Un CD o un LP diventano parte del corredo personale, del dintorno oggettuale che definisce il nostro essere nel presente, e ancor più il nostro passato. (Bruno Stucchi, Die Schachtel)
L’occasione per dare forma compiuta a una idea che da tempo si covava qui a SA ce la offre l’uscita del box Musica Improvvisa edito dalla milanese Die Schachtel, vero e proprio monumento più che semplice manifesto di una scena che definiremmo senza volontà di completezza “impro”. L'incompleta rassegna fotografa in dieci avventurosi scatti un intero brulicare di band e progetti più o meno radicali, fornendoci la sponda ideale per allungare lo sguardo non sui protagonisti, quanto sui marchi che ne stanno suggellando il successo critico.
Nell'era del 2.0, del download selvaggio e degli streaming integrali, degli apparecchi con il prefisso "i" e dei cellulari tuttofare, la label DIY è ancora una realtà centrale nel panorama indipendente e lo è ancor di più quando la ricerca sonora s'interseca con quella artistica tout court, dove alla mancanza cronica di denaro e alle ore di sonno perso sopperiscono creatività e manualità. Fattori che generano release spettacolari, anticonformiste e al limite del masochistico, fatte di edizioni curate in ogni dettaglio grafico, fisico, visivo e tattile. Immagini coordinate del contemporaneo sottobosco che non rifiuta il web, anzi lo considera un'estensione del banchetto della distro poiché centrale e non incompatibile con l’idea dell'oggetto disco come artygianato concreto e durevole nella quotidianità della musica registrata.
Abbiamo individuato tra le tante realtà una doppia coppia di label: la prima viaggia sull'asse Boring Machines / Fratto9 Under The Sky, la seconda prende in esame un paio di giovani realtà perfettamente sposate all’arte come la Von Archives di Nico Vascellari e Carlos Casas e la Hundebiss di Barbara Bertucci e Simone Trabucchi. Le abbiamo scelte perché muovendosi tra art-rock e musica sperimentale, elettroacustica e industrial, wave e impro-jazz, i loro cataloghi risultano tra i più avventurosi ed eccitanti in circolazione. Inoltre, con le loro curatissime e spesso limitate edizioni – siano esse cd, vinili, tapes o dvd – cortocircuitano alla perfezione l'attenzione al connubio tra arte e suono tipico di questo "DIY professionale", facendosi carico dell'intero ciclo produttivo: dalla scelta di materiali e taglio grafico, all’assemblaggio spesso manuale dell’artwork, fino a distribuzione e vendita.
Quattro mondi accomunati da grande credibilità e riconoscibilità. Ma anche da una sostenibilità di esercizio, basata su supporti, accuratezza e qualità. Come primo passo, però, nel connubio tra ricerca sonora sperimentale e raffinatezza grafica, non potevamo non sentire la Die Schachtel di Bruno Stucchi e Fabio Carboni, maestra riconosciuta le cui edizioni valgono tanto sul piano musicale (i recuperi dell’elettronica storica italiana, il nuovo rock d’avanguardia, ecc.) quanto su quello artistico e grafico.
In un suo romanzo William Gibson descrive un futuro nel quale l’arte esiste solo in forma digitale e virtuale. In questo futuro le opere più ricercate e quotate sono delicatissimi e fisici “assemblages” di frammenti poveri quali carte, legni, piccoli trucioli di metallo, materiali vegetali, schegge di plastica e vetro. La rimozione della materialità va contro un bisogno primario dell’uomo di esperire il mondo in modo (pluri)sensoriale e “caldo”. Inoltre la materia fisica “contiene” la durata nel tempo e, di conseguenza, un valore di permanenza “individuale” superiore a qualche stringa di bit. In parole nostre, un CD o un LP diventano parte del corredo personale, del dintorno oggettuale che definisce il nostro essere nel presente, e ancor più il nostro passato. Vale per la musica da quando esiste il supporto registrato. Il nostro mondo musicale è definito anche da quegli oggetti, per quanto ingombranti e limitati nella loro capacità contenitiva e riproduttiva.
Die Schachtel ci sottolinea quello che è già una netta chiave di lettura di questo articolo: i supporti sono centrali e hanno un loro prezzo. Non è una scelta che paga, ma non siamo qui per i soldi, come diceva Zappa, prosegue Bruno. Da un punto di vista di ricerca di una “voce” visiva ed espressiva che denoti Die Schachtel, paga molto di più. È quello che stiamo facendo con le nostre scelte grafiche, di packaging e di stampa: tentare di costruire una dialettica forte tra contenitore e materiale, tra editore ed artista, tra oggetto e fruizione del fatto musicale o sonoro che possa rendere anche più accessibili informazioni e materiali di contesto, e perché no, si ponga anche come linea di resistenza ad una smaterializzazione che spesso è anche svuotamento di contenuto.
Dello stesso avviso Luca Vinciguerra, responsabile unico di A Dear Girl Called Wendy, che in tandem con l’altro Die Schachtel Fabio Carboni è un'altra figura chiave che era giusto sentire in proposito.
L’etica del fai-da-te è principalmente passione, e se si ha passione, il fottersene di quello che gli altri pensano diventa del tutto naturale. Gestire un’etichetta diy è tentare di usare la musica come mezzo informativo, di portare avanti un’idea, di essere congruenti in primis con il proprio codice etico. Un impegno totale e una forza di volontà invidiabili nel creare reti di rapporti interpersonali che formano una scena. Senza il diy e la sua etica ci sarebbero moltissimi generi che sarebbero già morti. Senza diy, tutte le musiche non popolari sarebbero solo un ricordo.
La A Dear Girl Called Wendy ruba il nome a South Park (Amavo quando Stan vomitava solo nel vedere Wendy. Pensare che una persona sia il tuo ipecac mi piacque molto) e cerca di “approfondire il rumore” con un catalogo tra i più efferati del lotto. Luca segna un altro punto a favore delle label italiane, quando individua nella eterogeneità la caratteristica del movimento: Etichette come Hundebiss, Presto?!, Von Archives, Boring Machines et similia portano avanti un discorso musicale con passione e gusto. Si cerca la qualità e non la quantità. E se si controlla attentamente, a differenza di altri paesi in Italia non esistono etichette fotocopia. Ognuna porta avanti un’idea personale sia musicale che visiva, e questo sicuramente vuol dire carattere e personalità.
Infatti, accanto a queste label, se ne muovono moltissime altre, molte delle quali affrontate da SA in speciali, approfondimenti, recensioni negli ultimi anni: dalla negazione del medium (i digipack in “odorama tossico” e no-info) della Niente dei St. Ride Maurizio Gusmerini e Edo Grandi alle eleganti grafiche che la Presto?! di Lorenzo Senni utilizza per le sue indagini in campo noise-elettroacustico; dalle evoluzioni impro-jazz in edizioni viniliche d’alto pregio della Ultramarine alle asperità da sottobosco noise via tapes e vinili one-sided della 8mm. Dalle eleganti edizioni in cd-r d’area post-psych primitivista della Sturmundrugs di Donato Epiro ai cartonati digipack della storica A Silent Place e giù fino alle ricercatissime edizioni post-Grey Area di Silentes o Radical Matters, o ai vinili spesso etched e one-sided di Xhol e Holidays per non parlare dei cataloghi delle storiche (anche queste da noi già indagate) Wallace e Setola Di Maiale e delle tantissime che rimarranno fuori da questo incompleto elenco.
Boring Machines e Fratto9 Under The Sky. Due label, due uomini, una garanzia. La prima, nata dalla passione del deus-ex-machina Onga (un passato come collaboratore di Post-it Rock?, organizzatore di concerti, agitatore della prima ora e molto altro) si dichiara in difesa della musica noiosa. A scorrere il catalogo però drone, Mamuthones, Expo ’70, folk-noir, elettroacustica, Father Murphy, noise, kosmische, Claudio Rocchetti, sembrano dargli decisamente torto. Non musica leggera, ma sicuramente nemmeno noiosa. Così come solo artwork non si possono definire le edizioni cartonate, piacevoli all'occhio e al tatto prima ancora che all'udito.
La seconda muove “dalla passione per i perdenti e per quelle forme d'arte minori” che porta Gianmaria Aprile a suonare (Ultraviolet Makes Me Sick), scrivere (la webzine Post-it Rock?), registrare (la serie Private Works) e infine gestire, in omaggio allo zio prematuramente scomparso (Al Aprile), la Fratto9 Under The Sky. Catalogo altrettanto valido e eterogeneo, con una lieve predominanza per l’avantgarde e le forme più aperte di jazz: dai seminali Caboto ai napoletani Illàchime Quartet e A Spirale fino al noise kosmische (Detrimental Dialogue di Marutti/Balbo), dronico (Luminance Ratio) o nero pece (Aspec(t)). Produzioni ottime dal punto di vista della ricerca musicale e curatissime sotto quello grafico-estetico per entrambe, con punti di contatto in catalogo (Luminance Ratio, Marutti/Balbo) e una simile concezione dell’impegnarsi in prima persona. Abbiamo lasciato loro la parola per saperne di più sulla loro storia e sul loro pensiero sull’Italia improvvisa.
ONGA Boring Machines ha le sue radici in un mondo molto eterogeneo, che va dalla marziale techno di Detroit alla musica classica, passando per i 13th Floor Elevators, Tangerine Dream, Fela Kuti e l’Art Ensemble of Chicago, perciò è difficile per me essere rappresentato da qualcosa di definito. Quello che ascolto ora o che mi appassiona, è spesso figlio di movimenti artistici che datano ’60/’70/’80 e che sono state rimasticate, rielaborate, ricodificate nel tempo. La scena elettroacustica è vastissima e la sua emersione è dovuta, come per altri fenomeni underground, alla grande democratizzazione che la rete ha portato da metà anni novanta. La musica disponibile così come i gruppi che suonano non sono mai troppi. Molti sono mediocri, d’accordo, ma i mediocri non vanno molto lontano e se si ha pazienza chi ha delle qualità emerge, poco magari, ma emerge. Potrei citare i “miei” Father Murphy gruppo che negli ultimi sei anni ha lavorato sodo sul proprio suono, divenendo un gruppo raro, per non dire unico. Ancora adesso l’investimento in termini artistici e di energie da parte del gruppo è tanto, ma qualche piccola soddisfazione, dopo tre tour negli States e non si sa più quanti in Italia ed Europa, comincia ad arrivare.
F9 È bello essere considerati una realtà consolidata. Il problema è che forse lo siamo per quei 100 scrutatori dell'underground, ma per il resto rimaniamo delle piccole etichette con tanta voglia di portare avanti un progetto nel tempo. Comunque sia, penso che parlare di corsi e ricorsi storici sia sempre funzionale anche in queste occasioni, nel senso che ciclicamente passano i generi e gli approcci musicali. La facilità con cui oggigiorno tutti noi possiamo mettere insieme un computer e un po’ di suoni ha aiutato molte persone a sviluppare nuovi percorsi, ma ha anche creato una quantità di materiale inutile che sta saturando il piccolo circuito, e purtroppo ad emergere non sono sempre le realtà e i progetti più interessanti.
L'improvvisazione è una brutta bestia, con cui ci si confronta in maniera spesso troppo superficiale, ingannati dal fatto che essendo improvvisazione non ci sia bisogno di preparazione e di studio, ma per fortuna è tutto il contrario. In generale penso che in molte occasioni manchi l'autocritica da parte degli stessi musicisti nel saper giudicare il proprio lavoro e capire se è necessario o meno cercare di pubblicarlo; inoltre penso manchino spesso anche la cultura e gli ascolti da parte dei musicisti e anche dei giornalisti pronti a “giudicare” lavori senza conoscerne gli antefatti o il percorso sonoro affrontato.
ONGA L’idea di base dietro all’estetica Boring Machines si basa sul mio amore per i prodotti fatti bene tout-cour. Se un disco è bello musicalmente, e si presume che io faccia uscire dischi che reputo essere belli in tal senso, si merita di essere bello anche esteticamente. Odio i jewel cases, mi piacciono molto la carta e gli inchiostri e quindi da quando sono partito mi sono fatto creare delle fustelle di stampa per le mie copertine che fossero adatte all’utilizzo di carte particolari o alla stampa degli artwork più bizzarri.
La scelta degli artwork in sé spetta alle band, voglio che ogni artista di cui faccio uscire il disco si senta rappresentato in tutto e per tutto dal suo disco. Ho avuto la fortuna negli anni di collaborare con un grafico dal gusto eccezionale (Be Invisible Now!) e di avere artisti che fossero anche dei gran fotografi (la copertina di Piallassa (Red Desert Chronicles) di Punck, ad opera dello stesso Zanni). Io ci ho messo del mio e mi ritengo sufficientemente esperto da tirar fuori il meglio dalle idee di artwork che gli artisti mi propongono. Compro ancora molti dischi e ammetto che il tipo di packaging usato è ancora una forte discriminante per me, al punto di aver anche preso dischi mediocri, con delle copertine eccezionali.
F9 Basti pensare che il CD è un supporto che ormai non ha più valore e probabilmente continuerà a perderlo con il passare del tempo, quindi oltre alla musica c'è la necessità di creare un oggetto completo, in tutte le sue sfaccettature. Di conseguenza si sceglie il cartonato/digipack anziché il jewelcase, si creano inserti e altri dettagli che arricchiscono e che completano tutto il lavoro. Per quanto riguarda invece i contenuti musicali, per mia/nostra fortuna abbiamo sempre lavorato con musicisti che hanno dedicato molta attenzione anche al suono, al mixaggio e al mastering, riuscendo a completare il lavoro nel migliore dei modi. Lavori come quello dei Luminance Ratio (dove ho curato personalmente i contenuti musicali e la grafica), Aspec(t), Balbo-Marutti sono sicuramente prodotti studiati a tavolino e curati nei minimi dettagli sonori cercando di ottenere il meglio dalle nostre possibilità e competenze.
ONGA Fare dischi assieme, in coproduzione, è una tendenza in aumento in molti settori negli ultimi anni, retaggio del punk e dell’hardcore adesso utilizzata da molti. Inutile nascondersi dietro un dito, le motivazioni economiche sono forti, dividere le spese per la produzione di un disco, in un periodo nel quale dischi se ne vendono comunque pochi, può essere vitale. Certo è che le collaborazioni avvengono sempre tra spiriti affini, io e Gianmaria ci conosciamo da un decennio e abbiamo condiviso molte cose, la sua webzine, i concerti del suo gruppo, il Tagofest al quale lavoriamo insieme da anni. Quando poi si parla di artisti come Andrea Marutti e Fausto Balbo, o gli stessi Luminance Ratio, l’acquolina alla bocca viene immediatamente. Sono dischi che avrei fatto uscire anche da solo, la condivisione nasce anche dal desiderio di tutti di “spingere” un buon prodotto.
La parola scena è sempre schifata in qualche modo dalle persone, trovo invece che delle scene in italia ci siano per davvero, e sono quelle non celebrate pubblicamente. Il giro elettronico/noise italiano, che da Marutti a Punck, da Pietro Riparbelli ai Logoplasm passa attraverso Luca Sigurtà (ora nei Luminance Ratio), il giro di Hundebiss a Milano, Codalunga a Vittorio Veneto piuttosto che il giro romano, ha una serie di contatti, di permeazioni ed incroci che sfociano in collaborazioni e mutuo aiuto che definiscono i confini di una scena. L’unico peccato è che in molti casi finora il giornalismo italiano si è limitato ad importare la “scena” di Brooklyn, Providence o Portland senza mai gettare un occhio attendo a quanto succede nello stivale.
F9 Sicuramente vuol dire che abbiamo in parte la stessa direzione artistica e in parte, come dici tu, è anche uno stimolo per condividere assieme una piccolissima fetta del circuito. La coproduzione aumenta anche le possibilità di distribuzione del supporto, si hanno più contatti da condividere e giornalisti a cui far arrivare il prodotto. Per fortuna abbiamo dei canali di promozione un po’ diversi, e c’è sempre stato un ottimo rapporto collaborativo. Naturalmente l'aiuto economico è una forte componente quando si tratta poi di fare i conti della stampa, a maggior ragione quando il packaging diventa più elaborato e quindi dispendioso.
ONGA Ho guardato quel grafico decine di volte, sono quasi arrivato a convincermi che ci fosse del vero in quelle teorizzazioni, ma pur sempre tali rimangono per quanto mi riguarda. Ci sono delle manifestazioni di fenomeni riconducibili alla teoria di Coda Lunga che possono essere messe in luce: alcuni artisti, distillando sui più svariati formati per le più svariate etichette nei più svariati paesi, hanno raccolto una microscopica promozione locale da ognuna di queste uscite, assurgendo allo status di artisti rispettati ovunque in poco tempo. Naturalmente, ancora, è la qualità che conta. Justin Wright (Expo ’70) ha fatto uscire cd, cd-r, cassette e vinili in mezzo mondo, ed è ormai artista riconosciuto di livello internazionale. Ma lui è molto, molto bravo. Molti altri hanno passato la vita a disseminare brani qui e là, ma brani mediocri che non li hanno portati da nessuna parte.
F9 A parte il seno prosperoso (e purtroppo fintissimo) della fanciulla che di cognome fa Anderson, penso che la coda lunga di Chris Anderson sia troppo lunga per riuscire a coprirne anche solo una minima parte con etichette del calibro della Fratto9. In effetti il mercato indipendente è davvero fiorente, e molto spesso sforna prodotti di ottima qualità, ma forse è davvero troppo prolifico, e la domanda non è ancora così forte da giustificarne la produzione a volte esasperante di tutte le etichette indipendenti. Penso ci sia di base un grave deficit da parte della popolazione nel riuscire a "guardare" oltre alle grandi produzioni e ad interessarsi a quelle di nicchia. Sicuramente i media non aiutano nell'atto di promuovere tutto questo micromondo sommerso e quindi bisogna perseverare e continuare a lavorare aumentando i canali di promozione/distribuzione/contatti. Quella parte di coda che riusciamo a coprire con i nostri mezzi è ancora troppo piccola per poterla applicare al modello di Anderson, che nella sua concettualità è vincente. Forse etichette come la Wallace o Afe ce la stanno facendo, perché lavorano su grandi quantitativi di materiale pubblicato e quindi aumentano di più lo spettro dei possibili acquirenti, avendo più varietà di scelta. In generale bisogna sempre lavorare molto perché di dischi purtroppo, se ne vendono ancora troppo pochi.
ONGA Ah! la territorialità! Non era pianificato, ma è successo che nella maggioranza delle mie uscite mi trovassi a lavorare con artisti italiani. Questo è dovuto al fatto che riconosco a molti di loro uno spessore tale da non avere nulla da invidiare a questo o quell’altro progetto straniero di genere. In più, in casi (disperati) come quelli delle etichette underground credo che il fattore umano conti molto. Voglio potermi incontrare e parlare con gli artisti con cui lavoro, certo ci sono le mail e i social network, ma davanti a una birra si finge peggio. Oltre ad un discorso ristretto a BM, allargherei la questione ad un mio tentativo di entrare in contatto con quante più persone interessanti che provengono dalle realtà italiane, siano essi musicisti, grafici, videomakers o altro. Una rete di contatti spalmata sul territorio tra persone che hanno interessi in comune facilita la circolazione delle idee, aiuta semplicemente a reperire materiali, informazioni, aiuti anche alle band che incidono sulla mia etichetta.
Il Tagofest è una esperienza illuminante in tal senso, negli ultimi sei anni ha rappresentato un punto di incontro per un sacco di musicisti, ma anche artisti di altro tipo, che ha allargato le conoscenze, ha messo a disposizione delle persone il supporto di altre persone, una maniera per crescere insieme con il mutuo aiuto (visto che aspettarselo dall’alto non è una buonissima idea).
Tutto questo senza dimenticare un atteggiamento di apertura verso le vicende che capitano all’estero o che dall’estero passano attraverso l’Italia. Nelle mie collaborazioni discografiche figurano etichette americane, francesi, artisti da tutta Europa, dalla Russia. Tutto questo aiuta a consolidare la credibilità del lavoro che sto portando avanti, oltre a farmi fare un sacco di amici nuovi.
F9 Per quanto riguarda la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti, non parlerei di territorialità visto che ormai lavoro con distribuzioni sparse per l'Europa, e sto lavorando anche per avere qualche disco in America. Le iniziative come il Tagofest e altre collaborazioni atte ad organizzare concerti aiutano e ci sostengono nel nostro lavoro. E riallacciandomi al discorso di prima devo dire che se mi fermassi a lavorare soltanto con il territorio Italiano finirei cotto nel mio stesso brodo.
ONGA I legami si rinsaldano con la partecipazione, più questa aumenta più si consolidano i rapporti tra le diverse entità del mondo musicale. L’offerta musicale è vastissima e lo sono pure le strutture di promozione. È naturale che nel percorso di ognuno ci siano dei legami più stretti con quelli “del giro” ma io trovo importante allargare questo giro il più possibile, non limitarsi mai ad operare in territori conosciuti e rischiare invece l’avventura con nuovi interlocutori. Il rischio, ad operare in un circuito ristretto artista/etichetta/giornalista per esempio, è quello della autocelebrazione e dell’eccessiva indulgenza nei propri confronti. Nel tempo si corre il rischio che il rapporto tra una etichetta ed i giornalisti di riferimento venga a mancare di obiettività, oppure che un artista perda gli stimoli non dovendosi confrontare col giudizio ex-novo di una nuova etichetta. Confrontarsi aiuta a crescere.
F9 Direi che un po’ un’arma a doppio taglio, perché succede che poi continui a guardare in faccia le stesse persone, ad avere le stesse frequentazioni ai concerti e quindi i dischi vanno a finire esauriti perché li hai scambiati, dati in promozione ai giornalisti (alcuni dei quali ormai tuoi amici) o lasciati ai locali, ma non perché siano stati effettivamente venduti. È un ragionamento che funziona e fa piacere fino ad un certo punto, perché poi c'è bisogno di cambiare aria e purtroppo in diverse occasioni sembra che sia una guerra tra poveri per riuscire ad accaparrasi qualche concerto e c'è ancora tanto egoismo per riuscire a creare davvero un bel circuito fatto di collaborazioni e condivisione d’intenti.
È famosa per gli show milanesi al Secret Place, capannone sperso nel Lambrooklyn al nord-est della città. Lì, in un luogo senza orpelli né attrattive alla moda, si è alternata la créme de la créme della scena weird-noise-impro mondiale: da Ducktails a Wiese, da Burial Hex a Aaron Dilloway arrivando a Sun Araw per il gran finale. Oltre questo però la Hundebiss è anche raffinata label che unisce efferatezze sonore a ricercatissime edizioni home-made, con una spassionata predilezione per la carta. Affare anche questo di una coppia di fruitori e appassionati musicali, prima che di “esperti del settore”, Barbara e Simone Hundebiss. HUNDEBISS inizia nel 2007 come piccola distribuzione di materiale che all’epoca faticavamo a trovare in Italia (e a volte in Europa). Nasce quindi dall’esigenza di avere a propria disposizione dischi e documenti di quello che stava accadendo in US (Fort Thunder a Providence, i concerti nei sottoscala del Mid-West) e in alcune parti d’Europa (Belgio ed Inghilterra soprattutto).
Non di solo acquisto di dischi però si tratta, quanto di creare una rete di contatti più ampia e profonda. In Italia contemporaneamente sembravano nascere (o risorgere) fermenti di quella che potremmo definire “un’attitudine alla sperimentazione non accademica”, questo per includere e non escludere, difetto che hanno spesso alcune (troppo) facili definizioni quali noise, experimental, hypnagogic (brrr). Raccogliendo questi vagiti siamo partiti con l’etichetta, esperienza che continua tutt’ora.
C’è una filosofia e una estetica forte dietro il marchio col cane. Che si fa ricerca, nel primo caso, e artygianato, nel secondo. La filosofia di Hundebiss è piuttosto semplice, si potrebbe parlare di una mappatura di tutto quello che ci sembra fresco e onesto nel panorama sperimentale contemporaneo. Fondamentalmente produciamo quello che ci piace, e quello che ci piace ha di solito una visione solida alle spalle. Pensiamo a Raphael/Mudboy, a Henrick/Popol Gluant, e, ovviamente, a James Ferraro.
Noise concreto e massiccio, elettroacustica frantumata, experimental maltrattata. Queste le lande di riferimento sonoro di Hundebiss, sviluppate attraverso supporti che variano dal 12” screenprinted (Popol Gluant, Hair Police) alla cassetta (Francesco Cavaliere, Aaron Dilloway, Dracula Lewis), passando per i 7” (Olyvetty) e il vhs (l’upcoming Rapture Adrenalina di James Ferraro, presentato all’ultimo Netmage). La peculiarità fondante di Hundebiss risiede proprio nella tangibilità arty di ogni singola opera, in una esperienza che è visiva e tattile prima che uditiva. La nostra particolarità è la cura totale dell’oggetto “disco”, con un’ossessione maniacale per packaging e grafica. Le nostre uscite sono in poche parole una collaborazione tra noi e l’artista. Il tutto viene fatto a mano, esasperando il concetto di diy, cercando di svoltare il risultato in un prodotto il più possibile completo. Evitando banali discussioni, crediamo però che scaricare un’uscita Hundebiss equivalga a perdere almeno la metà della carica esperienziale del prodotto originale.
Come accennavamo in apertura, la spinta propulsiva della label milanese oltrepassa quella puramente discografica. I concerti in spazi desueti o atipici, esteriormente disadorni ma pregni di significati, ne sono la caratteristica principale; una tendenza che rinsalda il legame del circuito diy creando una comunità. Crediamo che dopo tanta fatica sia ora possibile organizzare tour in Italia, dopo anni di buio dove la penisola veniva spesso evitata come la peste. Senza falsa modestia, la presenza del Secret Place a Milano ha giocato un ruolo fondamentale. I motivi sono molteplici, il primo è semplicemente strategico: Milano è la prima grande città italiana raggiungibile quando si sta facendo un tour in Europa, il che significa che da lì in poi scendere è una spesa affrontabile per il gruppo. All’inizio è stato difficile, ma avendo lavorato duro per oltre due anni, ci siamo costruiti un pubblico di affezionati che rendeva possibile dare ottimi fee alle band. Inoltre, l’accoglienza e l’organizzazione dello spazio rendevano il Secret Place un’isola felice nel grigio milanese, dove spesso le band passavano ben volentieri più di un giorno.
Quel senso di comunità, fatto di identità di vedute e di condivisione di ideali, spazi e obbiettivi è in crescita anche in altre realtà geografiche, ponendo il panorama italiano alla pari con quello di paesi con altre tradizioni rumorose. Lo accennava Onga di Boring Machines poco prima, ce lo confermano i due Hundebiss, ora: Lo stesso lavoro è stato fatto a Vittorio Veneto, Roma, Napoli, già da molto prima a Bologna, e credo che a catena anche altre città si stiano svegliando. Ora che il Secret Place è andato per sempre rimane un grosso vuoto. Continuano altre esperienza milanesi, ma con un’attitudine diversa dalla nostra. Onestamente crediamo che mancherà uno spazio come il Secret Place, anche per la sua rude ma liberissima accoglienza, la semplice possibilità di fumare e bere a poco prezzo oppure il lusso di poter suonare a volumi inauditi o bassissimi. Oppure poter semplicemente chiacchierare all’aperto, senza limiti di tempo o di volume (ancora una volta). A volte viene trascurata la valenza sociale (o asociale, visto che con orgoglio Hundebiss ha sempre chiamato a sé un bel mucchio di coloratissimi weirdos) di situazioni del genere. Ci piace pensare che tutti gli orfani di questo posto e di questo momento si stiano sparpagliando in giro per far nascere situazioni analoghe in ogni posto. Sogniamo un mondo di Secret Place.
Facile a dirsi, breve a spiegarsi. Lasciando la parola al sito web dell’etichetta,
“VON is a label interested in releasing experiments in contemporary sound and visual arts.
VON is interested in the intersection of the visual and sound arts.
VON releases limited and special editions.
VON is run by artists.”
La Von nasce deliberatamente come intersezione e messa a sistema dell’esistente e delle sue eccellenze. La label nasce nel 2008 e a oggi conta undici uscite, dallo split DVD Choir (se così si può chiamare un matrimonio audio-video), originato dalla collaborazione tra Carlos Casas e Nico Vascellari – prima e unica release del 2008 – fino a Inner Shine, in uscita sempre in formato DVD (anche se ristampa, almeno lato audio, della cassetta omonima uscita nel 2009 per Second Sleep) e firmato da WW – detto per esteso Women in the Woods, progetto che coinvolge lo stesso Vascellari. In mezzo, giusto per citare uno dei picchi in vinile, l’ellepì Blind Jesus, fotografia della collaborazione tra Stefano Pilia e Edward T. Hooker, secondo chi scrive una delle uscite più convincenti dell’anno appena concluso.
I tratti distintivi sono tutti già detti: roster selezionatissimo, visual e sound art e produzioni di poche – e sicure – centinaia di copie. Il protagonista dell’impresa è Vascellari, artista nato in seno al nido dei With Love, oggi ormai arcinoto nel circuito dell’arte contemporanea; figura di cui qui a SA abbiamo parlato spesso, data la pertinenza del personaggio nello sdoganamento e maturità sperimentale del post hc della band madre.
Le coordinate su cui si muove la musica prodotta da Von sono inequivocabilmente settate sul noise elettroacustico in kraut-sourcing e all’impro sperimentale. Epperò Nico ha dato anche spazio, nell’uscita n° 7 dell’etichetta, alla propria creatura Lago Morto, hard core senza compromessi e local-oriented. Altro aspetto interessante è proprio il ragionamento sulle dinamiche geografiche. L’ultima uscita del 2009 (VON005) è una compilation che raccoglie gli ereditieri del sound With Love, fa quadrato attorno a Vittorio Veneto, paese natale e residenza di Vascellari, e mette soqquadro grazie ai partecipanti del festival Three days of struggle e ai frequentatori del Codalunga.
Ciononostante, non si può certo dire che Von equivalga al luogo dove nasce. Ancora una volta, basta scorrere i titoli per smentire. Dagli States provengono John Wiese e C. Spencer Yeh, autori di Compound (VON002), secondo 7” dell’etichetta, forte di un lato A (Compound I) che è gemma angolare nell’economia del sodalizio tra John e Spencer (ulteriormente siglato, nel 2010, da Cincinnati, edito da Dronedisco). Burial Hex costruisce intensità da kosmische musik, prima carezzando il noise con un guanto indossato da Popol Vuh, poi rotolandosi nella sua sostanza più vivida. Girando l’LP, il lato B suiteggia a sua volta una danza Tangerine Dream, tutta volta all’oscuramento dei riferimenti, con la pece del rumore. E ancora: Ultradeath condensa la sua morte (Condensed Death) con una purissima mancanza di compromesso. Se deve essere rumore, è rumore bianco che non lascia spazio a nient’altro.
Non c’è però solo Vascellari dietro ai Von Archives, così come il sound non può che essere solo parte del discorso. La “fotografia”, in senso cinematografico, dell’estetica dell’etichetta è curata dal co-animatore della label, quel Carlos Casas con cui Nico aveva condiviso il DVD Choir. Le undici copertine del catalogo sono altrettanti ritratti in bianco nero, immagini di impressionante coerenza post-coloniale che a loro volta fotografano Casas nelle vesti di ricercatore da archivio di inquietanti primi piani ottocenteschi.
L’impatto e l’assertività muta dell’impianto visivo della Von è tale che Netmage – sede perfetta per mettere in mostra i risultati della label, che evidentemente centra il core business del festival – decide di affidare a Carlos la propria immagine coordinata dell’edizione 2010, cogliendo l’occasione dei primi risultati del suo lavoro di ricerca sui cimiteri degli elefanti. Cemetery è titolo del suo contributo a Netmage10 così come Cemetery Archive W$orks lo è del DVD VON009, pubblicato nel 2010 dall’etichetta. Il racconto si sviluppa su un collage narrativo di paesaggi di antiche giungle e antiche ombre animali, montato su composizioni acustiche espressioniste, anch’esse lontano nel tempo.
Niente a che vedere con il noise senza compromessi e con le sovraposizioni di layer video di Choir. Ma, nell’economia della label, l’anello mancante è possibile, e si sostanzia in Vezdekhod (sorta di omaggio al tank russo omonimo), firmato da Casas stesso con i Prurient. Lato video, lande esotiche – a colori – a bordo del carro armato. Lato audio, basta dire Prurient, per sentire la sordità che si avvicina. Anche in questo caso, l’estrema coesione è l’obiettivo percepito.
Il concetto è chiaro: Von raccoglie un mondo di altissima qualità, e coordinate molto precise, sottolineature nette del nostro tempo e del gusto che esso promuove. Von è un esperimento ma anche un packaging minimale e raffinato, una selezione scolpita dal pieno fino a raggiungere forme essenziali. Rispetto a Second Sleep, Boring Machines ecc, la Von è già un’etichetta di seconda generazione, che raccoglie i frutti e la cultura delle esperienze precedenti. È l’archivio visivo e musicale di uno spazio-tempo, di un tessuto locale (veneto, italiano) e internazionale che si propone, forse più delle etichette che l’hanno preceduta, come marchio a garanzia di qualità.
Sarebbe interessante sapere se della Von è prevista già la fine, un numero di pubblicazioni predefinito dalla sua apertura. Siamo infatti convinti che l’etichetta sia – anche - il “lavoro” di Vascellari come artista. Nico non è solo abilissimo networker che raccoglie il meglio dell’unione di due mondi (quello dell’arte contemporanea performativa e quello della musica di sottobosco, che veleggia tra hc, noise ed elettroacustica), ma anche traghettatore imprescindibile, caronte del noise in galleria e viceversa. Guardando le produzioni Von una accanto all’altra su un tavolo, ci appare chiaro il loro statuto di “opera” contemporanea che sancisce quell’unione, quello sdoganamento reciproco. Von Archives è poi, più tradizionalmente dentro al mondo della musica, un’esperienza che sappiamo avere la facoltà di diventare un “cofanetto” di culto, un organismo di release coese che parlano e parleranno in modo quasi documentaristico della fine degli ’00 e dell’inizio dei Dieci del Duemila. Personale e “penetrante” come una warburghiana.
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