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Pubblicazione 18 Dicembre 2010

Shugo Tokumaru

L'arte dal sogno

Sol Levante e Albione, jazz e progressive, punk e indie, tanto indie, per una piccola grande perla di artigianato pop
Shugo Tokumaru
Hideki Otsuka 2010

Credo che nemmeno i miei connazionali riescano davvero a capire di cosa parlano le mie canzoni”. Parole di Shugo Tokumaru che dal Giappone con il suo recente Port Entropy ha sparso anche da noi le sue perle di indie pop purissimo. Le sue sono a un crocevia tra le tradizione musicale del Sol Levante e il pop occidentale, soprattutto britannico. Il quarto disco della sua carriera, iniziata nel 2004 con Night Piece, è giunto da poco nei nostri lettori e ha colorato tutto in tinte pastello, sfruttando un linguaggio pop trasversale. Ad amplificare l'esotismo della sua proposta, l'uso esclusivo della lingua giapponese, che all'orecchio di chi non lo conosce ha la stessa magia di una lingua inventata come l'elfico del Signore degli Anelli.

Oltre alla distanza linguistica che separa Italia e Giappone, entrare nel mondo di Shugo Tokumaru non è semplice perché si ha la netta impressione che le parole non siano proprio il suo forte. “Non sono bravo a scrivere i testi per le mie canzoni”, ci confessa, “così sfrutto gli appunti che prendo sui sogni che faccio quando dormo. In generale, credo che le mie canzoni non abbiano punti di contatto con cose concrete o reali”. Ecco: sempre il sogno e la fantasia a fare capolino nella poetica del giapponese.

La forma privilegiata per esprimersi sembra proprio quello della musica. Shugo Tokumaru è un polistrumentista versatile e nei suoi dischi tende a fare tutto da solo, facendo esplodere nella sua fantasia l'estetica tipica del genietto da cameretta tanto cara al mondo indie di questi ultimi anni. “Scrivo tutti i giorni, in un sacco di modi diversi. A volte mi metto a suonare uno strumento e vedo semplicemente cosa ne esce fuori.  Altre volte, invece, ho in testa tutti i dettagli del brano e devo solo mettermi lì a registrarlo come me lo sono immaginato”. In quest'ultimo caso, si tratterà probabilmente dei messaggi che arrivano da band che popolano i sogni di Shugo: “a volte, quando mi sveglio, cerco di ricostruire le canzoni che band sconosciute e immaginarie hanno suonato nei sogni che ho fatto”. Il musicista come Demiurgo che plasma una materia divina/onirica che arriva direttamente da un altro mondo.

Che il lato onirico e fantasioso delle composizioni, sia davvero trasmesso nel sogno a Shugo stesso o il frutto del suo lavoro artigianale, fanno spesso venire alla mente Il mio vicino Totoro, Il castello errante di Howl e le altre opere cinematografiche del maestro Hayao Miyazaki che hanno avuto successo anche qui da noi, oltre ad averlo reso una leggenda vivente in patria. I due sembrano condividere la giocosità dell'atto creativo e la capacità di far coesistere in maniera del tutto plausibile elementi della quotidianità e del mondo reale, con l'invenzione, il fantastico, l'altrove, sia questo un luogo fatto di macchine volanti e strani esseri, oppure una paesaggio sonoro basato sulla tradizione pop mondiale.

Che siano frutto della sua attività artigianale con gli strumenti o che siano idee che provengono dal mondo dei sogni, quelle di Shugo Tokumaru sono canzoni che lasciano in bocca un vago retrogusto di John Lennon. La sua è una presenza costante per tutte le composizioni di Port Entropy, tanto che ad ogni passaggio ci si aspetta di sentirlo intonare Strawberry Fields vestito da Peter Pan, mano nella mano con Wendy/Yoko Ono.

Un'altra presenza palpabile è quella del Robert Wyatt solista. Una presenza che viene amplificata dalla vicinanza nella timbrica delle due voci. È questo il lato bucolico, da pic nic nel parco che vena di spirito canterburiano Port Entropy. Ma quello con Wyatt è un accostamento che Shugo non accetta in toto: “non credo che la mia musica sia stata influenzata da Robert Wyatt. Dalla musica europea e americana ho sicuramente preso spunto”, ma dal mondo indie più che quello dei classici di canterbury. E soprattuto spaziando senza confini di genere: “nel mondo indie prendo tanto dal punk, quanto dal progressive e dalla psichedelia. E un po' di jazz”.

L'esperienza live negli Stati Uniti ha messo Shugo in diretto contatto con quel mondo indie da cui trae ispirazione. Durante il tour del 2008 sono saliti sul palco con lui personaggi di primo piano del panorama internazionale, come alcuni musicisti di casa Beirut (“è un progetto musicale che sento vicino da un punto di vista musicale”) e altri dei National (“un'altra band che sento molto affine”). Non sarà americano, ma durante l'ultimo tour europeo, Jens Lekman ha calcato il palco per suonare con Shugo nelle tappe scandinave: “è un personaggio che mi piace molto e mi sono trovato molto bene”. Chissà come devono essere state le serate dopo aver suonato, in una terra molto predisposta a fate e incantesimi (Pippi Calzelunge e Babbo Natale sono pur sempre di quelle parti).

Sul fronte compositivo, abbiamo già detto della tendenza all'autarchia da cameretta. Autarchia che non si traduce in un controllo assoluto sulla musica. Certo, le influenze, dichiarate e non, sono talmente disparate e variegate che non ci si aspetta possano coesistere così facilmente. Eppure, il sound di Shugo è del tutto personale e riconoscibile, e una volta ascoltata una qualsiasi delle canzoni da uno dei suoi quattro dischi (forse il primo, Night Piece del 2004, risulta più derivativo dei seguenti tre) si riconosce subito qualsiasi sua altra composizione.

L'aspetto più sorprendente è l'assenza dell'aspetto intellettualoide che caratterizza molto indie pop di oggi. Qui a regnare sono la fantasia e il sogno: “tutto sommato non penso tanto a chi mi ha influenzato o a che tipo di relazione ha la mia musica con la tradizione del mio paese: mi interessa soltanto continuare a fare la musica che mi piace”. Ecco, se vi è piaciuto Port Entropy andate a ripescare gli altri episodi e cominciate a sperare che al prossimo tour europeo decida di includere anche l'Italia. Nel qual caso, si accettano scommesso su chi si porterà sul palco.

copertina pdf #91