Tune in
Pubblicazione 22 Dicembre 2010

Numero 6

Energici. Elettrici. Immediati.

Col terzo album I Love You fortissimo i Numero 6 hanno realizzato il perfetto album pop rock in italiano. Di questo e altro abbiamo parlato con Michele "Mezzala" Bitossi.
Numero 6
2010

Consentimi innanzitutto una domanduccia riguardo al titolo, I Love You fortissimo: i miei sensori avvertono ironia, ma potrebbe essere anche una seria dichiarazione d'intenti. Che mi dici?

I tuoi sensori avvertono la cosa giusta. Trovare titoli a canzoni e album non e' mai stata una mia grande prerogativa. Solitamente lascio volentieri quest' incombenza ai miei compagni di avventura. A 'sto giro invece il responsabile del misfatto sono io. Durante le registrazioni del disco girando per Genova in vespa mi sono imbattuto in una scritta a spray su un muro che recitava "i love you fortissimo". Non so spiegarti il perché ma sono rimasto folgorato da 'sta cazzata. Inspiegabilmente i miei "soci" mi hanno assecondato e abbiamo trovato il titolo al disco. Devo dire che sta facendo piuttosto schifo in giro. Bene cosi'. Nella mia mente malata dovrebbe esprimere il nostro essere naïf.

Veniamo alla sostanza: avete realizzato probabilmente il disco di perfetto pop-rock in italiano. Melodico ma grintoso, accattivante ma non banale, intenso senza velleità poetiche o - peggio - sociopolitiche. Quello che, come si dice, ci piacerebbe sentire alla radio in un mondo più giusto. E' frutto di una pianificazione o le cose sono andate come dovevano andare?

Ti ringrazio molto per questi gratificanti commenti. Questo album è frutto di una meticolosissima pianifazione, ci mancherebbe altro. Intendo dire che sia io in scrittura che insieme agli altri quando si è trattato di fare gli arrangiamenti e la produzione abbiamo focalizzato l'ambizione di realizzare un album che avesse esattamente le caratteristiche che fortunatamente riscontri tu. A questo punto non ci resta che sperare che molta gente la pensi nella stessa maniera. Quanto alle radio italiane maistream sono ne più ne meno lo specchio del miserabile appiattimento culturale della nostra povera patria. Nei corridoi che purtroppo contano non esiste la minima parvenza di curiosità e voglia di scommettere su proposte che hanno sostanza e cose da dire ma che non si rifanno alle coordinate preconfezionate da reality show. Quando poi una radio nazionale come radio 2 sembra aprirsi a una programmazione decente il sogno dura pochi mesi e tutto rientra nei ranghi dai quali si era partiti. Amico mio, questo mondo non e' giusto.

Mi sembra che il vostro sound metabolizzi principalmente i novanta e un bel po' di anni sessanta, senza disdegnare quel che sta nel mezzo. Mi chiedo quanto venga elaborato dalla fonte (The Moody Blues? Pavement? Husker Du? Sam Cooke? Weezer? Sonics?) e quanto dalle controparti italiane, da Battisti a Ivan Graziani passando per Afterhours e Perturbazione...

Io sono del '75 e non posso prescindere dai miei tantissimi ascolti degli anni novanta molti dei quali sono ancora oggi in cima alle mie playlist. Le anime anni sessanta della band sono Tristan e Stefano, da sempre beatlesiani convinti. Tristan soprattutto con la sua entrata in organico ha portato una ventata "beat" che ha fatto bene al sound dei Numero 6. Tutti gli artisti che hai citato sono effettivamente fonti di ispirazione significativa. E' un po' di tempo tuttavia che quando scrivo penso a riferimenti italiani. Uno su tutti, appunto, e' il grandissimo Ivan Graziani, che considero un vero e proprio genio, purtroppo assai sottovalutato.

L'approccio mi sembra ancora più diretto rispetto a Dovessi mai svegliarmi... Quanto pensi abbia influito e a che livello (estetico, contenutistico...) l'esperienza con quel punkettone situazionista in incognito di Enrico Brizzi?

L'esperienza con Enrico Brizzi e' stata importante per tante ragioni, sia sul versante live che per quanto riguarda il disco che abbiamo fatto insieme e che, fortunatamente, ha riscosso unanimi consensi. Uno degli aspetti a mio avviso piu' significativi e' stato il fatto che ne Il pellegrino dalle braccia d'inchiostro abbiamo, senza fare molti calcoli per la verità, recuperato un approccio molto piu' energico, elettrico e immediato rispetto all' ultimo album che era assai introspettivo e acustico. A 35 anni abbiamo sentito nuovamente il bisogno di alzare i volumi e di fare rock'n'roll. Questo spirito "plug and play" lo abbiamo portato in dote anche al nuovo disco dei Numero 6.

Inevitabile parlare dei testi. Sono punti di vista indomiti sulla normalità, squarci di lucidità nel quieto (e spesso inquieto) vivere, spasmi di neuroni non privi - non del tutto, non ancora - di dignità. Tutta roba presa dalla vita vera?

In linea di massima sì. Tengo moltissimo al versante testuale delle mie canzoni anche se non parto mai dalle liriche quando compongo. Da sempre penso ai testi una volta che ho la musica pronta ed è sempre una sfida disagevole dal momento che il mio approccio è assai poco "cantautorale" dal punto di vista delle metriche. Detto questo attingo quasi esclusivamente da ciò che vedo e ascolto. Anche i testi più "narrativi" nascono sempre da roba vera.

Pur evitando la retorica del cantautorato sociopolitico, vi capita di elargire qualche sentenza sullo stato delle cose. Perciò mi sbilancio a chiedervi: cosa resterà di questi anni zero? Musicalmente oppure non, fate voi.

Intendi di "questi cazzo di anni zero"? Non saprei. Mi auguro fortemente che non resteranno i dischi oggettivamente brutti e disonesti di cui bisogna comunque parlare bene perché fa figo e perché se no non capisci un cazzo. Vorrei che rimanesse almeno un po' della rabbia che in molti stiamo accumulando, potrà sempre servire. Poi vorrei che restasse indelebile il ricordo di una domenica: quella in cui il Genoa vincerà il decimo scudetto e, di conseguenza, la stella. In effetti in alcuni testi mi piace inserire delle frasi "ad effetto". lungi da me però volermi ergere su chissà quale piedistallo, sia chiaro.

Una delle cose che mi piacciono è quel senso di composizione di gruppo, ovvero di canzoni che sbocciano e prendono forma e forza provandole nella famosa cantina. E' così oppure arrivate in studio coi pezzi già scritti?

E' molto affascinante e interessante che tu dica questo. Ti spiego perché. Da sempre il processo creativo e produttivo delle band in cui ho militato (Laghisecchi e Numero 6) mi ha visto scrivere le canzoni per sottoporle alla band già praticamente finite e, di conseguenza, con margini di intervento piuttosto limitati da parte degli altri. Anche per questo disco ho scritto tutti i testi e le musiche ma è stato fondamentale il confronto con Andrea, Stefano e Tristan. abbiamo arrangiato tutto insieme, partendo sempre dal mio materiale ma mischiando spesso le carte, facendoci trasportare dall'entusiasmo e dalla pulsione creativa durante ore e ore di prove.

Già che ci siamo, come siete messi a sala prove? Quali sono le difficoltà pratiche che deve affrontare una band come la vostra per sfornare un disco?

Fortunatamente disponiamo di una sala molto grande ed accogliente presso il Forte Castellaccio sulle alture di Genova, un posto davvero ideale per scrivere e suonare. Dal punto di vista produttivo abbiamo finanziato autonomamente questo album per quanto riguarda le registrazioni il missaggio e il mastering. Occorrono sacrifici perché per fare le cose bene bisogna elargire somme non indifferenti. D'altra parte abbiamo la fortuna di avere addetti ai lavori amici che credono nel nostro lavoro e che gentilmente spesso ci vengono incontro.

Numero 6
2010

Da Eclectic Circus a Supermota passando per Green Fog: le piccole label sono più un riparo, una necessità o un'opportunità?

Possono essere un po' tutte e tre le cose. Nel senso che nonostante ormai sia pressochè un miraggio il fatto di poter usufruire di budget per registrare o per promuovere gli album ritengo che sia conveniente per una band collaborare con un'etichetta indipendente nel caso in cui si incontrino persone capaci, volenterose, appassionate e serie che dimostrino di lavorare come si deve ai progetti, a prescindere da bieche logiche commerciali. Al giorno d'oggi non è più necessario fregiarsi di un marchio se ad esso non corrisponde il lavoro reale di qualcuno. Detto questo bisogna riconoscere che i media tendono a considerare diversamente a priori album che escono autoprodotti rispetto ad altri griffati da label più o meno alla moda.

Tenuto conto dei volumi di vendita - che ovviamente vi auguro di smentire - e la generale disaffezione nei confronti del supporto fisico, non avete mai preso in considerazione l'idea di distribuirvi da soli?

Fortunatamente c'è ancora chi, come me, desidera ancora possedere una copia fisica di un disco che gli piace. Io non ho mai smesso di comprare vinili, e sono davvero felice che questo fantastico formato stia tornando in auge. Il cd è praticamente morto, nonostante i tentativi di sfornare confezioni accattivanti. Probabilmente questo è l'ultimo nostro lavoro ad uscire in cd. In futuro credo faremo soltanto vinili e files digitali da distribuire in rete. In ogni caso, nonostante siamo distribuiti nei negozi da Audioglobe, puntiamo maggiormente sulla vendita dei dischi ai concerti, dato che vogliamo suonare il più possibile in giro.

A proposito, Cristiano Godano in una recente intervista sul Mucchio e Francesco Bianconi su Sentireascoltare criticano piuttosto duramente lo stato delle cose determinate dal web, con riferimento al download selvaggio e all'autopromozione sistematica dei social network. Alla fine, sintetizzando all'estremo, il problema è: se ne parla molto, ma non si vende un cazzo. Che ne pensi?

Penso innanzitutto che i punti di vista di Godano e Bianconi, per quanto sulla carta possano essere condivisibili, nascano da presupposti forse un po' snobistici e arrivino dall'alto di una notorietà piuttosto consolidata data la quale, evidentemente, si può tranquillamente evitare di autopromuovere il proprio progetto usando la rete. E' curioso, d'altra parte, che spesso chi si fa notare anche grazie al passaparola sul web tenda poi a sparare a zero sulla rete, sui social network ecc. Non mi pare un atteggiamento coerente e rispettoso per chi, magari, ha contribuito al tuo successo diffondendo la tua musica su blog, siti e quant'altro. Per un sacco di artisti alle prime armi la rete è una risorsa fondamentale, non è necessario che lo spieghi io in questa sede perché è un fatto evidente. Se poi certi maestri di vita la pensano diversamente beh, questo è un problema loro. Comunque ho letto l'intervista di Francesco a cui ti riferisci e devo dire che, come spesso accade, dice cose interessanti. E' vero, in generale, che si vende pochissimo, a parte alcuni casi isolati e comunque abbastanza incoraggianti. Sono tuttavia convinto che, stando così le cose, sia importante che un progetto goda di diffusionae anche gratuita se poi ciò porta gente ai tuoi concerti. Noi per esempio abbiamo avuto più di diecimila download gratuiti per l'ultimo ep. Non li baratterei certo con 2000 copie vendute nei negozi.

L'ipotesi che la musica verrà fatta quasi esclusivamente da "dilettanti", che si guadagnano da vivere in altro modo, va presa in considerazione. Voi la prendete in considerazione? Ad esempio, fate altri lavori?

Tutti noi facciamo altri lavori, fortunatamente in campo artistico o, comunque, creativo. Detto questo non ci consideriamo affatto dei dilettanti. Per noi la musica è una faccenda importante, direi fondamentale. Per me non sta in piedi il teorema che se non riesci a vivere soltanto musica essa diventa automaticamente un tuo hobby. E' evidente che non si vive di aria e che alla fine del mese bisogna provare ad arrivarci. Ciò non toglie che puoi fare musica da professionista nonostante fare il musicista  non sia la tua unica occupazione. Ci sarebbe da fare un discorso lungo su come è considerata la musica e  come sono considerati i musicisti in questa merda di paese ma lasciamo perdere. magari ne parliamo un'altra volta in un'intervista ad hoc.

Chiudiamo come abbiamo aperto, con una curiosità personale: perché quel soprannome calcistico "Mezzala"?

Sono un tifoso del Genoa fanatico e ai margini della pazzia. Nonostante da ormai trent'anni segua la mia squadra in casa e (quando posso) anche in trasferta non riuscendo assolutamente a disintossicarmi da un calcio sempre più malato e corrotto, sono enormemente affezionato a un calcio che non c'è più, quello con cui sono cresciuto, quello delle maglie da 1 a 11 senza nomi sulle spalle, quello degli stadi stracolmi, di novantesimo minuto, del libero e della mazzala. Ecco, nonostante io sia da sempre un pessimo calciatore adoro fantasticare di essere una mezzala tutta estro e piedi buoni. Con lo pseudonimo di Mezzala tra marzo e aprile prossimo uscirà per Urtovox il mio primo disco solista, un progetto a cui tengo tantissimo e di cui spero di parlarti in un'altra intervista.  
 

Scheda: Numero 6

copertina pdf #91