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Pubblicazione 29 Gennaio 2011

Hanggai

Deserti, cavalli e chitarre

Genesi, vicende e prospettive culturali degli Hanggai, primi e fino ad oggi unici rappresentanti del country mongolico.
Hanggai
2010

La storia è più o meno sempre la stessa. Una cultura dominante, imposta in modi diversamente asfissianti a seconda del luogo e del tempo, con tutti i tipici effetti collaterali di sradicamento e spersonalizzazione al seguito. E qualcuno che, ostinatamente, torna alle radici, di solito compiendo un viaggio, o quantomeno un percorso di riappropriazione di qualcosa che è stato tolto ma la cui ombra permane; e che, inevitabilmente, diventa una rivendicazione d'esistenza, dunque politica per una volta in senso buono e onesto.

E' successo in Irlanda, è successo da noi al Sud come al Nord ben oltre il folklorismo più ignorante. Sta succedendo in Cina, sterminato calderone di etnie e culture che il regime definisce stato multietnico unitario ma che in realtà vorrebbe omologato ad un unico grande costume nazionale. Cinquantasei gruppi etnici riconosciuti sommati ad "clandestini", per lo più in migrazione dalle campagne povere alle città ricche: la maggioranza Han, poi Zhuang, Manchu, Uiguri, Tibetani e Mongoli. La genesi degli Hanggai parte da lì, dalle pianure del Gobi cui torna - nei primi anni zero - il leader del gruppo Yiliqi, mongolo d'origine nato in Cina e affascinato dal celebre throat singing di quelle zone. E nell'andirivieni tra Pechino e Ulan Bator, l'ex leader del gruppo punk cinese T9 incontra quelli che saranno gli altri tre membri mongolici del gruppo, a cui si aggiungeranno altri due musicisti di origine cinese.

E' così che gli Hanggai prendono la musica tradizionale mongola, il canto bitonale, il flauto tsuur, il morin khuur (o violino testa di cavallo, per la similitudine del suono con il nitrito equino), il tobshur (uno strumento a due corde da pizzicare) unendoli a chitarre, basso, batteria e banjo. Loro lo chiamano "China grass", forse per evitare d'introdurre la parola Mongol in un'autodefinizione buona soprattutto per la stampa (e dunque per il regime). Ma ascoltatelo: è bluegrass del Gobi, folk-punk desertico, country mongolico.

Il nome Hanggai suggerisce l'idealizzazione arcadica dei luoghi d'origine, fra praterie sconfinate, fiumi limpidi e cieli blu cobalto. La musica è nondimeno una mescola di tradizioni che s'innerivano una con l'altra, crogiolo dove il folk-rock occidentale trova linfa nuova nel sangue caldo di nuovi, giovani cavalieri e la tradizione mongolica allontana qualsiasi possibilità folkloristica tramite il legno scricchiolante delle chitarre e del banjo. Le canzoni riprendono, nell'impianto melodico e nelle liriche, i canti tradizionali, ma gli Hanggai dichiarano tra le influenze Pink Floyd, Radiohead, Rage Against The Machine e Neil Diamond; le liriche superano ben presto le tematiche pastorali e raccontano il disagio migratorio di uomini e donne abituati agli spazi aperti delle terre native e invece oggi costretti in megalopoli e fabbriche.

Il debutto discografico in questa parte di mondo è ad opera della World Music Network, che nel 2008 dedica agli Hanggai il capitolo centoundici della collana Introducing. Le dieci tracce di Introducing Hanggai (7.4) si aprono con la quantomai programmatica My Banjo and I, country saltellante e percussivo su cui si innesta l'inquieto morin khuur e il gutturale di Yiliqi, mentre la successiva Yekul song è una nenia fra l'indolenzito e il battagliero che all'orecchio occidentale diventa subito spleen gengiskhaniano. Discorso che vale anche per il capolavoro dell'intera raccolta, una Five Heroes aperta dal cinemascope di tsuur, morin khuur e più voci gutturali cui fa seguito l'incedere western di una chitarra morriconiana, il cantato muscoloso, (quella che pare) addirittura un'e-bow a stagliarsi sulla pianura e la chiusa in splendida, corale epicità. Scordatevi la Mongolia misticheggiante di Ferretti e compagni: gli Hanggai lavorano, lottano, e poi festeggiano con una Drinking Song alcolica che è occasione di baldoria in  esibizioni d'energia e precisione tecnica inarrivabili. Il gruppo si fa conoscere in Europa, gira i festival, arriva allo Womad e a Roskilde concedendosi anche una comparsata al metallaro Wacken e lo scorso anno a Italia Wave. Il feedback di pubblico e critica è sostanzioso, base ideale perché qualcuno – anzi Qualcuno – si accorga di loro.

He Who Travels Far (7.5) arriva quasi alla fine 2010 su World Connection/Earthbeat. E' la ferma rivendicazione di una cultura che sta scomparendo, a partire dalla lingua, con lo stesso Yiliqi a spiegare che lui - d'origine mongola ma nato in Cina - ha dovuto imparare da zero il proprio idioma nativo, schiacciato dal cinese mandarino senza il quale sopravvivere a Pechino e altrove è impossibile. La produzione è di quelle eccellenti, vedi alla voce Ken Stringfellow (R.E.M., Neil Young), l'uomo giusto che corregge un primo disco talvolta poco corposo e non sufficientemente rappresentativo della resa live. Ma è nei credits il Qualcuno di cui sopra: laddove vi sono possibilità nuove per una sei corde è difficile che manchi sua maestà Marc Ribot.

Il chitarrista di Newark mette mandolino e solo di elettrica sulla sincope blues di Dorov Moraril, undicesima traccia di diciassette con l'ombra lunga di Tom Waits a profilarsi. A pensarci bene, è una specie di chiusura del cerchio: difficile che le due entità si possano incontrare da qualche parte là nel deserto, più facile al tavolo di una bettola fra Pomona e Ulan Bator. Tuttavia, non è da ascrivere al fin troppo frequentato immaginario waitsiano l'orizzonte di un album che, a seconda degli episodi, sposta maggiormente il baricentro o sull'alveo molgolico o su quello folk-rock, con una vaga vicinanza ai Pogues e una generale capacità nel restare sé stessi.

L'innesto del nuovo vocalist Yalalata permette una maggiore variabilità nell'intreccio vocale sia per quanto riguarda il canto “normale” che quello di gola; da parte sua Stringfellow impasta e sigilla una serie di take registrate per lo più live in studio, distribuendo omogeneità di spessore e vigore a strumenti mongolici e occidentali, che è appunto ciò che serviva. Le canzoni poi fanno ovviamente il resto, e sono le migliori scritte fino ad oggi da questi araldi solitari del country mongolico. Vigorose e scalpitanti come cavalli selvaggi, distese e penetranti come vento sulla pianura. Soprattutto fiere, nel loro essere corda legata stretta ad una cultura da trattenere e non disperdere.

Scheda: Hanggai

copertina pdf #91