Pubblicazione 20 Gennaio 2011

Robyn Hitchcock

L'uomo che inventò se stesso

Una delle individualità più intensamente deviate del rock. Nel segno di Barrett, di Lennon, del folk revival, della new-wave. Senza mai perdere il gusto folle e lucido di un sé irripetibile.
Soft Boys
1980

Parte 1

Ipotizzando percorsi sonori in contromano

Finché ci sono ristampe c'è speranza, o almeno non mancheranno i pretesti per tornare con la mente, col cuore, a certe situazioni che non dimentichi mai davvero, si fanno solo da parte per via del traffico. I due album dei Soft Boys - A Can Of Bees e Underwater Moonlight - escono in una nuova carinissima edizione, le scalette limitate a quelle originali (così da apprezzarne meglio l'essenza) e la confezione in digipack cartonato tipo mini-lp. I Soft Boys, porco cane. Una scossa nella cuspide tra settanta e ottanta e mannaggia non avere l'età per esserci stati a godere in diretta quel contromano formidabile, quell'iniezione ghignante di colori e spigoli.

Poco male: li abbiamo recuperati più tardi, come no, quando ascoltarli era ancora un'esperienza vivida anche se ormai significava ricostruire la trama e la scenografia di un'epoca veloce e feroce, destinata ad evaporare in qualcos'altro. Riascoltandoli oggi, i loro Sessanta strappati a rimpianti e cartoline, innervositi e corruscati secondo la tradizione del dopo '77, suonano freschi perché raccolti in una dimensione “a sé”. Sono un ponte steso su due epoche, una psichedelia che neo lo fu per davvero se non addirittura post, rafforzata da canzoni di un livello medio da favola. Che sapevano fare, come i suoi artefici, i conti con la Storia, pregressa e contemporanea. Ad armi pari, però, e tanta della magia sta proprio lì. In un messaggio sonoro e attitudinale raccolto da moltissimi - parlano chiaro, oltreoceano, i fan sfegatati Replacements e R.E.M. - e fatto verbo senza passare dalla carne. Perché tante delle canzoni qui raccontate non senza difficoltà, posseggono la consistenza dei sogni e come tali si comportano. Vengono a visitarti quando più pare loro appropriato, le riascolti dopo anni e certi contorni sono come mutati ma non ne sei sicuro. Come pesci rossi nella boccia del mondo.

I Soft Boys sono innanzitutto un nome, un modo di dire, locuzione sostantivale e gergale che significa, più o meno, mollaccioni. Gente che non regge due birre e soccombe al primo accenno di rissa. Stupisce nondimeno pensare che l’idea fece capolino nella mente del caro Robyn Hitchcock già nell'estate del '76, quando il punk iniziava a scorazzare come un virus minaccioso in attesa di profeti che ne certificassero la missione, rendendolo fenomeno sociale e sovversione rock per eccellenza. Figlio del romanziere Raymond - nel cui repertorio figurano tra le altre cose Percy (cui guarderanno i Kinks) e quel There’s a Girl in My Soup che diverrà un film con Peter Sellers - Robyn nasce il 3 marzo del '53 a Londra. I buoni studi al prestigioso Winchester College e un ambiente stimolante a Cambridge sono lo sfondo esistenziale di una curiosità che lo vedeva frequentare David Bowie e Fairport Convention, John Lennon e Captain Beefheart, John Cale e - beh, certo… - Syd Barrett.

E' appunto nel bel mezzo di quello sgarbato e benedetto uragano che tutto travolgerà al grido di "no future" che il Ragazzo ipotizza il proprio squarcio sonico dal quale irrorare di agra follia un mondo lanciato verso un grado zero che è premessa d'ogni edonismo prossimo venturo. Ebbe la fortuna e quel pizzico di sagacia d'incontrare le persone giuste: il batterista Morris Windsor si presentò come fan del leggendario magazine Creem, nonché fedele nei secoli ai verbi Beach Boys e Steely Dan. Inizialmente la chitarra fu affidata a tale Alan Davies, sostituito tempo pochi mesi dal ben più tracotante Kimberley Rew, che quanto ad attitudini condivideva la misticanza folk-psych-wave di Hitchcock. Infine il bassista Andy Metcalfe, sorta di collante che teneva unito il tutto ascoltando - e amando ascoltare - di tutto.

Le premesse c'erano eccome: mancava la prova su strada che arrivò nel giro di pochi mesi, sotto forma di primi vagiti live poco elettrici, scarsi pubblico e entusiasmo. Più i Nostri si elettrificavano, però, e più acquistavano credito, giungendo in pochi mesi ad aprire i concerti di Steeleye Span, Fairport Convention e - evento fondamentale nell’autunno ‘78 - gli statunitensi Pere Ubu. L'influenza di questi ultimi nel sound dei Soft Boys sarà difatti palpabile a gennaio ‘79 nel debutto A Can Of Bees (Two Crabs Records, 7.1/10), cui il quartetto stava lavorando proprio in corrispondenza dell’incontro con David Thomas e accoliti. Ricapitolando, gli ingredienti in ballo erano folk-rock, psichedelia, proto e new-wave. Il punk, ovviamente, era quello che si respirava, una spinta scorbutica e irriguardosa.

Ma come quest’ultimo pescava dal garage il piglio basale e belluino, squadrandone gli istinti fino ad ottenerne un'immagine post-industriale, convertendone la furia antagonista in nichilismo meccanicistico già in possesso di un codice genetico conformista, i Ragazzi Molli sincronizzarono la poetica sul farsi psichedelico del beat, guardarono a quell'innocenza sul punto d'indemoniarsi e attraversare lo specchio, briosa d'eccitazione per le prospettive che si andavano squadernando come bambini sbocciati alla pubertà. Eppure, come è inevitabile per qualsiasi manifestazione artistica, recavano segni e modi del presente, compreso tutto quel che stava nel mezzo e che quel presente aveva - per filiazione e reazione - determinato.

La scaletta non può che aprirsi quindi con la sguaiatezza errebì di Give It To The Soft Boys (Iggy Pop ubriaco di Modern Lovers) e proseguire con lo sbraco metallico di Pigworker (una Come Together tra strali zappiani e spasmi Pere Ubu). Molta irruenza, l'aria di chi si diverte un casino ad incasinare le cose. John Lennon tornerà omaggiato in una graffiante e acidula resa live di Cold Turkey, mentre l'aura di Mr. Thomas aleggia sulla peraltro abbastanza barrettiana Leppo And The Jooves, il cui lato più onirico viene esplorato dalla dolciastra Human Music, nella quale scorgi un'indolenza quasi Lou Reed, la cui bile riaffiora acida tra i rigurgiti Barrett, le rasoiate Television, la boria lennoniana e i coretti stile Brian Wilson di The Rat's Prayer. Un bailamme, una misticanza, un caleidoscopio intriso di avventatezza e sprazzi di sacrosanto genio. Che in Sandra's Having Her Brain Out coglie l'acme, spedendo i primi Pink Floyd sul rollercoaster di Captain Beefheart tra saliscendi vaudeville Incredible String Band. E che dire della trafelata Wading Trough A Ventilator, chiusura di programma in versione live che sigilla il cerchio rispetto a questa prima, impulsiva fase, ammiccando un falso punk che si rivela convulsioni fifties e sixties a rotta di collo, un Eddie Cochran posseduto dai Velvet Undergorund (quelli di I Heard Her Call My Name) ed esorcizzato da un becero Iggy.

Soft Boys
1979

Tutto, insomma, fuorché il calcolo d'una cifra estetica coerente. Uno strapparsi croste lisergiche dal cervello, musica lunatica e testi come giochetti evocativi ma impenetrabili, garruli e assurdi, per farne barricate contro il rischio - concreto - di una musica programmaticamente avversa al viaggio fantastico nell'other side. Un altro punk è possibile, sembrano dire i quattro da Cambridge. Non che fosse la migliore strategia per fare sfracelli commerciali. In compenso il tour promozionale fu un'esperienza frustrante. Venne l'ora di rimettersi in sesto e continuare a crederci. Matthew Seligman entrò in sostituzione di Metcalfe, aumentando il tasso di morbidezza e contribuendo a diffondere una propensione pop, pur sempre trasversale e stralunata; una voglia di organizzare in confini riconoscibili e fruibili come drink colorati quella smania d'altrove.

La scrittura del leader ebbe buon gioco ad assecondare l’estro rinnovato, ed ecco uno dei tanti modi possibili per far sbocciare il capolavoro. Underwater Moonlight (Armageddon, giugno 1980, 8/10) coglie il punto d'equilibrio perfetto tra psichedelia graffiante e carezzevole, tra acido e orangina. L'abbrivio di I Wanna Destroy You è da brividi, piglio stradaiolo post-glam con distorsioni deliranti Brian Eno, una vena melodica che pulsa febbrile sotto la sordidezza affilata, il drink insomma che spiana la strada dentro a un classico. Una formidabile decina di pezzi dove s'agitano irresistibili - come spettri di marzapane tagliato a benzedrina… - un febbrile Lou Reed (Insanely Jealous, col violino frenetico di Gerry Hale), dei truci Talking Heads (Old Pervert), i Kinks glassati di giocoso esotismo George Harrison (Positive Vibrations, benedetto dal sitar di Andy King), una fregola accomodante David Bowie (Tonight), residue convulsioni Barrett specchiate in ghignante power pop (Kingdom Of Love), e via discorrendo fino alla stupenda chiusa della title track, sorta di estro Roxy Music tra frenesie psych(iche) e tentazioni art-wave.

Non poteva non funzionare, e infatti: in anticipo sull'ondata neo-psichedelica di Liverpool - gli esordi di Echo & The Bunnymen e Teardrop Explodes sarebbero arrivati rispettivamente in luglio ed ottobre - i Soft Boys proponevano un cocktail di adrenalina in technicolor e peyote mutante ad un pubblico bombardato perlopiù da residue salve punk e ingegnosi ordigni wave. Erano in definitiva una vena dissociata che affiorava da chissà dove e puntava un golosissimo ignoto. Una parentesi aperta per miracolo da tuffarcisi prima possibile, prima della inevitabile chiusura. Un varco temporale da varcare e farne poi ritorno cambiati. La fine arrivò di conseguenza prestissimo: un adattissimo e inglesissimo "ci siamo divertiti, abbiamo scherzato: ok, a posto così".

Ognuno per la propria strada, chiamati da progetti nuovi o preesistenti, con la promessa (mantenuta) di ritrovarsi per riallacciare i fili di questa splendida, breve avventura. Kimberley Rew aveva un appuntamento coi suoi Waves, i quali - con l'ingresso in squadra di Katrina Leskanich - divennero celebri come Katrina And The Waves grazie soprattutto al singolo Walking On Sunshine. Matthew Seligman andò a far cassa coi danzerecci Thompson Twins e con l'iperattivo Thomas Dolby. Strade divise da buoni amici, del tipo che si rincontra volentieri come lo scorso decennio per il discreto Nextdoorland (Matador, novembre 2002, 6.8/10). Anche in questo, una rarità.

Parte 2

L'invenzione del sogno su rotaie

Hitchcock accettò di buon grado l'offerta di Richard Bishop della Armageddon riguardo un album solista. Pareva, per questo osservatore di una realtà oltre il quotidiano ma in essa racchiusa, che il ruolo di leader di se stesso fosse un ruolo tagliato su misura fin dall’inizio: lo comprova la solidità di una discografia ricchissima e ottimamente gestita sebbene alle volte tortuosa (del resto si tratta di un viaggio nella mente di Robyn e bisogna tenerne conto). Una creatività libera di muoversi e svilupparsi come un organismo vivo, copiosa e per molti versi una favola tra sognante e freudiano (che più british si morirebbe: da Lewis Carroll a oggi, il club dei Cappellai Matti conta iscritti prestigiosi come la ghenga Monty Phyton, il santino Barrett, Kevin Ayers, Paul Roland, Julian Cope e via elencando), con due porte d’accesso/uscita, un folk traslucido da una parte e la sua coerente elettrificazione dall’altra.

Poco da dire sulla biografia dell’uomo, che nulla aggiunge a quanto la musica non dica e anzi sottolinea la bipolarità: discograficamente, tra l’universo indie e quello major; geograficamente, nel muoversi tra Inghilterra e Stati Uniti; infine, in una storia d’amore piuttosto travagliata con Cynthia, risolta in un’altra lei (Michéle) ora moglie e fonte di tranquillità. Quella del visionario, però, che porge la sapienza di un punto d’osservazione inusuale e parla a chi desidera ascoltare. Come se fosse un vetrino irrazionale per spiegare la realtà, metaforizzata in faccende balzane di creme egiziane e mani di gelato, di tramvai dell’antica Londra e serate alla Raymond Chandler. Canzoni con la consistenza e la bellezza del vetro soffiato, roba rara che si conclude in se stessa, figlia di un individuo a suo modo “normale” e che possiede, dei veri Grandi, l’estrema naturalezza con cui si dovrebbe sempre maneggiare l’eccentricità in musica.

Robyn Hitchcock
2006

In lui niente forzature, semmai qualcosa di sfocato ed è ovvio in un canone che si giova della bontà della penna e sarebbe impossibile evolvere più di così. Un percorso che resta per prima cosa umano - lo rimpiangi oggi, in tempi dominati dal famolo strano gratuito e superbo - che si prese tempi e spazi adeguati per maturare, inizialmente restando in famiglia perchè sì che bisogna crescere e svilupparsi, ma se accade per gradi è più salutare. Perciò l’esordio Black Snake Diamond Role (Armageddon, 1981, 7.2/10) si racconta propaggine dei Ragazzi Molli per line-up, produttore ed etichetta. E pure formalmente, smussando a ogni buon conto gli angoli e costruendo con ironia surreale e intrecci chitarristici: apici di una psichedelia prefissata “neo” (ma Hitch parlerà poi di retro-delic, vedendoci giusto…) stanno in The Man Who Invented Himself (dal saltellare beatlesiano) e Acid Bird (melanconia squillante già marchio di fabbrica), laddove altri assumono le sembianze di rigurgiti della “lattina d’api” (Brenda’s Iron Sledge, Why Do Policemen Sing?) e il traslucore di Love e The Lizard.

Il rimanente sono gradevolezze sul tema e prove tecniche con melodie meno azzeccate, benché la ricerca di identità necessiti dell’incerto e in seguito disconosciuto Groovy Decay (Albion, 1982; 6.5/10). Affidato a pesantezze d’arrangiamento - che c’entri la mano del supervisore Steve Hillage? - e stanchezza compositiva, ottiene l’assoluzione per l’orecchiabilità un filo sinistra di Fifty Two Stations e il Bo Diddley krauto di The Rain, per i pieni e vuoti dell’incisiva America e il notturno quadretto St. Petersburg. Altrove, con qualche rimpianto per The Cars She Used To Drive e Young People Scream, sax chiassosi e scolorite venature funk faticano a integrarsi.

La reazione al fallimento non potrebbe essere più splendida: registrato per la nuova etichetta Midnight in solitudine, con pianoforti qui chopiniani e là cigolanti, acustiche odorose di legno e scintillanti d’oro, I Often Dream Of Trains (Midnight, 1984; 9.0/10) scrive un’elegia notturna alla stravaganza imbrigliata dal genio, dando del tu ai fantasmi (Sometimes I Wish I Was A Pretty Girl, My Favourite Buildings, Flavour Of The Night, I Used To Say I Love You) per farseli amici. Gemma di un lirismo aeriforme (Cathedral e Winter Love, Trams Of Old London e il capolavoro assoluto Autumn Is Your Last Chance) che non abbandona l’ironia (Uncorrected Personality Trails, You Sleeping Knights Of Jesus) e riduce all’osso Scott Walker, invita David Crosby dentro Pink Moon e Madcap Laughs; poi raccoglie cocci di gotico e musica popolare e incarta la follia nella saggezza come un equivalente sonoro di un disegno di Escher.

Da qui l’ingresso negli annali mentre Robyn risponde organizzando gli Egyptians, band a tutti gli effetti in cui figurano Metcalfe, Windsor e il tastierista Roger Jackson. Ritorno a volumi e spessori maiuscoli tramite Fegmania! (Midnight, 1985; 7,5/10), latore di quadrature Byrds e Beatles dalla caratura elevatissima (Egyptian Cream, Heaven, Another Bubble, la cover di Bells Of Rhymney), talvolta ostaggio dei Can con Syd timoniere (The Man With The Lightbulb Head) o di un Ray Davies similmente accompagnato (Strawberry Mind) ma soprattutto e fortemente uniche (l’orientaleggiante I’m Only You, il racconto My Wife And My Dead Wife, la sensuale Glass). Ne segue un tour compendiato dall’entusiasmante live Gotta Let This Hen Out! (Midnight, 1985; 7,4/10) e spazia nel repertorio porgendo elettriche aggressive e sferragliare di metodica irruenza.

Esaurito il contratto, è tempo di una parentesi meravigliosa prima di approdare sui lidi della A&M, stuzzicata da buone vendite nel circuito indie e collegiale come dagli attestati di stima dei tanti giovani emergenti. Di Element Of Light (Glass Fish, 1985; 7,5/10) piace il senso di maturità e quel pop  trasversale ma di schiatta nobile che si impone da qui in poi; un surrealismo che si giova di rotondità sonore e un senso di canone raggiunto e ottimamente sviluppato con pochi eguali nel fondere Sessanta e Ottanta, acidume e cantabilità: le lennoniane Somewhere Apart e If You Were A Priest e il gioiello leggiadro Airscape, la cupa Raymond Chandler Evening e l’impalpabile Winchester non hanno smarrito un’oncia di fascino a distanza di un quarto di secolo e vi basti a mo’ di garanzia.

Robyn Hitchcock
2006

Il 1987 scorre tranquillo mentre si definiscono i dettagli del rapporto con la A&M, finalizzato l’anno seguente dal buon riassunto delle puntate precedenti  (sia “tematico” che sonoro) Globe Of Frogs (A&M, 1988; 7,0/10), che ostenta ballate elettroacustiche e collaudate stramberie dove, trattenuta la raffinatezza, non si svende la cifra stilistica di Hitchcock, similmente a come avevano testé dimostrato quei R.E.M. che offrono un Peter Buck ospite fisso o quasi. Più delle tracce concitate restano nella memoria una sospesa Luminous Rose e una Flesh Number One da Top 10 di un mondo migliore, le sirene ammaliatrici Chinese Bones e Vibrating, l’impossibile orecchiabilità di Baloon Man e l’Incredible String Band in gita a Granchester Meadows della title-track.

Considerazioni di natura simile possono essere fatte anche per Queen Elvis (A&M, 1989; 7,3/10), tasso di “devianza” più elevato, sezione d’archi dispettosa e jingle-jangle di Buck più presente; nonché una penna irrobustita da porgere malie fresche come il primo giorno: nella compatta scaletta citiamo di necessità la leggiadra Wax Doll, un’irresistibile Madonna Of The Wasps, i gioielli umbratili Swirling e Autumn Sea e le follie a briglia di nuovo sciolta The Devils Coachman e Superman. Nondimeno, l’autentico asso nella manica di questo periodo è il solitario e poco citato Eye (Glass Fish, 1990; 7,8/10): benché messo su nastro a San Francisco, frequenta ancora l’onirismo ferroviario e benissimo gliene incoglie, sfavillando di scaglie folk dentro una brezza commovente alternando sedute psicanalitiche (Cynthia Mask, Queen Elvis, An Agony Of Pleasure), brividi a occhi semichiusi (Raining Twilight Coast, College Of Ice, Glass Hotel) e un sublime assoggettato in Satellite, Linctus House e Aquarium. Di ben altra - più cremosa e laccata - pasta è invece Perspex Island (A&M, 1991; 6,8/10), tirato a lucido in un anno memorabile schiacciando a fondo il pedale della collaborazione con i quattro della Georgia, produzione (pure troppo) ricca di Paul Fox che nasconde dietro a pop d’impeto power e inchini di fronte a Church e Big Star il mesto meditare di She Doesn’t Exist Anymore.

Frattanto il rapporto con l’etichetta stride e non aiuta il confuso - in questo assai hitchcockiano, cioè umano - Respect (A&M, 1993; 6,8/10), registrato da John Leckie nella casa di Robyn sull’isola di Wight in un periodo esistenziale non felicissimo. Lo pervadono tonalità meste e arrangiamenti contorti, così che anche le sregolatezze risultano affaticate nello svolgersi (The Moon Inside) o semplicemente noiose (Wafflehead); se piacciono il country in ansietà Woodentops The Yip Song e gli orientalismi di When I Was Dead, Arms Of Love è trattenuta da abiti pesanti; spiega il succo del discorso l’evidenza che il jazz folk ardimentoso Railway Shoes e una Serpent At The Gates Of Wisdom da Lennon immaginatosi Dylan, che la drakiana The Wreck Of The Arthur Lee e l’acusticheria obliqua Then You’re Dead sposino equilibrio e misura in un cento di gravità che salva il lavoro dall’imballare.

Ora di mettere da parte anche gli Egiziani e affidarsi a un’altra scuderia, restando ancora un poco ai piani alti: nel ’96 la bussola ritrovata s’intitola Moss Elixir (Warner Bros.; 7,2/10), ennesima parentesi folk, urbanizzata (De Chirico Street, The Devil’s Radio, Beautiful Queen) e al contempo cameristica o blues in un modo tutto suo (Sinister But She Was Happy, Filthy Bird, la collaborazione con Calvin Johnson Man With A Woman’s Shadow). Irradia un calore sfuggente che piace e raggiunge vertici di bellezza sincera in Heliotrope, This Is How It FeelsYou And Oblivion. Rimasto per conto suo, Robyn viaggia in economia e non si nega sfizi d’autore come il film Storefront Hitchcock (esiste anche il consigliato CD che ne fa tesoro), nel quale l’amico Jonathan Demme lo ritrae che suona dentro una vetrina a fine decennio e secolo.

Arriva così alla mezz’età, senza pretese da patetico supergiovane né acciacchi da farsi rider dietro. Con dignità e un songbook che suscita invidia,  invece, suggellando il legame Warner tramite un divertito Jewels For Sophia (Warner Bros, 1999; 7,0/10), forte della sardonica Mexican God e del caracollare dylaniano di Viva! Sea Tac, della ballata You’ve Got A Sweet Mouth On You, Baby e di una No, I Don’t Remember Guilford quintessenza di allucinata delicatezza. Siccome non si diventa mai grandi, stranezza va dietro a stranezza ed ecco lo spartano, discreto Luxor (Editions Paf!, 2003; 6,9/10), pubblicato in occasione del mezzo secolo di vita.

Lo avrete successivamente visto, il Nostro, nel film di Demme The Manchurian Candidate e in giro per il globo a suonare; lo avrete gradito in Spooked (Yep Roc, 2004; 7,0/10), allestito con Gillian Welch e David Rawlings in una settimana trascorsa a Nashville. Oppure avvalersi in Olé! Tarantula (Yep Roc, 2006; 7,0/10) dei Minus 5 e concedersi il gusto della celebrazione, attraverso il documentario del 2007 diretto da John Edginton Robyn Hitchcock: Sex, Food, Death... And Insects, una serie di ristampe di vecchio materiale e le sempiterne cartoline da una mente altrove di Goodnight Oslo (Yep Roc, 2009; 7,1/10).

Robyn Hitchcock
Fabrizio Zampighi 2009

Soltanto i capelli sono ingrigiti, l’anima è verde come un ragazzino: lo ribadiva lo scorso anno Propellor Time, con dentro al solito belle canzoni e sodali del calibro di Johnny Marr, Nick Lowe e John Paul Jones. Perché stupirsi? Dopotutto si tratta di Robyn Hitchcock: l’uomo che inventò se stesso.

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