Il vero punto 2010 dell’affaire Swans non è solo da cercare in My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky, ma passa anche dall’esperienza dal vivo che lo affianca. Le due ore del concerto al Locomotiv sono state rivelatorie, nell’ipnosi generale (a tratti epilettica) che i sei hanno ingenerato nell’uditorio. Se dovessimo dare un nome alla sensazione che tiene uniti i trent’anni di attività di Gira e compagni (variabili), la chiameremmo intensità, di quella che si nutre di opposti. Crudeltà musicale e trascendenza. Visceralità e senso dell’assoluto. E anche lungo la serata bolognese è questa la ricetta per rapire il pubblico.
Il ghiacciaio catartico non arriva tutto insieme, ma a seguito della lunga introduzione che precede l’esecuzione di No Words/No Thoughts, primo brano dell’ultima fatica Swans-iana. Campanelli infiniti e un esempio-prototipo dilatatissimo che tiene insieme la pachidermite del metal (memore dei primi, pesantissimi passi del combo) e la struggente progressione del post-rock, comunque sovrastata dalla portata sovrumana del suono, un tutt’uno di pienezza che porta al massimo tollerabile – o quasi - i timpani.
La regola è procrastinare il momento di catarsi e sudore collettivo, stando molto attenti a evitare di cadere in quello che in fondo il pubblico – dress-code accennato, ma meno del gig X-TG, e soprattutto età media decisamente superiore – forse un po’ si aspetta, vale a dire i “classici” Swans. Strategicamente, il sestetto organizza il live attorno al baricentro di My Father…, con i pregi e i difetti del caso.
Certamente, se l’obiettivo era di non dare l’effetto di senso di una reunion isolata - senza presente, più che senza futuro – l’obiettivo è stato centrato. La band ne guadagna in coerenza e continuità con il percorso sin qui svolto, molto più che dall’ascolto dell’ultima prova in studio. L’altro colpo che riesce al crooning sciamanico di Gira è la sospensione del giudizio circa le possibilità degli Swans di essere ancora una partita significativa, a fianco di Angels Of Light (e dell’impegno Young God, testimoniato nell’apertura John Fahey-iana di James Blackshaw). Una epoché che si basa sul tempo, esterno e interiore, sulla tenuta “intensiva”, appunto, dei brani. E che però richiederà una contromossa, perché le aspettative sono tornate alte, caro Michael.
Scheda: James Blackshaw, Swans
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