Drop Out
Pubblicazione 20 Gennaio 2011

Il suono in cui vivremo

Il sistema alt-rock italiano negli anni dieci

Opportunità vs. catastrofe, legale vs. illegale, pirateria vs. nostalgia, apocalittici vs. integrati. Timori, entusiasmo, nostalgia, ipotesi e confusione: l'indie-rock ai tempi del post-web.
Baustelle
2010

La sindrome del grisù

Avete presente la storia dell'uccellino in gabbia nelle miniere di carbone? Ce lo portavano perché, prima che esistessero i moderni rilevatori, era il modo migliore per accorgersi della presenza del micidiale grisù. L'uccellino, grazie alla sua fragilità, moriva per primo. Smetteva di cantare e schiattava. I minatori avevano così qualche chances per cavarsela. Se fuggivano in tempo. Se niente andava storto.

Stavo raccogliendo le idee per buttare giù il presente articolo e mi è venuta in mente questa storia che non c'entra nulla, o forse sì. Mettiamo che la musica sia l'uccellino del caso, il nervo sensibile che lancia per primo (o tra i primi) l'allarme, quando la situazione inizia a precipitare. Ed il resto segue a ruota: cinema, tv, letteratura, informazione...Ok, è una visione romantica e perciò distorta, parziale. Del resto, siamo rockofili impenitenti. Tendiamo a mettere sempre la musica al centro e prima di tutto. A farne una questione vitale. Figuriamoci invece chi la musica la fa. Vedi le quasi contemporaneee e convergenti dichiarazioni di due pesi massimi del rock più o meno indipendente italiano: Cristiano Godano sul Mucchio Selvaggio e Francesco Bianconi sulla nostra webzine.

Il rocker di Cuneo, chiosando l'ultimo lavoro dei Marlene Kuntz, ha sostanzialmente condannato il free download che compulsivamente fa stivare negli hard disc pacchi di mp3 che non verranno mai ascoltati come dovrebbero e meriterebbero. Il leader dei Baustelle si colloca sulla stessa lunghezza d'onda, allargando il discorso ai social network fino a chiudere un'argomentazione che sa di condanna: "negli anni Novanta, prima che esistessero i nuovi mezzi di comunicazione, band come i Non Voglio Che Clara o Le Luci Della Centrale Elettrica sarebbero forse anche più famosi di adesso, anche senza il tam tam mediatico di internet. Voglio dire che tutto questo gran parlarne, questo circolare di informazioni serve, fa bene, ma non agli artisti. Sui blog e sui social network si parla molto di una band, ma questa, se vuole far uscire un disco, deve pagarselo coi propri soldi. I dischi venduti sono pari allo zero. Le etichette indipendenti chiudono.".

Entusiasmo e timori

Due uscite di questo tenore nel volgere di pochi giorni ci hanno, per così dire, insospettiti. Le coincidenze non sono mai davvero casuali. D'un tratto quei due musicisti ci sono sembrati gli esponenti di un mondo forse sul punto di evaporare, con nessuna intenzione di farlo senza combattere. Godano proveniente dai Novanta pre-internet; Bianconi dal giro di volta del millennio che tra un'esplosione e l'altra di bolle new economy ha visto il web propagarsi nel quotidiano: testimoni emblematici di una transizione che farà - sta già facendo - morti, feriti e prigionieri. Che stiamo vivendo, nella quale galleggiamo entusiasti e anche un po' intimoriti. Spaesati. All'alba degli anni dieci, augurandoci che non ci sarà bisogno di chiamarli "questi cazzo di anni dieci", ci siamo chiesti: di cosa stiamo davvero parlando? Possiamo fin da adesso ipotizzare una nuova situazione con codici e valori accettabili da tutte le parti in gioco?

Innanzitutto, a proposito di codici: con buona pace dei fautori del copyleft, il copyright è tutt'altro che in disarmo. L'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) si è mossa per tempo, promuovendo nel 1994 l'accordo TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights), tutt'ora in vigore, che vincola i paesi firmatari a tutelare le leggi sul copyright. Proprio così: da questo punto di vista, le multinazionali ebbero lo sguardo lungo e si pararono il culo per tempo. Le leggi ci sono, sono blindate, e qualificano come illegale il comportamento pressoché quotidiano di milioni di persone. E' questo che stiamo chiosando, l'inadeguatezza di una situazione che provoca dissidi a molti livelli: ideologici, morali, economici e - appunto, ovviamente - legali.

Però, gettando cuore e mente oltre l'ostacolo, è giusto fare il tentativo di guardare a ciò che accade per ciò che accade. Per come lo stiamo vivendo e come ci sta cambiando. Lo abbiamo fatto chiedendo in giro, a chi come noi lo sta vivendo sulla propria pelle ma da un'altra angolazione, quella degli "addetti ai lavori". Quella che si prende in faccia oneri, onori e tutti i ceffoni del caso.

Tra i musicisti regna la diversità di vedute. Questione - chissà - di retroterra, di scelte di vita, di aspettative. Enrico Molteni, bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, la butta sul nostalgico dichiarandosi "d’accordo con Bianconi, forse perché, come lui, ricordo bene com’era prima. Compravi un mensile ed imparavi ad avere fiducia in una firma. Ascoltavi alcuni programmi radio ed il giorno dopo ordinavi il disco in America. A scuola ci si passava i dischi sottobanco. Guardavi tanti video in tv alla ricerca di nuovi stimoli. Andavi ai concerti con una curiosità maggiore. C’era una preselezione, è vero, ma mi sembra di ricordare che fosse tutto più bello. La situazione attuale è molto eccitante, c’è una possibilità maggiore di arrivare alla gente, ma non ci sono più regole e a volte i nuovi successi sono solo fuochi di paglia. Sono uno di quelli che sostiene che Artic Monkeys avrebbero comunque avuto successo, anche nel 1987".

Uno spettro (vuoto) si aggira

Si stava meglio quando si stava meglio, insomma. Che è un po' il solco nel quale s'incanala il discorso di Fabio De Min dei Non voglio Che Clara: "da adolescente compravo i dischi e li ascoltavo fino a farmeli piacere, per la paura di aver buttato i soldi. Può sembrare sciocco e romantico oggi, ma era un processo che in fondo asseconda la natura del nostro cervello, che non può accontentarsi di un ascolto frettoloso ma ha bisogno di più tempo per relazionarsi con la novità. Oggi l'ascolto è distratto, superficiale proprio a causa della sua gratuità". Per quanto riguarda il download "selvaggio", ci va giù durissimo:  "è un po' lo spettro di quello che siamo diventati: dei contenitori vuoti, senza una vera coscienza critica, da riempire con informazioni spesso di dubbia importanza. Siamo la generazione del file under. Assomigliamo sempre più a degli hard disc, dove il materiale salvato non conta nulla se non si è capaci di risalire alla cartella che lo contiene".

Mentiremmo se sostenessimo di non esserci mai posti questioni simili. Ma non possiamo fare a meno di sentire un retrogusto d'idealizzazione del passato. La pratica degli ascolti ripetuti e approfonditi era una scelta o una costrizione? Probabilmente entrambe le cose. Ovvero: quanti dischi mediocri o pessimi ci siamo fatti piaciucchiare solo per mancanza di alternative? Chiunque stia leggendo queste righe con in tasca una carta d'identità che indica all'incirca i 40 anni, probabilmente ricorderà un amico o magari se stesso che rinunciava di buon grado a rifarsi il guardaroba o alle cene con gli amici per garantirsi i due o tre vinili settimanali. E poi, altrettanto cari anzi di più, i cd. La rinuncia era implicita nella passione. Ogni rockofilo sapeva di non poter accapararsi che un frammento dell'Eden, e a caro prezzo. Ma andava bene così perché era un sistema ad isole, ognuno faceva i conti col proprio immaginario, pasturato a riviste cartacee e rinvigorito dal confronto con quello degli amici compagni di merende rockettare.

Numero 6
2010

Oggi quel sistema è esploso. Fare parte di una comunità è una norma da cui è difficile esentarsi. Prima i forum e poi i social network hanno ritessuto la maglia delle relazioni interpersonali rendendola formidabilmente più complessa e potente. Questa appartenenza "virale" comporta un costante aggiornamento delle proprie conoscenze provocato dal feedback continuo tra gli "utenti". Da questa angolazione, il "download compulsivo" assume un aspetto diverso, senz'altro meno patologico. Puoi vederla come un'esperienza socializzante. Tu chiamala, se vuoi, cultura. Ed è anche una potentissima piattaforma promozionale, ovvio.

"Per un sacco di artisti alle prime armi la rete è una risorsa fondamentale, non è necessario che lo spieghi io in questa sede perché è un fatto evidente", sostiene Michele Bitossi dei Numero 6, fresco d'intervista su SA. "Sono convinto che, stando così le cose, sia importante che un progetto goda di diffusione anche gratuita se poi ciò porta gente ai tuoi concerti. Noi per esempio abbiamo avuto più di diecimila download gratuiti per l'ultimo ep. Non li baratterei certo con 2000 copie vendute nei negozi". E allora, le affermazioni di Godano e Bianconi? "Per quanto sulla carta possano essere condivisibili, nascono da presupposti forse un po' snobistici e arrivano dall'alto di una notorietà piuttosto consolidata data la quale, evidentemente, si può tranquillamente evitare di autopromuovere il proprio progetto usando la rete".

Sfigati e star

Il punto è proprio questo: la promozione. Parola chiave che scardina i lucchetti della raggiungibilità nella rete, che è sì interconnessa ma anche immensamente dispersiva. Non è certo un gioco ad armi pari, malgrado l'uniformità delle piattaforme. "Internet non è un luogo di libertà", sentenzia Alberto Scotti, membro dei Maisie e patron - in entrambi i casi assieme all'impagabile Cinzia La Fauci - dell'occhiuta etichetta siciliana Snowdonia. "Chi era sfigato prima (piccoli musicisti, piccole etichette) sarà sempre più sfigato, sempre più marginale. Sono i potenti che riempiono di merce questo scintillante scatolone. A te, sfigatello, concedono gli scaffali in fondo, in basso, di là. Fila nello sgabuzzino, rospaccio!”. Concetto ribadito da un laconico che più laconico non si può Giuseppe Laricchia, in arte Superfreak, musicista e socio fondatore della free netlabel Lepers Produtcions: "si avvicinerebbe un futuro grandioso per le netlabel (leggasi noi), se non fosse che l'obesità e l'assenza di sport nella scuola italiana hanno creato esseri che risentono della stanchezza digitale (leggasi delle dita), e cliccare su nomi sconosciuti è una fatica non da poco".

Tuttavia, è pur vero che ogni tanto, oltre il desolante quadro della situazione, qualche sfigato riesce ad alzare la testa. Galleggia sulla spuma del "mormorio virale" della rete e s'impone all'attenzione dei più, finché da fenomeno virtuale non esonda nel reale. E' il caso del già citato Vasco Brondi da noi o degli Arctic Monkeys in Gran Bretagna. I quali forse, è vero, possono vantare numeri che gli avrebbero garantito di sfondare anche in era pre-web. Ma di fatto è accaduto attraverso la rete, che non è una struttura accidentale o estemporanea, ma sarebbe, tra le altre cose, "l’attuale frontiera della musica. Di fronte a questa evidenza occorre prendere parte". Chi parla è Alessandro Calzavara, musicista indipendente in senso totale. Fa musica in perfetta autarchia sotto il moniker di Humpty Dumpty, distribuendola gratuitamente dal proprio blogspot. "Mi pare di poter dire che internet sia un mezzo fantastico di diffusione. Certo, molto difficile è che si possa diventare delle star. Questo ci dispiace?".

Ma c'è di più. Non è possibile limitare l'argomentazione alla musica. Secondo Calzavara, l'avvento di internet ha provocato "un rivolgimento qualitativo dell’esistenza. Una sostanziale modifica qualitativa del tempo: l’uso quotidiano del pc ci modifica nella nostra essenza di uomini. Internet funziona proprio perché è internet; un suo uso dimidiato non è ipotizzabile, perché al di là del mezzo fisico è proprio la mentalità della gente ad esser stata modificata. La musica, da sempre immateriale, ha compiuto l’ultimo passo di separazione dalla materia del suo supporto. Il musicista che aspiri a una qualche forma di permanenza dovrà saper accogliere in sé questo mutato spirito dei tempi, e adattarsi ai canali disponibili come essi si presentano. Modificandoli, se se n’è capaci, a partire da ciò che è, non da ciò che dovrebbe essere. Perché poi ciò che dovrebbe essere non appartiene a questo millennio".

Obsolescenze e profezie

Uno che ha accolto il mutato spirito dei tempi con notevole disinvoltura è Umberto Palazzo, musicista, insegnante e DJ, leader dei Santo Niente e degli El Santo Nada. Attivissimo su Facebook, ha praticamente distribuito gratuitamente tutto il suo repertorio alla vasta corte di "amici" sul grande social network blu. "Non si può che essere realistici: l'industria discografica, come la conoscevamo, è finita per sempre. Le stesse multinazionali che possiedono le case discografiche producono e vendono lettori mp3 e telefoni 'intelligenti', il che la dice lunga sulle loro previsioni di mercato. I dischi sopravvivono come feticci, come oggetti da collezione, come souvenir, però in compenso i lettori cd stanno molto peggio. Sono oggetti praticamente scomparsi dai negozi e mio nipote che ha undici anni non ne ha mai usato uno e probabilmente mai lo userà. Per lui e per i suoi coetanei la musica si ascolta con l'iPod, ma è prevedibile che anche questa sia una situazione transitoria". Sì, perché se è vero che iTunes domina il mercato del download, secondo alcuni osservatori è una situazione destinata a mutare presto. "La notizia è che in molti paesi l'mp3 sta diventando obsoleto e viene rapidamente sostituto dallo streaming istantaneo di Spotify. Non c'è neanche più bisogno di scaricare: devi solo compilare la tua playlist oppure scegliere quella già fatta da un altro e la musica scorre nel tuo smartphone come se venisse da un hard disc interno".

Tre Allegri Ragazzi Morti
2010

Sarà "cloudcast" la parola chiave del nuovo decennio? Lo scopriremo solo vivendo. Casomai, si tratterebbe di una profezia che si autoavvera, caldeggiata da tempo e da più parti. State a sentire cosa si augurano quelli dello Staff Trovarobato, dinamicissima label alternativa bolognese: "il futuro? Speriamo arrivi il celestial jukebox, una piattaforma online in cui tutte le etichette mettono a disposizione tutti i propri brani e l'utente paga un piccolo abbonamento annuale/mensile in modo tale da poter accedere in ogni momento ad un archivio totale di tutta la musica disponibile al mondo. iTunes è uno strumento interessante in generale ma il prezzo imposto diventa una limitazione per le piccole e medie etichette che vendono normalmente il CD fisico ad un prezzo che varia tra i 10 e 12 euro. Come possiamo chiedere all'utente di comprare a circa 9 un album digitale quando può, con un euro in più, comprarsi la stessa cosa in formato fisico e poi digitalizzarla?". Messa così assomiglia anche ad una ricerca (disperata) del metodo migliore per far quadrare i conti, perché c'è qualcosa di intrinsecamente - oserei dire moralmente giusto - nel farli tornare. "Il rientro economico è una componente importante. La musica non può e non deve diventare un'attività solo per coloro che possono permetterselo".

Questo imperativo categorico paventato dall'etichetta felsinea trova agile sponda nel pensiero di un illustre quasi-conterraneo, Max Collini degli Offlaga Disco Pax. "Pagare meno e pagare tutti sarebbe un bel modo di ripensare la faccenda. Quando puoi avere qualcosa gratis, scegliere di pagare diventa un gesto a suo modo 'politico'. Ai nostri concerti, come a quelli di qualunque altro gruppo di area indipendente viene gente che il cd o il vinile se lo compra anche se potrebbe evitarlo, perchè sa perfettamente di sostenere un progetto che gli piace e che non gode di alcun altro tipo di aiuto economico, se non quello del concerto e del supporto fonografico". Si torna così al senso di appartenenza, capace di determinare (e risolversi in) una partecipazione vitale. Ovvero, si conta sul fatto che il pubblico sia pronto a sostenere la musica ed i musicisti che ama pagando per un contatto concreto, il biglietto del concerto o il "feticcio" del gadget e del cd, acquistati sotto il palco o via web.

Al capezzale (denaro incluso)

Detto che il metodo dell'up to you sperimentato tra i primi dai Radiohead funziona giusto se ti chiami Radiohead, dal pianeta USA ci giungono tuttavia segnali incoraggianti: negli ultimi anni il fatturato dei circuiti live ha registrato un incremento impressionante, pari a circa tre volte rispetto agli anni Novanta. Un balzo provocato soprattutto dall'aumento del prezzo dei ticket. Sorte simile ha avuto il commercio dei gadget a seguito di un processo di "industrializzazione", controllato e diretto dalle stesse compagnie discografiche. Dati macroeconomici che trovano puntuale conferma in una provincia d'impero come la nostra. "I ragazzi sono ancora interessati a vedere le band sul palco e a vivere il concerto al 100% e i biglietti venduti in prevendita aumentano sempre di più. Ultimamente abbiamo confezionato infatti un bel po' di sold out. E non solo di artisti affermati, anche di giovani rivelazioni". A parlare è Rosario Leo, promotion manager di Live Nation. Ci conferma che è vero, i biglietti costano sempre di più, e la causa sta nell'aumento del cachet da parte dei gruppi. "Dicendola molto semplice, vuol dire questo: se vendi meno dischi, allora ti rifai sui live e aumenti il tuo compenso".

D'altronde è vero che "i gruppi con contratto discografico e con un CD pubblicato nei negozi europei (ormai) trovano maggior reddito nei tour anziché nella vendita dei dischi". E' una dinamica a doppia spinta, offerta e richiesta, che sta provocando la crescita del circuito dei live club. "Noi lavoriamo storicamente con i locali più importanti di ogni regione, ma quotidianamente riceviamo richieste da parte di altri locali nuovi appena aperti ed in crescita". La gente accorre eccome al capezzale del rock, quella stessa che non compra più dischi ma è disposta a sobbarcarsi viaggi chilometrici e sostenere spese ragguardevoli per vivere l'evento live e indossarne testimonianza.

Umberto Palazzo
Anita Sena 2010

Situazione solo apparentemente idilliaca, per uno come Scotti: "Dicono che il vero artista viene fuori dal vivo. Cazzate, cazzate, cazzate. Una delle conseguenze, a mio modo di vedere, più tragiche è la morte del disco, non inteso come oggetto/feticcio ma come opera, come testimonianza sonora del percorso di un artista (vogliate scusare la volgarità del termine). Il disco è un’opera d’arte perché è artificio, manipolazione, genialità e artigianato. Il concerto è un festa. Può essere una bella festa, una brutta festa ma sempre una festa resta". Il punto è decidersi dove rivolgere lo sguardo. E' facile per chi è cresciuto senza l'idea della musica come un manufatto acquistabile. Per i più attempati - che restano pur sempre un target significativo - esiste assieme la consapevolezza di un presente di straordinarie opportunità e d'un passato meritevole di rimpianto. "Il sistema che dovrebbe bruciare e scomparire", si rammarica Scotti, "è quello che ha prodotto i Pere Ubu, i Throbbing Gristle e i Talking Heads. E' il sistema dei grandi dischi, dei grandi fonici, delle grandi etichette. Quel sistema produceva molti capolavori, buona musica leggera e anche spazzatura. Un disco diventa un capolavoro anche perchè è ben registrato, ben curato, perchè dietro c'è un lavoro. Un lavoro che oggi nessuno (o quasi) si può permettere di fare, perchè non ci sono rientri".

L'appassionato grido d'allarme di Scotti contiene molti elementi di verità. Ma è altrettanto vero che pure gli autarchici con budget di pochi euro sono in grado di produrre buone scosse sonore. Spesso migliori di tante produzioni blasonate, che con gli anni hanno subito un processo di raffinazione e inevitabilmente di formattazione, confezionando sonorità impeccabili e anche iperstrutturate ma spesso prive di una vera ragion d'essere. Detto fuori dai denti: lo stesso sistema che ha prodotto i dischi imprescindibili di cui sopra è responsabile di una montagna di dischi di merda, spesso firmati da autori degni di tutta la nostra fiducia.

Come al solito è possibile interpretare la crisi come un'opportunità. Di rifondare la naturalezza degli intenti, ad esempio. Sentite Calzavara/Humpty Dumpty: "io dico che realizzare un'opera d'arte in musica è possibile anche senza vendersi a chi ti fornisce i mezzi di produzione e diffusione. E me ne rallegro. Mi sono convinto che chi vuol fare l'artista pensi a ciò come all'equivalente di un lavoro in banca, e ciò non mi piace. Mi piace pensare che un artista vero non possa fare a meno di fare arte e viverci dentro. Il che implica cercare i mezzi per sopravvivere con e della propria passione".

Eterni ritorni (al futuro)

Una posizione che riecheggia nelle parole di Palazzo, che si chiede: "quello che c'interessava una volta più d'ogni cosa non era forse la libertà artistica? Oppure per qualcuno il punto d'arrivo era il salario garantito? Dovremmo chiarire questo punto una volte per tutte e accettare il fatto che le case discografiche, fra un po', non pagheranno più salari a nessuno, e neanche recording budget e promozione". Certo, tutto diverrebbe più facilmente ipotizzabile con un piccolo aiuto da parte di chi - lo Stato - dovrebbe incaricarsi della cosa con l'importanza e la dignità che merita. Esiste anche una difficoltà peculiarmente italiana, che sconta il non aver mai davvero fornito cittadinanza culturale alla cosiddetta musica leggera. "Noi crediamo che perno della questione sia la gestione della musica come entità culturale importante," suggeriscono quelli di Trovarobato. Quindi, in pratica, sovvenzioni. Sulla forma delle quali il dibattito è aperto. "La legge francese che impone un minimo di musica 'nuova' nella programmazione radiofonica nazionale potrebbe essere una buona partenza". Altra ipotesi su cui abbiamo ponderato ed è giusto continuare a farlo.

Il quadro resta tuttavia confuso, stante tutta la sua complessità. Paolo Naselli Flores è il titolare della Urtovox, etichetta che può vantare un premio ricevuto al MEI 2009 quale miglior label indipendente italiana. Sostiene che in pochi scorgono il vero punto della questione, "che è e sarà sempre di più - data per ormai imminente anche se progressiva la morte del cd - quella delle edizioni musicali. Oggi si ascolta musica come mai prima, e se ne utilizza altrettanta tra spot, suonerie e via discorrendo. La musica continua a muovere un sacco di soldi. Chi deterrà le edizioni continuerà ad avere in mano il pallino della situazione". Si tratterebbe di una sorta di ritorno ad una situazione antica, in realtà. Il boom delle società di edizioni musicali fu infatti un fenomeno precedente l'industrializzazione. L'azienda proprietaria delle edizioni deteneva i diritti di sfruttamento del repertorio musicale, inizialmente con la vendita degli spartiti (ciò che caratterizzò l'epoca aurea di Tin Pan alley), quindi con le royalties vere e proprie, affidandone l'interpretazione a musicisti spesso al soldo, un tanto a canzone. Le major, una volta costituesi, ovviamente si impadronirono del meccanismo, emanando proprie società di gestione delle edizioni.

Vampyr
Humpty Dumpty
2009
Vampyr

Oggi sarebbero quindi spinte a portare a termine la metamorfosi, trasformandosi in enormi - onnivore, pervadenti - società di edizioni musicali, nella cui orbita graviterebbero - satelliti o antagonisti? - un nugolo di piccole battagliere aziende col compito di scovare i talenti al dettaglio, più un più vasto e disperso nugolo di cani sciolti padroni di se stessi, tra i quali magari ogni tanto pescare il futuro peso massimo capace di scalare le gerarchie fino a consegnarsi alle case madri, spuntando il prezzo più alto possibile. Che poi sarebbe mutatis mutandis più o meno come adesso, salvo la pressoché totale vaporizzazione del mercato discografico, ridotto a lussuose produzioni di nicchia - vedi gli iper-feticci tipo il recente box deluxe Darkness On The Edge Of Town di Springsteen - o rivolto ai reduci delle fascinazioni viniliche.

Discontinuità e reazioni

Resterebbe da considerare il mercato "brevi manu", già ampiamente in auge, destinato forse a diventare l'unica forma di commercializzazione diffusa di compact disc. "Gli unici clienti delle case discografiche sono i musicisti stessi e gli artisti sono gli unici finanziatori dell'industria discografica minore", ci ragguaglia Palazzo. "L'artista paga la produzione, il discografico stampa il cd, l'artista compra dal discografico i dischi da rivendere ai concerti. E finisce lì dove è iniziata, con l'artista che rientra nel suo investimento iniziale e ci guadagna, se è capace, una piccola cifra. E' una rivoluzione copernicana e a me va bene così e dovrebbe andar bene a tutti quelli che sono indipendenti per scelta, non per convenienza o impossibilità di essere 'dipendenti'". Forse il futuro, quello che tanto ci fa incazzare, quello che ci esalta e intimorisce, è più vicino di quanto non si creda. Forse è già moneta corrente.

E se abbiamo già parlato di ritorni a situazioni pre-industriali, possiamo farlo di nuovo, più dettagliatamente. Possiamo permetterci di tornare col pensiero alle figure leggendarie di musicisti be-bop ed errebì, per i quali l'incisione del disco era l'anello di una catena di prestazioni, un espediente tra gli altri per stare a galla con la propria arte. Era poco prima che la scossa elettrica del rock'n'roll innalzasse su montagne di 45 giri e denaro la figura della star. Va detto che l'esplosione dell'industria discografica negli anni cinquanta fu dovuta principalmente ad un fatto tecnologico, la messa a punto cioè delle tecniche di incisione e l'alta fedeltà di riproduzione. Prima di allora la musica incisa poteva considerarsi un'eco debole ancorché suggestiva della musica eseguita (e ascoltata) dal vivo. Non a caso i musicisti jazz consideravano il disco un'esperienza poco eccitante, "un po' come leggere il giornale di ieri". Quando divenne manufatto hi-tech, le prospettive si rovesciarono: il disco conteneva una dimensione d'ascolto spesso inarrivabile - perché aliena, perché altra - in sede di esecuzione live. Infine, il disco poteva arrivare ovunque, e ovunque arrivò. Acquistarlo significava tra le altre cose pagare un ticket tutto sommato equo per un'esperienza di partecipazione all'ultimo sogno collettivo.

La smaterializzazione del supporto è un balzo tecnologico altrettanto significativo (forse molto di più), rispetto al quale è lecito attendersi una cascata di inevitabili cambiamenti. Uno dei quali sarà probabilmente la fine di un'epoca, quella della rockstar. In questo ipotetico scenario, il musicista torna ad essere tale, implode in una dimensione un po' più umana, per quanto sempre baciata dalla specificità "sciamanica" del dono artistico. Individui con l'esigenza di sbarcare il lunario, di cavarsela più o meno bene secondo il talento. E comunque di lavorare - di recuperare il lavoro come componente irrinunciabile e continuativa - per sostenere la possibilità di esprimersi. Intendendo come lavoro anche una costante promozione di sé, del proprio messaggio. I grossi calibri continuerebbero a campare di rendita, come e più di prima, ultimi rappresentanti di un'epoca che glorificava il nome sulla copertina. In ogni caso, nel lungo termine è prevedibile che prevalga una "democraticizzazione" dell'immaginario, che significherà appiattimento soprattutto in ordine alla fenomenologia pop.

Sono ipotesi sconvolgenti per chi come noi pone l'ordine costituito del rock in posizione centrale. Ma allargando la prospettiva al punto di vista di uno storico, potrebbe trattarsi di una normale discontinuità tra le tante di questo inizio millennio, e neppure tra le più significative: una parentesi che si chiude dopo qualche decennio, un paragrafo appena a fine capitolo, sezione costume. Sintomatologia ed avvisaglie di un processo più ampio e profondo, che riguarda ogni aspetto della trama culturale che ci tiene uniti come specie senziente organizzata in comunità più o meno circoscritte. Accadrà, sta già accadendo, anche per il cinema, per la televisione, per la letteratura. Per l'informazione. Le recentissime novità introdotte dalle web-TV, dalle piattaforme per e-book e soprattutto la deflagrazione del sistema delle news operata da Wikileaks, sembrano i segnali convergenti di una rivoluzione che riguarderà ogni interfaccia tra noi ed il "mondo". Sono sfide culturali a cui i vecchi codici dovranno adeguarsi. Occorre riposizionarsi su tutto, riposizionare tutto.

Rozza utopia

Chi paventava una reazione in senso repressivo del sistema non ha sbagliato a profetizzare, ma forse ne ha sopravvalutato le possibilità. O forse ne ha equivocato le procedure: se è ragionevole attendersi una repressione - una rivoluzione comporta sempre una qualche forma di reazione - che aspetto avrà? Sarà più un gendarme o un PR? Somiglierà ai tanti "amici" che collezioniamo su Facebook? O a un improvviso blocco della connessione? Mentre scrivo, arriva la notizia di un'ennesimo giro di vite. L'AGCOM, la non sempre puntuale Autorità garante delle comunicazioni, ha messo a punto un testo che potrebbe obbligare siti e provider a rimuovere i contenuti non legalmente autorizzati sulle piattaforme di download e persino di streaming. Annunci del genere si ripresentano ciclicamente. Che sia davvero la resa dei conti?

In ogni caso, e comunque la pensiate, immaginarsi un domani prossimo venturo in cui svanisca la possibilità di scaricare - o ascoltare in streaming - illegalmente apre ad ipotesi interessanti. Ad esempio, i primi a rallegrarsene potrebbero essere quelli che già oggi e da qualche tempo mettono a disposizione gratuitamente e legalmente materiale che qualitativamente ha poco da invidiare alle medie produzioni indie. Un esempio? La "musica collettiva italiana" dei Klippa Kloppa, da Caserta con estro imprevedibile, una scossa di creatività scaricabile gratuitamente dal loro sito, dove è attivo anche uno streaming. Oppure, se preferite, c'è il loro canale youtube con centinaia di video. Una sorta di Tin Pan Alley (ah: cerchi che si chiudono...) del sud-Italia. "In effetti abbiamo sempre diffuso le nostre cose gratis", ci dice l'ineffabile Prete Criminale, "a parte un cd per Snowdonia (Klippa Kloppa/Soundish/Tottemo Godzilla Riders del 2003), anche in virtù del fatto che abbiamo venduto tante copie del cd Snowdonia quante me ne chiedono comunque dei cd che si possono scaricare gratis. Facciamo i cd anche se diffondiamo le cose gratuitamente, chi compra compra comunque".

Già: chi compra, compra comunque. Di che tipo di mercato stiamo parlando? Può esistere un mercato affettivo, che giochi sulla solidarietà emotiva? E, soprattutto, può sostenere un sistema come quello delle free netlabel? Forse sì, visto che già oggi stanno in piedi, contando sulla sola passione e sul pizzico di folle cocciutaggine di chi le gestisce. La più grossa difficoltà con cui devono fare i conti è la promozione, riuscire a dimostrare la propria esistenza nel web dominato dai soliti grossi potentati. Per assurdo, una stretta efficace sul download illegale - caldeggiato proprio dalle major - potrebbe proiettarle d'improvviso al centro delle attenzioni degli affamati rockofili alternativi, innescando un circolo virtuoso che sposterebbe - di poco, di tanto - il baricentro artistico della scena, compensando e forse sbaragliando la "stanchezza digitale" cui accennavano da casa Lepers. Siamo nel regno delle pure ipotesi, certo. Di contro, però, ipotizzare grossi benefici per il mercato tradizionale, indie o mainstream, non sa di rozza utopia?

scatti più cool per Bachelite
Offlaga Disco Pax
2008
scatti più cool per Bachelite

La crisi è una questione industriale. Che si risolverà con i codici e i meccanismi propri dei sistemi economici complesssi. A noi basti la seguente, semplice, quasi banale considerazione: il motivo per cui la fotocopiatrice, il registratore e il videoregistratore non passeranno alla Storia come marchingegni-killer è che, in qualunque scenario, ci sarà sempre l'esigenza incontenibile di scrivere, di fare musica, di girare film. 

P.S.

Le dichiarazioni citate nell'articolo sono state per la maggior parte reperite via Facebook. Un paio via mail. Una telefonicamente. Un'altra infine è frutto di un colloquio faccia a faccia. Per quel che può significare.

RECENSIONI Urtovox
copertina pdf #91