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Pubblicazione 22 Novembre 2010

Darkstar

Twinkle Twinkle Darker Star

Popstep in casa Hyperdub

Darkstar: la nuova scommessa di Kode9
James Young & Aiden Whalley aka Darkstar
Darkstar
James Young & Aiden Whalley aka Darkstar

La stella che segna il nord nel mondo post-dubstep spariglia il gioco e si toglie di dosso le lugubri atmosfere di East/South London, puntando direttamente al vocal pop. I Darkstar sono la nuova ed eccitante scommessa dell’etichetta di Kode9: il lungimirante produttore e burattinaio del mondo elettronico del suburbio londinese, capisce come i tempi siano maturi per un ripensamento dell’ultima e nuova sensation UK. Ci mette poco a tentare nuovamente il botto, come aveva fatto con Burial. Ricetta: guardare alla tradizione synth UK e utilizzare la lezione di questi ultimi dieci anni, che con il dubstep in fatto di darkness hanno costruito un’estetica prolifica e - mano a mano che è passato il tempo - più aperta e accogliente.

Il dubstep, dicevamo. Oggi anche questa catalogazione tende a sfaldarsi e nei prodotti più avant si sente l’urgenza di rimettersi in gioco. Vedi la techno che spinge sul lato dancefloor, le derive commerciali di Magnetic Man o gli ostinati in levare ragga di Ramadanman e affini. James Young ed Aiden Whalley partono invece con una classica formazione da nerd dello smanettamento, ma ben presto si accorgono che i loro singoli non sono propriamente come quelli dei giovani amici che li circondano. Per capire cosa fare e come proseguire cercano allora la voce di un cantante. Nell’impegno di James Buttery trovano il punto di svolta: “non era più come usare un semplice vocoder. Nell’album abbiamo prodotto una voce vera. Da un punto di vista di scrittura abbiamo delineato le melodie che James avrebbe cantato invece che pensare a tracce per il dancefloor. Questo ci ha modificato il suono, che è diventato subito qualcos’altro, quello che potete ascoltare in North”.

Il nord dell’album è la parafrasi delle periferie aliene alla capitale. La premiata ditta Whalley & Young ha sede infatti a Manchester: ritorna perciò lo spettro dell’elettronica ‘nordista’ della Warp e degli isolamenti eremitici di Aphex Twin. Le coordinate geografiche imputano un distacco che si rinsalda comunque alla tradizione melodica (vedi tra l’altro la citazione degli Human League nella cover di Gold), che i tre perseguono già dagli esordi: “I nostri primi singoli suggerivano una forma canzone più convenzionale. L’album è stato la continuazione di quel percorso con le voci”.

Le voci non sono il soul di Burial, bensì le bianchissime e melanconiche paranoie pop che intristiscono e alimentano l’hype di smanettoni stanchi del sudore da balera. I riferimenti d’ascolto (ci dicono via e-mail) sono guardcaso la commerciabilissima epopea di Kanye West, il wonky di Actress, il sempreverde universo Beatles, e per chiudere i principi del synth New Order. Senza pensare troppo alle conseguenze, questi tre ragazzi hanno gettato le basi per un nuovo modo di fare dubstep. Basta colate di lava nera dal cuore. Oggi si punta al melò pop. They call it sadstep.

Scheda: Darkstar

copertina pdf #91