I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 03 Dicembre 2010

Gran Fondo, Piano For Airport, Secretaries (The), Telepathics (The), Lenula, Salvo Ruolo, Sweating Room (The), Junkie Storm

Re-boot #10

Il segnale è chiaro: malgrado tutto, il sottosuolo ribolle di musica. Voi non vi arrendete. Neanche noi.
Gran Fondo
2010

Un po' di novità dalla Capitale, diversissime per stile e condizione: i Piano For Airport sono un quartetto attivo dal 2007, dicono la loro sul versante di un ex-post-rock che ha reimparato la voglia, il gusto, l'attitudine della tensione melodica. Another Sunday On Saturn (Autoproduzione, 6.8/10) è il loro primo full lenght, un dieci tracce che alterna allarmato nervosismo (Monkey Theorem, Tired Eyes) e palpitazioni atmosferiche (Just Done, Ghost And Pillows), coprendo un arco emotivo che prevede astrazioni elettro-pop e più o meno oblique inquietudini wave. Tra Death Cub For Cutie, Notwist e Giardini di Mirò, seguono un solco intrigante che - al netto di una pronuncia che deve farsi più naturale - studia per diventare significativo.

L'altro romano è Fabio Masciullo, che nell'esistenza "normale" si prodiga come psicologo, mentre nella veste dell'alter ego Gran Fondo ha composto negli anni - così sostiene - circa mille (1112, per la precisione) canzoni stipate nel famoso cassetto della famosa cameretta. Canzoni che ovviamente premono per uscire. Sette di esse compongono questo Lettera, congiunzione, copula (Autoproduzione, 7.2/10), demo che dimostra versatilità febbrile e una capacità sintesi che lo porta a mettere in cortocircuito Eels e CCCP (E ci rivedremo), Wire e Faust'O (Effetto serra), Brian Eno, Patrick Wolf e Notwist (la splendida Elicottero), insomma lo spettacolo d'arte varia d'un wave rock tra l'isterico, l'atmosferico ed il progressivo. Tu chiamala, se vuoi, retroavanguardia introspettiva (qualunque cosa significhi). In ogni caso, molto molto interessante.

Anche i Telepathics hanno Roma nel dna, ma la situazione è ibrida visto che il duo è composto dal musicista e compositore capitolino Cristiano Carosi (già nei Sea Dweller) e dall'illustratrice italo/svedese Isabella Cotellessa. Hanno appena sfornato un ep, Jungle Reaction (Upside Down Recordings, 7.2/10), nel quale danno vita ad un ultrapop allucinato e radiante, mutazioni kraut, wave e ambient, gli Human League ipnotizzati da Terry Riley, i Kraftwerk nella sala giochi New Order tra nebbioline My Bloody Valentine. Deliziosamente out of time come una lampada di quarzo: aspettiamoli sulla lunga distanza.

Ci piovono addosso da Caserta invece The Secretaries, duo femminile dal fascinoso piglio indie saturo di ombre e inquietudini PJ Harvey. Esordiscono con l'ep Before The A (Autoproduzione, 6.8/10), cinque tracce di tremori che si dipanano atmosferici per l'incrociarsi suggestivo di chitarra, tastiera e voce. L'assenza di sezione ritmica - tranne che nella languida Lost - crea un bel senso di gravità zero, su cui galleggiano i rigurgiti new wave e le caligini quasi shoegaze. La proposta, va da sé, non brilla per originalità, ma le idee sono chiare, il mood non cede di una virgola, il suono - grazie anche all'aiuto del compaesano DOPA - solletica deliziosamente i padiglioni.

Mark Lanegan, Woven Hand, ma anche i nostri Donsettimo e Cesare Basile. Fondamentalmente blues, di quello oscuro, scheletrico, acido, vergato da chitarra elettrica, contrabbasso, batteria, lap steel, banjo. Salvo Ruolo con il suo Vivere ci stanca (Autoproduzione, 6.5/10) riesce a costruire un disco fascinoso e crepuscolare, slegato dalle strutture rigide e teso verso un indefinito stoned, lento e volutamente sfilacciato. Testi che optano per una resa incondizionata alla musica, un cantato svogliato à la Dulcamara e l'impressione che il musicista sappia il fatto suo. Tra i crediti del disco, anche lo snowdoniano Franco Beat.

Quel che più ci attrae dei brindisini Lenula è invece la commistione di generi alla base del loro omonimo EP di esordio (Pelagonia, 6.2/10). Una sorta di progressive totale che riesce ad unire cantautorato stile Tom Waits (Modellando la notte), certa jazz-fusion di canterbouriana memoria (All'interno) e una psichedelia spacey morbida e articolata (Fondo). Il meglio lo si ascolta quando le trame si fanno più allentante e coraggiose, mentre suonano fin troppo disciplinati e ripetitivi i tempi dispari e le parti strumentali più debitrici verso la tradizione progressiva. Un buon punto di partenza, comunque.

The Sweating Room (autoprodotto, 6.8/10) è l’EP d’esordio dell’omonimo quartetto toscano , attivo da un paio d’anni e ora arrivato alla produzione di un disco. Indie rock e powerpop con spiccata vena melodica ne rappresentano le principali coordinate, con una interessante voce femminile, quella di Giulia Salvi, a punteggiare e tenere insieme il tutto. Otto brani cantati in inglese, una discreta tenuta d’insieme e un senso della melodia che ne rappresenta la principale risorsa sono tutti elementi che fanno ben sperare per il loro proseguimento. Da tenere d’occhio.

Torniamo infine nella capitale, dove sono attivi da tempo gli Junkie Storm, che si ripresentano con un nuovo EP, No Headed Boy (autoprodotto, 6.8/10) che consiste di due inediti (il pezzo omonimo e Frontiers) e due brani dal precedente EP qui rivisitati. Alt rock tra America  e Inghilterra con durezze e melodie, pezzi in inglese qua e là sporcati da synth, tra Franz Ferdinand e tanto del cosiddetto “emul-rock” che è stato. Il gruppo qui alla sua terza autoproduzione ha ormai una personalità ben definita frutto del lavoro svolto sin qui.

copertina pdf #91