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Pubblicazione 18 Gennaio 2011

manzOni

Dalla parte dei deboli

Da Piero Manzoni passando per Pascoli per raggiungere, soprattutto, gli affanni del grigio quotidiano. Un'intervista a più voci per raccontarvi la poetica manzOniana
manzOni
2010

"Io non so di Massimo Volume o de Le luci della centrale elettrica! So che piacciono, che tanti nelle loro liriche si riconoscono... non so se le nostre "parolesuoni" semplici siano altrettanto accattivanti quanto le loro."

Che i ManzOni fossero una realtà rara e nuova in Italia, per una capacità che diremmo selvaggia e immediata di unire alla prosa recitata un sound di natura varia e spesso imprevedibile, è stato subito chiaro a noi di SA. Abbiamo colto nella poetica del gruppo profonde attinenze autorali capaci di segnare la giusta e dovuta distanza con progetti apparentemente analoghi, e ne abbiamo ammirato il souno stratificato, tanto preciso quanto feroce e innovativo che non dimentica pagine intere di musica d'autore italiana. Accanto a una voce poetica alla Ciampi o alla Pelosi (E scrivo) e a un riaffiorare vago di Fossati (Scappi), ricontestualizzati in terreni anche lontani dai tradizionalismi della nostra canzone, troviamo una vocalità cupa, di un buio rigido, muoversi su un tessuto sonoro diviso tra noise e spazi tutti elettronici, rumorismi e campionamenti. La voglia di intraprendere, con una band a così tante facce, un discorso che andasse a indagare in modo quanto più possibile approfondito sui retroscena è stata quindi ineludibile.

"Sono tutti autori, quelli che citi, che noi ManzOni conosciamo e rispettiamo" sostiene Ummer Fregula, uno dei chitarristi, "ma che non sono stati punti di partenza espliciti come invece possono essere stati gruppi di cui ci nutriamo con maggior frequenza come Portishead, Mogwai, Arab Strap, Yo la tengo, Piano magic. Quanto al discorso di certi riferimenti ci tengo a dire che la voce di Gigi, il suo modo di intonarla, insomma il suo modo di esprimersi, sono sempre stati uguali, ancora prima, quando militava in progetti musicali precedenti a questo (ad esempio nei Maladives) che i Massimo Volume arrivassero a un successo "di massa" e che esplodesse il fenomeno Le luci della centrale elettrica, un modo di raccontare, il suo, che non si è mai granché modificato e che è sempre stato quello, scevro di riferimenti netti, che si può ascoltare sul nostro disco."

Gigi Tenca è colonna portante del gruppo, scrive liriche spesso strazianti e molto intimiste che vanno a unirsi a un gioco di suoni vario e stratificato, nato e messo a punto dal lavoro dei quattro chitarristi che lo affiancano nel progetto: il risultato è un suono che viaggia come scheggia impazzita capace di attingere allo stesso modo dal blues e dai Suicide  e in grado di non sacrificare le possibilità melodiche anche in una struttura dei brani così lontana dalla canzone pop italiana tradizionale.  "E' un lavoro di sintesi e trasformazione di suoni prodotti da strumenti diversi: loro usano le chitarre" dice Tenca, "io il mio corpo come cassa di risonanza, e la voce. Al contrario di quello che molti credono, la musica viene per prima e poi si scrivono le parole. Un chitarrista, uno dei quattro, porta un "giro" in sala prove e su quello si accordano i pensieri liberi del giorno trascritti con una penna bic su un foglio bianco. Le parole e i suoni si incontrano in diretta; a casa si aggiusta solamente e ci si occupa dei ritocchi. La magia però è tra le quattro mura di uno stanzino perso in campagna, nella nebbia o all'afa. Essendo il gruppo composto di quattro chitarre, più molti loop (quasi sempre di chitarra), la varietà e la gamma dei suoni utilizzati o potenzialmente utilizzabili, come potrai immaginare, è molto vasta. Va detto che comporre un pezzo con tutta questa varietà non è poi semplice come si possa immaginare". "In merito alle modalità compositive" dice Fregula, "si parte sempre da un giro di chitarra o da un loop che o Fiorenzo o Carlo o Emilio (gli altri tre chitarristi) propongono, per poi lavorare sulla struttura del pezzo scarnificando, togliendo, rendendolo quasi vuoto, riuscendo al contempo a coprire una vasta gamma di frequenze. Poi, se il pezzo lo richiede, Carlo o Fiorenzo, di solito, si siedono dietro ai tamburi".

Discorso a sé va poi fatto in merito al raro valore dei testi di Gigi Tenca che paiono essere piccole liriche che hanno scelto autonomamente la propria forma, la prosa, senza rinunciare a un innato status poetico che fa pensare dunque, di trovarsi davanti a un attento lettore di poesia: "La cultura costituisce parte dello sfondo, ma a noi interessa la "vita". Sì, si sono lette, tra gli altri, le poesie di Pascoli e di Sanguineti, che consideriamo maestri, i giganti sulle spalle dei quali si deve salire se si vuol riuscire a vedere qualcosa. Noi vogliamo parlare della vita a nostro modo, come la sentiamo. La poesia ha le sue regole, che non sono le nostre: le nostre canzoni sono composte da parole in musica e vogliono raccontare la vita, soprattutto dalla parte dei deboli. Parole semplici, che suonano insieme alle chitarre e che parlano dei deboli, del loro mondo, di noi... di chi è alla ricerca di una vita migliore... dell'amore ...della compagnia di qualcuno quando si vive in una periferia grigia. Ci sono, nelle nostre parole, le paure di tutti giorni: dei rospi, di essere pazzi, del buio, dell'ultimo giorno dell'anno che si prevede si passerà da soli! Non c'è, insomma, niente di nascosto o volutamente studiato in quei termini "immediati", che potrebbero essere quelli che ognuno di noi ha in mente, e che ognuno di noi potrebbe scrivere. Non c'è un modello e nessun rimando a significati altri, volutamente ermetici o d'effetto".

Certo è che, con un nome dai richiami intellettuali così forti è difficile pensare a un distacco da certi legami con la cultura italiana, un nome importante che rimanda a due snodi essenziali, ognuno nel proprio campo d'azione, si parla naturalmente di Alessandro Manzoni e di Piero Manzoni "La scelta del nome della band" ci racconta un altro chitarrista del gruppo, Fiorenzo Fuolega, "è stata abbastanza travagliata. Gigi ama molto l'arte contemporanea, e Piero Manzoni in particolare, con la sua attitudine provocatoria. La sua proposta di chiamarci manzOni (con quella “o” grande, come a indicare stupore davanti a un palloncino contenente “Fiato d'artista”), accettata nel tempo dal gruppo mediante una sorta di silenzio-assenso, ha via via abbandonato il suo riferimento iniziale. Ora “manzOni” è un nome “aperto”, in cui ciascuno può vedere i riferimenti che vuole: l'artista che ho appena citato, il celeberrimo scrittore ottocentesco, l'omonimo vino, o, ironicamente, qualcosa che ha a che fare con le stalle, i campi, la vita agreste... Tutte queste interpretazioni possono essere in qualche modo attinenti alla nostra musica. In definitiva: il significato del nome“manzOni” lo stabilisce, di volta in volta, chi ci ascolta".

manzOni
2010

La curiosità che ci vorremmo togliere quanto prima è dunque quella di ascoltarli live.

Scheda: manzOni

copertina pdf #91