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Pubblicazione 01 Gennaio 2005

Antony and the Johnsons

Il dolore e la maschera

L’arte meravigliosa di Antony and the Johnsons

Androgino e artsy. Drammatico e cristallino. Alieno e fragile. Trasversalmente epico, circonfuso com'è d'inquietante mistica transgender. Lo strano caso di Antony, l'ultima Drag Queen.
Antony and the Johnsons
Felix Cervantes 2006

Negli ultimi due anni lo hanno voluto un po' tutti - dai tipi del Warhol Museum a quelli del teatro di Bloomsbury, dagli organizzatori del Summer Stage al Central Park a quelli del Nancy Jazz Festival e del Townhall di New York City, dalla terra d'Albione alla Grande Mela, dai cineasti ai performer -, ma in pochi prima si erano accorti di questo splendido artista londinese trapiantato a New York al tempo del debutto, sul calar dei Novanta.

A scoprirlo fu l'insospettabile e tormentato David Tibet, leader dei Current 93. Poi, altrettanto imprevedibilmente, Lou Reed se ne sarebbe innamorato al punto da prenderlo sotto la sua rispettabilissima ala, un aumento esponenziale di visibilità (devono ancora spegnersi i brividi provocati dalla Perfect Day cantata da Antony in The Raven), che ha significato il successo e la consacrazione in un colpo solo. Eppure i larghi consensi ottenuti dal cantante ormai newyorchese non erano e non sono per nulla scontati. Antony ha atteso anni prima di essere riconosciuto, e d'altronde non poteva essere altrimenti: l'ex late night singer (nel curriculum anche la militanza nei, o forse meglio nelle Blacklips - combo en travesti dedito a una specie di metal teatrale - e nella punk band Jennifer Honky Tits) era troppo androgino e artsy per poter piacere agli amanti dell'ossessione folk apocalittica di casa Tibet, e allo stesso tempo troppo omosessuale per convincere gli etero(dossi), tanto quelli del gothic quanto quelli del rock.

Insomma, non era per nulla detto che Antony sarebbe piaciuto e forse non sarebbe nemmeno diventato un'icona del pubblico gay adulto (lo stesso che compra l'antiquariato francese del secolo scorso): fin dall'esordio, da quel debutto fortemente voluto da Tibet per la sua etichetta (la Durtro), il cantante rivela una natura drammatica e trasversale (è anche un performer, avendo studiato e praticato teatro sperimentale), musicalmente cristallina ed epica da una parte, troppo ostica per i canoni armonici del raffinato pubblico dei teatri dall’altra.

Quelle di Antony potrebbero essere delle cover neoclassiche di brani di Otis Redding (ammessa ossessione del performer) e Nina Simone, preghiere gospel o addirittura arie liriche; ma se certo ricordano tutto ciò, non lo sono. Com'è altrettanto vero che la “musa” di Reed, con i suoi testi tragici e le sue pose al limite del melò, ha ben poco in comune con il gusto provocatorio e chic della controcultura omossessuale del suo tempo. Più che l'impersonalità sbarazzina di un Boy George (un mito dichiarato, tanto da essere ospitato nell’ultimo album I Am A Bird Now), la provocatoria libidine di Holly Johnson (leader dei disciolti Frankie Goes To Hollywood), o il falsetto di denuncia del cantante dei Bronski Beat, Jimmy Sommerville, Antony - lo si vede nel film di Steve Buscemi "Animal Factory" del 2000, nel quale recita se stesso in una piccola comparsata, oppure in "Wild Side" di Sebastien Lifshitz, in cui canta quello che è un po’ il suo manifesto, I Fell In Love With A Dead Boy - parte dalla solitaria e sconsolata dimensione del piano bar fuori orario per approdare a un senso di tragico universale, a un fato incombente (è forse proprio questo che ha colpito Tibet), come al tempo stesso - con quel particolare timbro androgino, nasale e vissuto, a raccontare caroselli di speranza e rassegnazione - non è così distante dall'epica della strada di reed-iana memoria. Con la pubblicazione del secondo lavoro - uscito a febbraio 2005 -, non possiamo che confermare questa magnifica dicotomia, caratura di un personaggio inimitabile.

copertina pdf #91