Dalle parti di Drag City qualcuno deve essersi fregato ben bene le mani. Comprensibile. Soprattutto dopo i buoni voti e i sempre più entusiastici riscontri "virali" riservati a My Electric Family, terzo opus a nome Bachelorette, moniker dietro al quale agisce la neozelandese Annabel Alpers. Non stupisce affatto quindi che l'etichetta di Chicago abbia rilevato e rimesso in circolo i suoi primi due titoli, il mini album d'esordio The End Of Things e il lungo Isolation Loops, rispettivamente del 2005 e del 2006. C'è di che rallegrarsene, perché la ragazza produce cose davvero interessanti.
Procediamo con ordine: dopo un laurea in musica alla Canterbury University di Christchurch, Annabel si tuffa nel surf-pop assieme ad un gruppo di cui nulla ci è dato sapere, gli Hawaii Five-O. L'esperienza finisce presto, troppa la voglia di soddisfare il proprio estro senza scendere a patti con le propensioni altrui. Miss Alpers non sente il bisogno di stare in una band, anzi: si rinchiude nella proverbiale cameretta con chitarra, basso, pianoforte e sintetizzatori e partorisce The End Of Things (Arch Hill Recordings, luglio 2005, 7.2/10), sette tracce che definiscono un enigmatico dissidio tra la smania robotica e la fregola vintage folk-psych. Due parole innanzitutto a proposito della voce: qualcosa a metà tra un ritratto pastello di Sandy Denny e una Beth Orton posterizzata, il tepore differito in una lunatica solennità che pure sa trasmettere un'immediatezza frugale, scolpendo melodie di luce colorata su praticelli sintetici.
Love Is A Drug spedisce l'indolenza della ballad tra struggenti brume elettroniche, quel senso di retrofuturismo rappreso prima che diventi nostalgia, ipotesi di ciò che potrebbe essere (stato): oppure, se preferite, un gran pezzo di canzone. Che realizza una sintesi già sentita, certo (qualcosa tra i Grandaddy più eterei e i Royksopp passando per Sparklehorse e un pizzico di Delgados), ma con una convinzione rinnovata. E' la traccia più interessante in scaletta, quella più ricca di segnali estetici e poetici, anche se gli sbuffi androidi di My Electric Husband (con l'algida ironia del testo dai sottili retrogusti angosciosi) da una parte e la flautata pensosità acustica della title track dall'altra apparecchiano appunto degli estremi stilistici tra i quali non è facile ipotizzare un congruo punto d'equilibrio. Senza contare l'aria acidula e "murder" di Pebbles And Dirt, elettricità cupa e voce ectoplasmatica su spartito neanche troppo vagamente Mark Lanegan (!).
Se non è facile inquadrarne intenzioni e prospettive, è però evidente il talento compositivo e l'intensa disinvoltura delle interpretazioni. Capacità ribadite dall'esordio lungo Isolation Loops (Electroplate, 2006, 7.5/10), tra le cui undici tracce molte cose si chiarificano. Bachelorette-Annabel conserva geni freak nel DNA, lascia che si palesino attraverso le mutazioni sintetiche eigthies, i recuperi vintage (filmici e spacey) di certi Air, il respiro recuperato della folktronica e la tenerezza digitale imbastita da gente come i Boards Of Canada. Una menestrella sintetica che canta la solitudine dell'era iperconnessa? Può darsi.
Certo, pezzi come And The Earth Knew Absence (gospel liofilizzato come potrebbe una cuginetta diafana di Bjork invaghita delle Cocorosie) o la struggente A Lifetime (french-touch Stereolab stemperato con fatamorgane Yo La Tengo) realizzano ben più di un ibrido da laboratorio, cogliendo il calore dell'immediatezza, della semplicità come frutto di complessità risolte. A tal proposito, il doo-wop letargico e stilizzato di Complex History Of A Dying Star suona più o meno come una Bjork - ancora lei - prodotta da Brian Eno, mentre Intergalactic Solitude disegna diafane traiettorie synth-pop con spersa dolcezza Broadcast. D'altro canto, ecco la vena folk sbilanciata vaudeville affiorare nella graziosa Poppaccino, virata di esotismo onirico in Your Magic Air, mentre tremori e languori smazzano dense bradicardie errebì nella calorosa Doo-Wop.
L'enigma permane perché l'enigma è lo spettacolo, il messaggio di solitudine rielaborata, fiera del proprio isolamento che si nutre di segnali da un mondo così pervasivo e distante. E' il controcanto coscienzioso - se mi è consentito dire - di quella Goldfrapp che invece va banalizzando la propria calligrafia in uno shock mainstream che disperde le splendide radici electro-avant. Torniamo così al punto di partenza, che poi è quello di arrivo, almeno per il momento: My Electric Family (Drag City, maggio 2009, 7.4/10) sposta l'ago della bilancia verso un più acuto grado di robottizazione, pur senza rinunciare a stratificazioni timbriche sempre più elaborate ed arrangiamenti mai tanto ambiziosi. Insomma, il passaggio a Drag City vorrà pur dire qualcosa. In primis il ricorso ad un pugno di musicisti che le danno una mano con basso, chitarre e batteria. Ed il respiro più ampio, di chi sa di dover abbracciare realtà globali. Non che prima non lo facesse, ma adesso la consapevolezza lavora.
Il singolo Her Rotating Head dipana panneggi melodici da odalisca post-moderna su synth-pop iperottanta, preceduto dal funkettino iperboreo di Mindwarp e seguito dalla frigidità kraftwerkiana di Technology Boy: un trittico che sposta il baricentro della scaletta dalle parti di un'elettronica sensibile ben realizzata ma non proprio originale. Non a caso subito dopo la marcetta di Dream Sequence - coi fiati della Royal New Zealand Air Force Brass Band - arriva a sparigliare le coordinate, schiudendo possibilità altre come la processione bucolica di Where To Begin o il rigurgito sixties latin-tex di Donkey, per finire con la graziosa fragranza Stereolab sedata Young Marble Giant di Little Bird Tells Lies. Passi in avanti verso la definizione di un sound più strutturato, pagando un po' di pegno in fase di scrittura. Resta netto però il senso di anomalia sonica in corso, di cui sarà bene d'ora in avanti non farsi sfuggire la traiettoria.
Scheda: Bachelorette
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