tra classica e jazz". Perfettamente calato però nel nerdismo/autismo homie Duemila: tutti i suoi EP sono registrati a casa. Il suo lavoro come produttore, parabola forse già conclusa, sicuramente già matura, riflette questa poliradicalità e polidirezionalità, pur suonando unitario e sintetico, non eclettico, tanto da poter essere coerentemente inquadrato seguendo le pertinenze più diverse, tutte comunque valide, tanto sul versante delle elettroniche (glitch, ambient, trip hop) che della contemporanea (chamber) e della sperimentazione extra-colta (elettroacustica, field recordings).
Un percorso genuinamente e intensamente sperimentale, illuminato dal faro dubstep più sotto il profilo squisitamente estetico che delle specifiche produttive dettate dal genere. Ma è ancora dubstep quello di James? "Se la gente lo chiama dubstep, per me va benissimo, perché il dubstep ha in sé tutto quello che voglio: ritmo, sound design, emozione vera, tutto insieme, tutto nello stesso posto. Il dubstep mi ha aiutato ad avere una compresione più profonda della musica in generale e quindi di me stesso. E poi, per me, uno come Mala non fa 'dubstep', fa semplicemente della musica incredibile". Nell'arco di pochissimi pezzi, praticamente già canonizzati dalla critica, il suono di James si è affinato per sottrazione, si è fatto sempre più attento e misurato, più sottile, dalla naivete sperimentale dell'esordio patrocinato da Untold ("cercavo di emulare Coki e Mala, ma ovviamente non ero e non sono in grado, non potevo raggiungere i loro livelli di intensità, io non ho quel background UK bass"), al minimalismo dubstep e ai suoni quasi Dimliteani delle prove successive, fino al funksoul ectoplasmico, agli stop&go e al cut up vocale di Cmyk e alla perfezione formale, perfettamente inquadrata da un titolo algido e austero come Klavierwerke, degli esercizi di stile strumentali dell'ultimo EP (registrato con il microfono di un Macbook), lavoro molto più introspettivo e ancora più minimale di tutte le sue produzioni precedenti.
Con Klavierwerke EP, James ha portato alle estreme conseguenze quella wave post-dubstep declinata altrove e con diverse specificità dai compagni di banco Mount Kimbie, Darkstar e, in un contesto molto più pop, dagli xx dell'amico - sempre via cricca Kimbie - Jamie Smith. James è allora davvero un personaggio del post-dubstep, rappresenta davvero qualcosa che parte da per poter fare proprio e superare. Ha colto l'essenza di fondo del dubstep, ne ha colto lo spirito, quello che resta quando il dubstep non c'è più, il suo retrogusto finale, la sua eco, e l'ha messa al servizio di un mondo espressivo differente e realmente personale. "Con quest'ultima release non mi sono voluto mettere alla prova come produttore, ho più pensato a fare della musica bella, che mi sarebbe piaciuto ascoltare, che mi appartenesse di più. Quando finalmente uscirà il mio album vocale, avrà tutto più senso".
Durante il suo veloce apprendistato dubstep, James ha lentamente scoperto la propria voce come strumento espressivo, dapprima giocando a scomporla e ricomporla, modificarla e filtrarla (accanto a sample anche celebri, ma liofilizzati e resi irriconoscibili), fino alla decisione di "tornare a casa" (il suo background soul) con un album "decisamente diverso, un album vocale con produzioni elettroniche ma con la mia voce non-adulterata. Gli arrangiamenti saranno minimalisti e la produzione sarà al servizio del cantato, né più né meno". L'immersione nell'immaginario dubstep, nei suoi soundscape, persino nella grafica dei software di composizione (un approccio diversissimo rispetto a quello sul pianoforte), ne ha liberato il potenziale anche come autore di lyrics, compito nel quale James si sentiva originariamente inadeguato: "dopo aver (ri)scoperto di saper cantare, quelle sensazioni che prima cercavo cesellando il singolo suono, il singolo disturbo, la singola distorsione, ora cerco di renderle a parole. E vengono fuori come dei piccoli haiku". In I Never Learnt To Share James sussurra lo stesso verso solitario all'infinito: "My brother and my sister won't speak to me, but I don't blame them".
E' questo mood molto indicativo della visione che ha James dell'essere musicista e specialmente dell'essere un dj: una pratica solitaria, introspettiva, autoriflessiva, perfino egoista, perché mirata alla soddisfazione di sé, poco interessata alle vicende del mondo esterno. Anche James Blake è stato registrato "esattamente come è stato fatto a casa, nella mia camera. Ho rifiutato tutte le label che mi suggerivano di ri-registrarlo in studio con un vero produttore". Una pratica d'altra parte purificatrice, quasi ascetica: il fare musica come qualcosa di - laicamente - sacro. "Non sono una persona religiosa né tantomeno spirituale, ma mi rendo conto di essere irresistibilmente attratto dalla spiritualità disperata di D'Angelo e dal bisogno di redenzione di Lil Wayne, e di percepire come profondamente spirituale l'atmosfera che si respira in un club quando suoni, quando senti l'euforia di massa e tutti stanno provando quella stessa sensazione. Il club, nelle serate giuste, è un po' come una chiesa". Una chiesa dove si svolge un rito, con le sue fasi e le sue pause: "Spesso mentre suono mi piace staccare tutto e sentire il rumore del niente. Per questo scherzando dico di chiamarmi Dj Nothing. Ma il niente ovviamente non esiste e, se stacchi, senti il suono delle persone dentro il club. Ed è bellissimo. Una volta ho staccato all'improvviso e un tizio in quello stesso momento si è tirato su la lampo della giacca: quel rumore è finito in primissimo piano, è stato come sentire un gesso che cigolava sulla lavagna. Non funziona sempre, ma quando stacchi al momento giusto, è un momento magico, di forte empatia con il pubblico". Un culto delle pause e del silenzio perfettamente rispecchiato nei dischi del nostro, a richiamare consapevolmente le lezioni di Debussy ("la musica è nello spazio tra le note") e del Cage filosofo di 4'33".
Descritto dalla stampa UK come "una versione futuristica e soul del Moby di Play" (paragone interessante ma fantasioso), con la voce del nostro accostata a quella di una "Beth Gibbons immersa in una eco da cattedrale" (paragone questo molto più acconcio), James Blake espone la nuova piega evolutiva del percorso di questo ventiduenne londinese: un soul filtrato dalla sensibilità sonora del dubstep (e di un dubstep, come abbiamo visto, filtrato dalla sensibilità di uno che viene dalla classica e dal jazz). Così come Windowlicker, Super Collider, Jamie Lidell erano stati il soul del dopo-techno. James Blake è un cantautorato elettronico che guarda tanto a Bonnie "Prince" Billy, Joni Mitchell e Bon Iver quanto a Thom Yorke, Arthur Russell e Burial, capace di aggiornare e fare proprio uno strumento abusato e svilito come l'autotune, piegandolo alle proprie esigenze espressive, rendendolo - in una parola e finalmente - arty.
I primi di gennaio, James ha debuttato live, con la stessa - tutto sommato inaspettata - formazione a tre già vista alle promo session per la BBC, lui piano-voce-tastiere e due "vecchi compagni di scuola" alla chitarra e alla batteria elettronica. Un successone, bissato qualche giorno dopo con il set di spalla al blockbuster Plan B, alla fine del quale ha anche presentato un inedito, titolo Anti-war Dub (alla faccia dell'artista non-engagé rinchiuso nel proprio guscio). Aspettiamo la tua prossima mossa, James. James che adesso, e ne è perfettamente consapevole, sta come in un purgatorio, sull'orlo del successo commerciale, dopo aver sbancato tra la critica (sarà davvero lui, come titolano i soliti UK journals, il responsabile dell'ingresso a gamba tesa del "dubstep into mainstream"?), indeciso se "tutto quello che mi sta succedendo negli ultimi tempi sia il paradiso o l'inferno". In un limbo, avvolto dalle nebbie - sempre la copertina - di un guscio robotico che sublima in superficie, scoprendo subito sotto quel che può restare oggi di un caldo e umano nocciolo soul.
Scheda: James Blake
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









