Tune in
Pubblicazione 08 Febbraio 2011

Agoria

Away from French Touch

Rifiuta Parigi e i salotti fighetti. Pubblica sulla sua etichetta un concept house-melodico ubercool. Da Lione, la rinascita di Sébastien Devaud
Agoria
2010

Paris, aujourd’hui

La Francia house negli ultimi anni ha partorito personaggi che hanno cambiato il modo di pensare la musica da ballo. I Daft Punk, il loro manager della prima ora Pedro Winter con la sua cricca Ed Banger, l’epopea F Communications, Laurent Garnier, Ludovic Navarre con la bomba tech-jazz St. Germain, gli organetti retrò degli Air e per finire le bordate post-hip-hop di Missill. Tutti questi grandi nomi variano la declinazione della musica da ballo verso coordinate divergenti, come i ricordi anni ‘80, le sparate fidget, le basi truzze, gli stili da strada e chi più ne ha più ne metta. La loro proposta è sì variegata, ma un minimo comune denominatore ce l’ha: tutti ruotano infatti attorno alla capitale Parigi.

Le periferie che bruciano con i conflitti etnici, la poshyness del Rex (guardatevi la patinata del sito, please) e degli altri club blasonati, le passeggiate cool sugli Champs-Élysées che ricordano il Tour de France dei medagliati Kraftwerk. E molto, molto altro. Parigi, come qualsiasi capitale è un marchio di fiducia, un simbolo inta(o)ccabile. A queste persone fa comodo essere dentro agli arrondissement, stare nel ‘giro giusto’ per sopravvivere. Più alto è il numero della zona abitativa più costa il biglietto della serata. Paris, noblesse oblige.

Chi viene da fuori probabilmente ammira, come in una vetrina di un bel centro commerciale nuovo fiammante, le loro proposte glitterate che si autoalimentano fra passaparola, poke su Facebook ed elitismi snob. Catalizzare l’hype dal ‘di dentro’ parigino non sembra poi così difficile. La Tour Eiffel traguarda il paesaggio sonico come una grande mamma cybertronica che perdona tutti i peccati e per questo salva dall’oblìo, quasi un grande totem verso cui rivolgere le preghiere del sabato sera, un rifugio su cui convogliare energie e speranze, un nido che protegge e che culla, con la sua eterna pulsazione insonne.

Per gli estranei, i cosiddetti provinciali, Parigi non è mai un sogno, anzi. In alcuni casi potrebbe essere un vanto non appartenere a quella schiatta, quella stirpe che fa notizia con un flyer, con un casco d’oro o d’argento. Dall’underground le spinte al riconoscimento tralasciano la moda, il bullismo fashion e si rinvigoriscono con un’artigianalità che non guarda egoisticamente solo al suo interno, ma che osa esibire un passaporto apolide, ricco di spunti altri. Away, appunto.

First Agoria, Finally InFinè

Sébastien Devaud è uno di questi personaggi che rischiano, promuovendo la diversità di suono dal canone french. Originario di Lione, il ragazzo fa da subito suo il moniker di Agoria (una vaga assonanza con l’apertura dell’agorà greca) e già da giovanissimo in consolle mette su dei pezzi che sono America. I nomi che ama spinnare sono Jeff Mills, Kevin Saunderson, Joey Beltram, Richie Hawtin e Carl Craig. Dopo un po’ di prove standard sull’asse oltreoceanico, Seb si mette a ripensare alla sua figura di DJ e inizia a organizzare uno dei festival più importanti del Sud della Francia. Nuits Sonores porta il suo marchio di fiducia e sbanca tra gli appassionati.

Ancora qualche singolo, qualche comparsata per mixare le migliori compilation del decennio (vedi il suo splendido At The Controls del 2007, osannato da tutti i più grandi nomi del settore, compreso Resident Advisor), qualche album che non sconvolge ma che gli consente di farsi le ossa dal punto di vista compositivo. Nel 2006 si imbarca con Alexandre Cazac e Yannick Matray nel progetto InFiné: un’etichetta che serve a promuovere lavori di personaggi nuovi, gente come Apparat, Clara Moto e Francesco Tristano, che sanno il fatto loro e non si riconoscono nel suono del cosiddetto French Touch.

Abbiamo sentito Seb in occasione dell’uscita del suo nuovo album Impermanence in uscita a febbraio 2011, un disco che è “venuto fuori facilmente, quasi di getto”. Se gli chiediamo come valuta il suo essere fuori dai giri parigini ci dice che “ci sono dei posti che influenzano il suono, come Parigi, Detroit, Berlino. Per quanto riguarda la città dove vivo, Lione, mi sento di paragonarla a Torino. Durante gli anni Novanta non abbiamo avuto molte possibilità di organizzare parties, così l’unico modo di esprimersi era di produrre musica e quindi da qui sono usciti personaggi come Miss Kittin & The Hacker, Kiko e molti altri”. Un paragone naturale viene da farlo anche con Detroit: un posto che ha un background industriale solido, ma in cui è difficile fare parties: “è per questo che la mia musica è diversa dal french touch, la musica dei ricchi di Parigi. Un’altra ragione è una questione di connessioni e amicizie. Vedi il caso di Pedro Winter: è lui che organizza gli artisti e rende possibile questo tipo di musica. Loro lo seguono, non seguono la sua musica, ma il suo potere di emancipare la gente verso un suono unico. Non è la mia musica. E non la voglio difendere. Ma ho rispetto per quello che hanno costruito”.

Instabilità permanente

Dopo aver detto chiaramente come la pensa sulla musica house francese, passiamo ad analizzare il disco, che ha in Carl Craig una collaborazione fondamentale (nella traccia Speechless). Craig è uno degli idoli di Seb, e guardacaso compare anche come una colonna portante nel disco di Francesco Tristano di qualche mese fa: “Non abbiamo pianificato nulla con Carl, non c’è stato un piano di marketing (ride, ndSA). È solo una questione di gente che si piace rispettivamente. L’ho invitato per una serata in un club a Lione e quando ho sentito la sua voce ho detto: Wow! Quest’uomo ha qualcosa di carismatico, così gli ho chiesto se gli potevo mandare un loop o l’inizio di una traccia per parlarci o cantarci sopra e così è uscita Speechless. Mi piace la sua musica e quello che rappresenta a Detroit. Quando ero al Movement (uno dei festival più importanti di musica elettronica di Detroit, ndSA) mi ha presentato al sindaco della città; stava tentando di sviluppare la cultura musicale elettronica. Questo modo ‘militante’ di Carl di fare cultura mi piace molto. Un po’ la stessa cosa cerco di farla a Lione con i party che organizzo, come il Nuits Sonores”.

Gli altri protagonisti del disco sono Seth Troxler in Souless Dreamer e Kid A in Kiss My Soul. Seth è uno dei DJ più quotati al momento, e non sfigura nemmeno con la sua voce. Americano, migrato a berlino e oggi London based, si insinua nel suono francese: “ha suonato a Lione a Nuits Sonores, ha deciso di stare un giorno in più e così siamo andati in studio e in un’ora abbiamo registrato la canzone. Non è tanto una questione di influenza berlinese, quanto una questione di incontri e di networking di amicizie. Mi ricordo per esempio che quando Seth è stato a Lione gli ho regalato un paio di ciabatte! Lui è uno che viene dalla scuola detroitiana, ma penso che il suono ereditato da Seth sia un mix di influenze: un po’ di Berlino un po’ di Detroit e un po’ di Londra”.

Agoria
2010

Kid A è una giovane di vent’anni che sembra con i suoi toni lievi l’erede di Björk o Emiliana Torrini: “Ha cantato una traccia (Too Hard to Breathe sul 12’’ Roller Coaster del 2010, ndSA) con gli Spitzer su InFiné e appena l’ho sentita la volevo conoscere. Ha una voce fantastica. e anche se sembra svedese, viene da Washington ed è nera. Assomiglia a Nina Simone, è molto carismatica e brava. Abbiamo lavorato a distanza, ma poi quando è venuta qui in Francia è stato facile finire tutto”.

Il disco in definitiva è un concept melodico sui suoni house: “oggi gli album non si ascoltano dall’inizio alla fine. Invece io ho voluto fare una cosa organica, ascoltabile senza skipping o fastforward”. La non permanenza dichiarata nel titolo è duplice “sia perché ogni traccia segue l’altra in modo naturale, sia perché non c’è niente di fisso, tutto si può reinventare”. Ed è esattamente come è Agoria nei suoi rapporti con la label. Non pensa di aver mai trovato qualcosa, quando registra i pezzi non si definisce. In più cerca di essere eclettico nello scouting di nuovi talenti, come fa con le sue tracce, che spaziano su nuances diverse ma in fondo coerenti.

Una delle sonorità di fondo è il suono classico del pianoforte: “non suono il pianoforte, ma ho incontrato Francesco Tristano tre anni fa: mi ha fatto considerare di inserire nell’elettronica degli elementi acustici, infatti ho usato anche strumenti ad arco che poi ho rielaborato elettronicamente”. Lo vedremo presto in Italia: il 25 Febbraio a Roma e il 26 a Milano. Intanto ascoltiamo di nuovo il suo disco. E occhio. Ad aprile esce il suo disco di mix per il Fabric. Agoria professa un modo amicale di fare elettronica e house. Classe con l'anima e con il cuore.

Scheda: Agoria

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