I False Friends sono una vecchia conoscenza di SA e sono anche pieni di difetti. Continuano a far uscire demo registrati malissimo (immaginiamo che i motivi siano di natura puramente economica), fanno un genere che l'indie lover di ultima generazione “sfancula” allegramente (rock chitarristico figlio dei primi Soft Boys - e quindi del Barrett più stoned -, degli Who e dei Pavement), non rientrano in nessuna scena modaiola (arrivano da Trento) e non posso nemmeno vantare un phisique du role alla Jim Morrison. Tuttavia il terzetto capitanato da Michele Bertamini è quanto di meglio si possa trovare in giro quando si tratta di conciliare psichedelia e immediatezza pop (QUELLA psichedelia e QUEL pop) in una sola soluzione. Only Rock Will Survive Us (autoprodotto, 6.7) lo dimostra ampiamente, a patto che non ci si fermi alla facciata un po' da bloc-notes pieno di scarabocchi e si tralasci qualsiasi preconcetto estetico, per indagare invece il parto creativo che sta dietro ai brani. Uno stile che, non lo nascondiamo, ci piacerebbe sentire per una volta disciplinato da uno studio di registrazione serio e da un produttore capace.
Melvins, Soundgarden, Nirvana, Alice In Chains: le influenze dei Codeina sono palesi. Quel che non è scontato, invece, è l'ottima scrittura che sta alla base del disco d'esordio della formazione lombarda Quore Hidalgo Picaresco (Vacation, 7.0). Un incrocio di chitarre heavy, bassi distorti e batteria che potremmo avvicinare in parte al lavoro dei Ruggine, in parte a quello di formazioni di simile provenienza geografica come i milanesi Grenouille. Hard-grunge urticante e fortemente contestualizzato, insomma, e il rischio in questi casi di dar vista a un replicante dei bei tempi che furono. I Codeina invece riescono nell'impresa di prescindere dagli eccessivi formalismi e di suonare “italiani” anche coperti da quintali di feedback. Un po' come accadeva – con le dovute differenze di genere - agli Afterhours del periodo Cocaine Head.
Una presenza nei credits di Bellezza dei Marlene Kuntz e la produzione di Rob Ellis fanno da sigillo qualitativo per l'esordio di Giulia Villari. La romana continua sulla scia di alcuni dei nomi al femminile prodotti dall'inglese (Marianne Faithfull, PJ Harvey soprattutto), con la stessa energia essenziale e la stessa indole rockeggiante. Dedicated to you, via Alanis Morisette, è la canzone che Elisa non scrive da un po', tuttavia i sei episodi di River (autoprodotto, 6.6) rimangono incollati ai nomi appena citati: più imprevedibilità per il futuro, ad alimentare una personalità bruciante.
Non meno bisognosi d'imprevisto eppure capaci di una maggiore tensione i senesi Malvachimica, che si giocano tutto su una scrittura solidamente rock e autoriale. Lo sguardo è rivolto ai novanta, con attenzione ma a distanza di sicurezza dai Verdena, il quid è nella fattura delle canzoni: d'intensità intercostale Parlo alle allodole, smussata e penetrante I vigneti, madida d'epica disincantata Lo zio d'america. Dipende dai giorni (Forears, 6.8) è un ottimo punto di partenza verso una maggiore unicità d'espressione, ma sempre tenendo la schiena così dritta.
Da Frosinone con fragore i tre Poptones c'impongono un ep omonimo (MiaCameretta Records, 7.0) nel quale si dilettano a mollare ceffoni indie-wave e lo-fi blues. Sono veementi e balzani, insidiosi ed arguti, covano un rumore stridente che addomesticano a morderti con un certo stile non privo di ubbie psicotiche. Clinic il riferimento irrinunciabile, ma anche qualcosa di Beck e Jon Spencer Blues Explosion. Più che gli ingredienti però sembra una questione di dosaggio, impasto e temperatura. Bravi.
Vengono invece da Forlì gli MMK, quartetto all'esordio con l'ep Four Means Rise (autoproduzione, 6.6) dicendo la loro sulla questione stoner, ovvero dilatandone gli estremi formali dal wave/punk all'hard-rock, nel tentativo di azzeccare un linguaggio progressivo e magari inedito. Ci riescono solo in parte, ma alla fine l'intruglio suona godibile. Ai ragazzi - tutti classe '87 - non manca la convinzione nei propri mezzi, ingrediente fondamentale in casi del genere. Così come l'impudenza che li fa azzardare trame complesse (Reflection, la title track) senza che somiglino a velleità. Certi assolo e stop and go di stampo metal stonano un po' nell'insieme, ma una volta lucidati intenti e obiettivi siamo (quasi) a posto.
Ancora una vecchia conoscenza di SA, Panta da Ferrara (già recensito in We Are Demo nel 2007) batterista che vanta una ormai abbastanza lunga carriera in gruppi hard rock. Si ripropone con il quarto lavoro, Kaaamosmasennus (Autoprodotto, 6.8), composto, arrangiato e prodotto dal medesimo, pop rock di matrice e lingua inglese, con influssi blues e hard rock, vagante psichedelia settanta Pink Floyd e metodicità brit pop anzi beatlesiana. Quest’ultima caratteristica è quella che contraddistingue e qualifica il disco, mai eccessivo, con arrangiamenti e soluzioni melodiche non scontate e una bella personalità.
Da Fano proviene invece Jolly Jolly Doowhacker, progetto che risale al 2009 e gira attorno a Stefano Gasparini, che poi si è trasferito in Australia, mantenendo comunque in Italia il gruppo. Si autodefiniscono “british pop post Blur Band” e la qualifica calza nel senso di un indie pop di derivazione bowiana-iggypoppiana oltre che del gruppo citato prima. L’omonimo esordio (Giuda L’Onesto Records, 6.8) si mantiene abbastanza nei confini del genere, presentando una varietà di colori e una melodicità di fondo ben amministrata. Promettenti.
Scheda: Panta, Giulia Villari, Malvachimica, Codeina, False Friends, MMK, Poptones, Jolly Jolly Doowhacker
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