Pubblicazione 23 Dicembre 2010

The Kinks

Wonderboy

La poesia amara di Ray Davies

Caro vecchio Ray: sai solo tu quanto ti adoro. Anche se da troppo mi fai penare e ti sei chiuso in quello stesso passato che hai creato col tuo Genio. Grazie lo stesso, Ray.

I'LL REMEMBER

A partire da Waterloo Sunset ho sempre pensato alle canzoni in senso visuale, prendendo annotazioni sulle scene.“  Ray Davies, 1983

Al numero 6 di Denmark Terrace, a Fortis Green, nel quartiere di Londra nord chiamato Muswell Hill, c’era una porta con su scritto “Davies”. Lì è nato Raymond Douglas, settimo di otto figli -  sei sorelle (una lo crescerà a suon di dischi) e il fratellino Dave, talento inevitabilmente minore e carattere ruvido - di una modesta famiglia operaia. Verrà su, con tutto quel chiasso e quella folla attorno, da introverso che preferisce guardare le cose dall’esterno e possibilmente in pantofole e quanto è perfetto tutto ciò per fungere da incubatrice al prototipo di scrittore di mini-drammi (o commedie…) che sarà. Perché di ciò si tratta: di un osservatore che, come tutti i grandi scrittori o commediografi, cammina tra la gente e senza mescolarsi con essa ne cattura pensieri e respiri, aspirazioni e sdegni. Stando chiuso in casa a prendere nota dalla finestra come l’io narrante di Waterloo Sunset, che vive malinconicamente una gioia un po’ misantropa (che ci dici, Morrissey?) tramite gli amanti Terry e Julie che scorge fuori dalla stazione della metro. Uno senza il quale è impossibile pensare - anelli di una dorata catena - gli Elvis Costello, i Paul Weller, Andy Partridge e Damon Albarn che ne seguiranno le orme.

Perché è qui che la musica inglese, mentre completa l’invasione di un’America che le fu maestra, inizia a sposare testo e contesto e a “vivere” il pop nel contesto sociale che lo genera e che a sua volta finisce per plasmare in qualche modo. Sta tutto nell’abilità di questo amabile passatista, di una specie di “reazionario idealista” con in testa una Britannia che è cool senza neanche volerlo, anzi si chiude dentro a un’Arcadia di tradizioni - la provincia e i suoi lenti riti, la struttura sociale inamidata come i colletti degli impiegati ministeriali, le colonie e l’amato Impero - idealizzata in modo di già consapevole come via di una felicità in terra. E una via di fuga dal sentirsi strozzato in una scelta, in quel Dead End Street che nel ’66 canterà così amaramente a 45 giri: scarpe da  pallone o chitarra, George Best o John Lennon. E’ un cocciuto indicare che quegli anni non sono poi così fab per tutti, di povertà dickensiana e disperata si vive e si muore ancora ed è così che assume senso un parallelo con Mark E. Smith, misuratosi egregiamente con Victoria e continuatore della saga inacidendo del Nostro il tagliente umorismo.

Un clichè, anche, che infine si sovrappone e genera, nel sonno della ragione critica, i Liam Gallagher e Pete Doherty del caso, ovvero i fantocci senza contenuto che talvolta ci fanno così detestare quell’isola che viceversa amiamo, e dove piangi due volte. Quando arrivi e quando te ne devi andare. Sarà infatti poco e soprattutto all’inizio rock e poi tantissimo pop la creatura Kinks al suo meglio, perché in quel mettere in mostra plateale sentimenti e in quel raccontare storie c’è tutta la differenza. Trovi il camminare sulla corda tesa tra la dura realtà e la trasfigurazione “mitologica” della stessa che ha per alcuni anni offerto magia indimenticabile e che non ha smarrito potenza e seduzione. Abbastanza da allestire seduta stante una Società per la Conservazione di Ray Davies, diventato vecchio in fretta perché vecchio già lo era sin da ragazzo (al punto di voler regredire indietro fino alla scimmia in Apeman: era il ’70, qualcosa vorrà senz’altro dire…), senza possibilità di emergere tra un McCartney e un Jagger epperò talento di pari schiatta.

Chissà se avrebbe apprezzato quel tipo di successo: probabile che oggi, nonostante il declino e un inverno cupo e pessimista, non lo scambierebbe con il suo ruolo “storico”, cioè quello di un Noel Coward o un G.B. Shaw prestato a (splendide) canzoni. Preparatevi alla più lunga sequela di ovvietà mai apparsa su queste pagine e a rinunciare ai voti.

YOU REALLY GOT US

Andavo a scuola e cantavo nel coro, poi arrivo la pop music a liberare i giovani. La classe operaia ottenne una voce, ma non c’ero soltanto io: c’erano John Osborne, Alan Sillitoe, gli Angry Young Men; il teatro e il cinema.“ Ray Davies, 2010

Nel cuore di quegli anni Quaranta che per l’Inghilterra furono soprattutto grigiore e bombe, c’è un’intera generazione, diciamo quella dal 1940 al 1950, che dal secondo conflitto mondiale e del suo dopo sa trarre forza e incanalare la tragedia in una ricostruzione del costume. Saranno costoro a porre - mai come in questo caso involontariamente - le fondamenta di una rivoluzione culturale in cui i giovani prendono il potere, anzi in essa nascono come categoria sociale e di mercato. Ray è del giugno ’44 e il fratello di quasi tre primavere più giovane, dunque la trafila è la solita: se siete un minimo avvezzi all’evoluzione del rock and roll, saprete dunque che si cresceva con Elvis Presley, Chuck Berry e il blues per darne una versione ingenua ma utile come palestra chiamata skiffle. Tenendosi da qualche parte i crooner e un music-hall autoctono che sarà presto utilissimo nel mentre ci si butta a pesce su rock & roll e soul, li si fraintende e se ne cava il beat.

Al pari di svariati altri colleghi, i Davies frequentano nel ’62-‘63 il londinese Hornsey College Of Art e fanno comunella con Peter Quaife, chitarrista subito dirottato al basso ed ecco che, in estate, col Pete Best della situazione (Mickey Willet) alla batteria nascono i Ravens. Un loro demo plana sulla scrivania di Shel Talmy, produttore americano sotto contratto per l’albionica Pye. E’ il 1964 e la competizione già è durissima, per cui tocca sbrigarsi: prima di firmare, ci si sbarazza di Willet a favore del più solido Mick Avory e si cambia nome come sappiamo. Il debutto, un 45 con la cover di Long Tall Sally, non va da nessuna parte e idem il successore You Still Want Me. Fatto è che Rolling Stones, Animals e Beatles stanno su un altro pianeta e a nulla vale rifarsi ai loro stilemi senza una scintilla che distingua. E che giunge sotto forma di uno tra i riff più imitati di sempre - dal punk all’hard passando per garage e power pop - che libera centotrentaquattro secondi di angst giovanile. Imprime una svolta alla loro carriera e a quella della musica leggera, You Really Got Me, salto in avanti quantico dal trampolino di Louie Louie con un fuzz selvatico che l’album d’esordio, fuori a ottobre ’64 per cavalcare l’onda, non mostra.

The Kinks, singolo Capolavoro di cui sopra e una Stop Your Sobbing che Costello deve aver mandato a memoria escluse, si affida a un compitare Merseybeat con mano acerba e a un errebì che non graffia. Suona a rimorchio di mode velocissime, come un altro 7” che sbanca e spacca seppur ricalcato sulla scansione di accordi che li rende famosi anche negli U.S.A. A fine annata All Day And All Of The Night si arrampica alla seconda piazza nazionale e gli americani lo spediscono alla settimana. In tutto quel bailamme c’è tempo per buttar fuori e.p. a ritmi industriali, accumulare esibizioni e incazzarsi tra di loro. Ne risente Kinda Kinks, che a inizio 1965 mostra un autore in cerca di sé, che fa numero attingendo dalla Motown e insegue un’eterna adolescenza impossibile. Regala nondimeno una Tired Of Waiting For You che è Classico magari minore e ciò nondimeno con la maiuscola e l’incursione brasiliana Nothing In The World Can Stop Me… Soprattutto, indica che non si è al cospetto di un bluff e lo stesso Kontroversy e il beat da antologia di ‘Til The End Of The Day, le prime avvisaglie di amarcord (Where Have All The Good Times Gone, Ring The Bells), per un favoloso 45 giri che da un lato irride la moda (Dedicated Follower Of Fashion) e dall’altro commenta la noia (Sittin’ On My Sofa). Servirà però una tegola sulla testa per tirare il fiato e approdare a un primo Capo d’Opera: alla fine dell’estate, l’ennesima rissa sul palco li bandisce dall’America per un quadriennio.

Stop alla mattanza del palco e via alla nostalgia, alla creazione del piccolo mondo antico da parte di Ray, che da questo - così rutilante, colorato e fors’anche vacuo - è stato estromesso. Introspezione, acredine classista e malinconia sono dunque gli ingredienti di Face To Face, quattordici diamanti pop-art trainati dal successone Sunny Afternoon, epitome della Londra che nel luglio ’66 swinga e si aggiudica i mondiali di calcio. Manifesto del suo tempo tanto quanto è sempreverde, infila tra l’ironia a rotta di collo di Party Line e gli struggimenti amorosi di I’ll Remember i folk-beat elisabettiani Rosy Won’t You Please Come Home e Too Much On My Mind, il raga Fancy, la proto-psichedelia pastello (Rainy Day In June). Non basta, poiché altrove volano le stilettate di Dandy e l’omaggio Session Man, le berline di costume e società borghesi alla Hogarth House In The Country (ciao, Blur!), Holiday In Waikiki e Most Exclusive Residence For Sale. Lasciando fuori un rauco inno da cantina come I’m Not Like Everybody Else e accidenti se è vero. Epoca d’oro per il mondo, il pop e Mr. Ray, che benché si chiuda viepiù nella “Kinkdom” celebrata e racchiusa - come pasticceria golosa da Afternoon Tea - nel successore Something Else, che rende un ‘67 ancor più formidabile. Scordatevi le tangenti acide e l’espansione della mente, ché qui si narrano drammi quotidiani in sedicesimo che con il patetismo e il populismo nulla hanno a che fare: tra la Death Of A Clown che è lascito trai i migliori del Dave e il meraviglioso acquerello Ibseniano Two Sisters, le classifiche perdono i Kinks e l’evoluzione della musica li raccoglie, nonostante un certo “Sergente Pepe” fosse da qualche mese nei paraggi. Il rock si nasconde in un paio di passi mica male (la dylaniana Situation Vacant) e il folk si incarna in marcette (Harry Rag, Tin Soldier Man) a fianco di una bossanova (No Return) e tutto s’avvolge di incantato, nebbioso stordimento (Lazy Old Sun, End Of The Season). Ad aprirlo l’invenzione dei Jam (David Watts) e a suggello il racconto più fulgido del Raimondo (Waterloo Sunset).

Tornano verso fine decade nelle classifiche dei singoli, i ragazzi, benché l’interesse sia ormai verso l’album come forma espressiva capace di soddisfare le velleità autoriali del leader. Vendono bene e sono di ottima fattura sia le gioiose Autumn Almanac e Wonderboy che la romantica sfoglia Days, nondimeno mente e cuore stanno in The Village Green Preservation Society, dei famigerati “concept” uno dei pochi davvero azzeccati e giammai noioso; un’autentica mosca bianca in tal senso e veramente rivoluzionario nel guardare indietro mentre chiunque “vuole tutto e lo vuole adesso.” Spartano come si conviene e come Ray voleva, profuma di semplicità e di campagna, di fondamentale minuteria da microcosmo gozzaniano (il brano omonimo e la gemella meditativa Village Green, Starstruck, Picture Book), di una penna fragrante e di arrangiamenti indovinati (l’inquieta Wicked Annabella, l’agreste Sitting By The Riverside, una Phenomenal Cat col santino di Lewis Carroll in tasca). Ci sono il vaudeville e la celebrazione, l’amarezza e l’amicizia (Do You Remeber Walter); c’è un’epica pop, rock e finanche blues contenuta e imbrigliata che fa gridare all’incanto, al secondo “masterpiece”. Tanto per essere al passo coi tempi, esce sul mercato lo stesso giorno del White Album e addio sogni di gloria. La Storia applaude, però, e noi le facciamo compagnia. Non Peter Quaife, che non ne può più dell’insuccesso, se ne va (morirà nel giugno 2010) e gli subentra John Dalton. Agli sgoccioli del decennio termina anche il bando e il quartetto può tornare sul suolo americano, non prima però di aver messo mano alla “rock opera” Arthur (o il declino e la caduta dell’Impero Britannico): chiamatemi pure blasfemo o ignorante, ma la preferisco a Tommy però cede la medaglia d’oro a S. F. Sorrow dei Pretty Things, nel campo i primi e anche i migliori.

Consideratelo il concept esplicito dopo quello implicito ambientato nel Villaggio Verde, siccome ci si abbandona a riflessioni su Albione e il suo trapasso nell’era moderna visti attraverso gli anti-eroi di ogni giorno. Quel che spiace è un tono strumentalmente più appesantito dagli esiti non spregevoli (Mr. Churchill Says, Australia) e pur tuttavia opachi. Come se la leggerezza fosse scivolata sotto l’uscio, per cui tocca rinvenire i picchi nella freschezza di ieri l’altro, ovvero nella celeberrima e irresistibile Victoria, nella mestizia devastante di Shangri La, nella tenera Young And Innocent Days e nella baldanzosa Arthur. Il rimanente si colloca su buoni livelli, se no mostra stanchezza compensata col mestiere. Nemmeno l’ingresso del tastierista fisso John Gosling inietta nuova linfa, per quanto la sua prima apparizione sia con il singolo Lola, tenera istantanea di ingenua confusione sessuale ripescata dalle Raincoats. Compare di nuovo in classifica su ambedue i continenti e nel 1970 è tra i gioielli di Lola Versus Powerman And The Money-Go-Round, Part One, imbevuto per il resto di fiele e veleno scagliato contro lo showbiz e quando mai una tale mossa può giovare alla musica, anonimamente rock ed eccessivamente chiusa nel proprio guscio salvo riaffiorare pura nell’Apeman che satireggia esotico, nel rock quadratamene bluesato The Contenders, nella stonesiana Got To Be Free e in una This Time Tomorrow da lirismo a squarciagola. Al di là del più che dignitoso risultato, preoccupa un autore che soffoca il mezzo con i messaggi. Che, esaurito il sarcasmo, va facendo il pieno di cinismo. Ne avrà bisogno: i Settanta sono arrivati.

TIRED OF WAITING FOR YOU

Scrivo canzoni perché mi arrabbio, e ora mi trovo a un punto in cui spolverarle d’umorismo non basta più.” Ray Davies, 1978

Lo spartiacque lascia inizialmente perplessi: Percy imita in approssimazione e vaghezza la pellicola di cui fornisce commento e lo rammenti per God’s Children e The Way Love Used To Be. In retrospettiva penseresti che una band simile non possa sopravvivere alla nuova epoca ed è così, per quanto si debba restare ancora di stucco: Ray consegna il proprio genio a un ultimo disco e, salutata la Pye, varca la porta del colosso RCA ripagato da un anticipo di un milione di dollari. Di fatto, nel ‘71 Muswell Hillbillies risponde a glam e progressive cancellando l’Inghilterra dall’orizzonte sonoro e volgendo le orecchie a Ovest. Chiude un cerchio splendidamente, raccontando di nuovo borghesia e suburra in country (la title-track), jazz (Holiday, Acute Schizophrenia Paranoia Blues) e ballate. Inizia qui un lento declino, un appannamento della creatività che sa di ritirata nel carapace delle ambizioni mal riposte sul quale non mi dilungo: due anni dopo, Everybody's In Showbiz mescola su un doppio brani in studio ed estratti live che piazzano sulla graticola ancora il contorto rapporto con l’industria discografica. Ne ricavo parole lucide, la seduta psicanalitica Sitting In My Hotel e più di tutto Celluloid Heroes, la commovente elegia per i Miti che non muoiono mai nonostante il tramonto della fama. Frattanto il rapporto col fratello peggiora, in mezzo ci si mettono il disincanto e la voglia di magniloquenza. Dal triennio ’73-’76 e da un poker di dischi non si cava nulla che banali e autocompiaciute “opere rock” che son operine sbracate e inascoltabili, noia reiterata di un’epoca noiosa.

Encefalogramma piatto per la coppia di volumi di Preservation Act, per Soap Opera e Schoolboys In Disgrace, sicché serve un risvegliarsi ai tempi che stanno cambiando in un ‘76 importante per la porta sbattuta in faccia alla RCA (si passa chez Arista) e, annusando un punk alle porte che loro stessi hanno plasmato, vanno di lifting “dando alla gente ciò che vuole”: rock duro e tagliente, pochi orpelli e le grandi arene americane spalancate di fronte. E sia. Dalton se ne va l’anno seguente, poco prima di Sleepwalker (tornerà poco dopo e poi dirà basta del tutto), meritato successone negli States dopo il deserto creativo di metà decade, per quanto oggi sappia di vecchio ad eccezione di una Life On The Road paradossalmente fresca perché antica. Misfits lo replica in mezzo a un nuovo rimpasto di line-up necessario per tener botta negli stadi d’America. Frattanto i giovani omaggiano Ray in modo più (Jam, Knack) e meno (Clash) sfacciato e nell’onestà dei Pretenders l’uomo troverà anche l’amore travagliato di Chrissie Hynde. La musica prova a stare al passo a testa alta e ci riesce Low Budget (1979, undicesimo posto in USA) laddove Give The People What They Want (1981, numero quindici e disco d’oro) naufraga impietoso. Meglio, nell’83, State Of Confusion, trainato dall’ottima Come Dancing, dall’azzeccato video - un cortometraggio - in rotazione sull’ancor verde MTV. Il maggiore dei Davies imbocca qui un tunnel artisticamente triste e si trascina per dieci stagioni e un quartetto di lp di reducismo e spossatezza spiacevoli.

Nel mentre il capobanda si cimenta con i musical, il declino è segnato da Word Of Mouth, Think Visual, UK Jive e Phobia. In mezzo, se v’interessa, l’addio di Avory, l’ingresso nella Rock And Roll Hall Of Fame, il passaggio alla Columbia. Poi un ultimo guizzo, l’autoprodotto To The Bone che rilegge il repertorio glorioso in chiave “unplugged”, in quegli studi Konk nel frattempo allestiti dai fratelli e che sono attualmente fatiscenti e all’asta. Sarà merito sempre di omaggi e riscoperte cicliche, se i Kinks tornano sotto i riflettori nell’estate del Brit-pop: Ray Davies finisce in televisione a far da padrino a Blur, Supergrass e Oasis e promuove una autobiografia, X-Ray, argutamente strutturata e concepita come un romanzo. Messa nel ‘96 la banda nel congelatore, si concentra su una pleonastica carriera solista: nel ‘98 tocca a The Storyteller; più recentemente a un Other People's Lives datato 2006, a Working Man's Café dell’autunno 2007 e a The Kinks Choral Collection nell’estate 2009. Il secondo è addirittura entrato in classifica e Working Man's Café ha dato la stura alla serie di riconoscimenti e premi del caso per questo Grande senza un Time Out Of Mind o un Ragged Glory all’orizzonte. Provateci voi a dargli addosso, comunque, sapendo che nel gennaio 2004 gli hanno sparato a New Orleans durante un tentativo di rapina e che l’ultima mossa è un lavoro di collaborazioni e duetti, un See My Friends che sa di cronaca mediocre. Oggi scopri un uomo anziano paranoico e amareggiato, forse incapace di reggere il peso del tempo che passa e si porta via ogni cosa, inesorabile. Compreso l’amico Quaife e, causa un infarto nel 2004, quasi anche il fratellino, col quale peraltro comunica soltanto via posta telematica.

Mi ricordo: un momento, durante il festival di Glastonbury del 2010, in cui dopo aver dedicato buona parte della scaletta a Pete, Ray quasi scoppiava in lacrime durante Days. Mi ricordo: un momento, durante il Live At Kevin Hall del 1968, in cui la folla di adolescenti intona Sunny Afternoon al suo posto. Una morsa mi serra il cuore e infine capisco. Al numero 6 di Denmark Terrace non trovate più scritto “Davies” sul campanello, o almeno suppongo. So però per certo che nessuna targa spiega ai passanti chi sia nato lì quasi settanta anni or sono. Sarebbe ora che ce la sistemassero: possibilmente d’oro zecchino.

Scheda: The Kinks

copertina pdf #91