Un decennale è un decennale, ok, ma qui la trama s'infittisce. Cerchi su cerchi che si chiudono. Evoluzioni particolari e generali. Dieci anni fa si aprivano gli anni zero (enigmatici, volatili, tenaci, lividi, controversi...) e con essi, tra le altre cose, s'inaugurava la carriera discografica dei Baustelle. Disco che colpì non poco pubblico e critica, quel Sussidiario illustrato della giovinezza co-prodotto da Amerigo Verardi. Il premio come miglior esordio elargito dal Mucchio Selvaggio non fu che il suggello di una cavalcata vincente nell'immaginario indie, malgrado una distribuzione che ancora oggi Francesco Bianconi definisce "non adeguata".
Pop-wave inzuppato d'innocenza e ormoni, echi di colonne sonore e brume da chansonnier, il dandismo nostalgico e spiegazzato dei Pulp tra spasmi marionettistici Alberto Camerini, soprattuto quel senso di precarietà periferica ma illuminata, non troppo distante da come si presentarono al mondo, incantandolo, i Belle And Sebastian. E poi la disarmante franchezza dei testi, sospesi tra parafrasi colte e minimi termini da fotoromanzo neorealista. Il tutto affidato all'intepretazione languida e disincantata della coppia Bastreghi-Bianconi: ingredienti di una ricetta che sfornò gemme tarslucide come Canzone del parco e potenziali craque da superclassifica come Gomma o Le vacanze dell'83.
"Piacque di noi forse il fatto che avevamo un'incosciente sfrontatezza nel fare un tipo di musica italiana strana, con molti riferimenti alle colonne sonore, ai cantautori italiani e francesi, all'elettronica e alla new wave". Francesco Bianconi rievoca senza ostentare nostalgia, se non per quell'etichetta - la Baracca e Burattini di Paolo Bedini - che li lanciò e non c'è più. "Bedini lasciava molto fare, non interferì assolutamente dal punto di vista artistico. Ebbe da ridire solo sul titolo, che gli sembrava troppo pretenzioso. Ma a me piaceva, e la spuntai". Da allora i Baustelle sono diventati altro, persino tutt'altro potremmo dire.
Questione di mezzi a disposizione o inevitabile espansione artistica. Probabilmente entrambe le cose. In ogni caso, se la ristampa era un'eventualità sacrosanta considerato che da tempo il disco risultava introvabile, stupisce un po' la ricchezza del formato (cd, vinile, 45 giri e booklet) ed il tour apposito (Il tour del sussidiario) messo in piedi come una vera e propria celebrazione. Anzi, di più: somiglia ad una dichiarazione d'appartenenza, un rivendicare radici che in molti rimproverano alla band d'avere smarrito (non certo chi scrive).
Cerchi che si chiudono, dicevamo. Occasione per bilanci che somigliano più ad accuse nei confronti del presente che a rimpianti del passato. "Era un altro mondo. Si vendevano più dischi. All'epoca le mie speranze erano di vivere con la musica e arrivare a più gente possibile. Questo non significa calare le braghe, sputtanarsi. Significa non considerare la propria musica come qualcosa che debba essere ascoltata solo da quelli che la possono capire. Non volevamo considerarci di nicchia". Già. Ma oggi le nicchie sono esplose, è un mondo di nicchie espanse, accessibili e simultanee. Potenza della neo-socialità internettara. "Uso con molta parsimonia il mio profilo Facebook, ma sono curioso dei nuovi mezzi di comunicazione quindi ce l'ho. Non lo uso per testare la reazione del pubblico dei Baustelle, non credo che un musicista debba basarsi su questo".
Opinione del tutto condivisibile. Però va messo in conto che in molti lo fanno più per necessità che per opportunismo. E comunque il tam tam battente della rete ci ha regalato qualche bella sorpresa che, se fosse stato per i canali ufficiali, forse non avremmo mai conosciuto. Bianconi sbotta, più apocalittico che integrato: "Negli anni novanta, prima che esistessero i nuovi mezzi di comunicazione, band come i Non Voglio Che Clara o Vasco Brondi sarebbero forse anche più famosi di adesso, anche senza il tam tam mediatico di internet. Voglio dire che tutto questo gran parlarne, questo circolare di informazioni serve, fa bene, ma non agli artisti. I dischi venduti sono pari allo zero. Le etichette indipendenti chiudono. Sui blog e sui social network si parla molto di una band, ma questa, se vuole far uscire un disco, deve pagarselo coi propri soldi. Nel 2000 il Sussidiario magari non fu promosso adeguatamente, ma Baracca e Burattini finanziò interamente la produzione. In questo senso la rivoluzione del web è di facciata perché non aiuta realmente la musica indipendente, che ha vita più dura".
Già che siamo in vena di analisi, e visto che siamo qui a celebrare un decennale, spendiamo due parole su questi cazzo di anni zero. "Credo sia troppo presto per parlare musicalmente degli anni zero. Semmai possiamo dire che politicamente e culturalmente non stiamo passando un bel momento in Italia, la musica è concepita come un sottofondo divertente e gratis, è un valore senza valore, e tutto questo non è bene perché la musica ha il diritto d'essere considerata una cosa importante come i romanzi o le opere d'arte. Questa è una cosa che mi dispiace degli anni zero ed il nostro governo attuale non aiuta a migliorare la situazione". E il futuro, invece? "Se dovessi fare un disco domani lo farei acustico, con un quartetto d'archi e senza batteria. Ma faccio già fatica a pensare al presente, non riesco ad immaginare come sarà un disco dei Baustelle che uscirà fra un anno, un anno e mezzo..."
Scheda: Baustelle
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