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Pubblicazione 01 Gennaio 2006

Amusement Parks On Fire

Back To The Daydream

Sono giovanissimi, arrivano da Notthingam e sono stati indicati dalla stampa come la band guida del rinnovato movimento shoegaze. Anche se loro dei vari Lush, Chapterhouse, Ride e Swervedriver non hanno mai sentito parlare. Gli Amusement Parks On Fire.
At Paradiso (Amsterdam)
Amusement Parks On Fire
2005
At Paradiso (Amsterdam)

Il ritorno dell'estetica shoegaze, e per certi versi anche dell'etica che anima(va) questo non genere, sta tornando prepotentemente alla ribalta. I segnali che ci confermano questa tendenza sono oramai più che evidenti: dalla compilation della rediviva Creation con i migliori brani shoegaze realizzati nei primi anni Novanta (Like a Daydream) all'ondata di nuove band sbarcate sul mercato nel corso degli ultimi mesi, con la stampa inglese, ma in parte anche quella americana, che hanno gia messo in moto quel tam tam mediatico che nei prossimi mesi è destinato a creare il caso che riempirà le pagine dei magazine specializzati per qualche settimana con dispiego enorme di pose, completi pseudo casual, storie e storielle di droga, gossip etc.etc..

Ma come spesso accade in queste situazioni, tra le pieghe della carta patinata è possibile incontrare quel gruppo che fa la differenza, che si eleva sopra la media offrendo una valida ed interessante occasione per la quale abbandonarsi alla nuova "tendenza". Nel caso specifico, la band in questione si chiama Amusement Parks On Fire, proviene dalla profonda provincia inglese, Nottingham, ed è formata da un gruppo di giovani musicisti, anzi giovanissimi, a tal punto che di shoegaze e dei gruppi che facevano parte di questo movimento non avevano mai sentito parlare, almeno fino a quando gli addetti ai lavori non hanno iniziato a paragonare la loro musica a quella dei vari Lush, Ride e Chapterhouse.

Il primo parto della band capitanata dal lucidissimo frontman Michael Feerickarriva nel luglio del 2004: un album omonimo ancora molto acerbo dal punto di vista della scrittura ma allo stesso tempo carico d’idee, e con un’idea di suono ben delineata in testa, quella cioè di affogare limpidissime melodie pop in un mare di feedback, riverberi e dense stratificazioni noise. L’intro atmosferica dell’iniziale 23 Jewels, che sfocia nella successiva Venus In Cancer è l’ideale biglietto da visita della band, puro distillato Ride sound primi Novanta; un brano aggressivo ma sottilmente seducente, capace di conquistare chiunque al primo ascolto, non soltanto i nostalgici.

La lunghissima Wiper (oltre otto minuti) così come Smokescreen e la conclusiva Local Boy Makes Good,si muovono sulle stesse coordinate anche se il loro impatto, dovuto in particolare all’asprezza del “muro di suono”, non è così immediato come nell’episodio d’apertura. Altrove, brani come Eighty Eight e Venosa dimostrano una certa dimestichezza degli APOF con il sound emo/post hardcore di certe formazioni americane stile Into Another, probabilmente frutto di un retaggio passato ed oramai completamente superato da parte della band. Pur con tutte le problematiche che solitamente accompagnano il famigerato disco d’esordio, Amusement Parks On Fire rappresenta un discreto punto di partenza, soprattutto se considerato alla luce della giovanissima età della band.

Intervista con Michael Feerick

La stampa, inglese in particolare, vi ha spesso indicato come i nuovi My Bloody Valentine una etichetta che trovo, personalmente, alquanto inesatta in quanto ritengo che il vostro sound sia molto più solido e meno dilatato rispetto a quello della band di Kevin Shields. Se proprio dovessi trovare dai paragoni con delle band dell’epoca direi che gli Amusement Parks On Fire sono prossimi all’estetica di band come Chapterhouse e Swervedriver…

Non sei il primo a paragonare la musica degli Amusement Parks On Fire con quella degli Swervedriver o dei Chapterhouse, il problema è che non ho mai ascoltato gli album di queste band ed in tutta onestà non posso dare un giudizio ponderato su questa affermazione. Sono cresciuto ascoltando gli Smashing Pumpikins e soltanto in un secondo momento della mia vita ho scoperto i My Bloody Valentine, capendo immediatamente quanto il lavoro di Kevin Shields avesse influenzato quello di Billy Corgan.

Lo shoegaze sembra tornato prepotentemente di moda, almeno in certi ambienti rock anglosassoni e statunitensi, e voi, da più parti, siete stati indicati come la band capofila di questo nuovo movimento. Anagraficamente, però, siete molto giovani, troppo giovani per aver vissuto in prima persona la breve stagione della prima ondata shoegaze. Guardando dietro di voi e riascoltando le band di quel periodo come Lush, Ride, Slowdive credete veramente che esistano così tanti punti di contatto tra la vostra idea di musica e quella di quei gruppi?

Se consideriamo la cosa da un punto di vista strettamente legato ad un certo tipo di sound allora posso dirti che abbiamo molti punti in comune con le band che hai citato anche se la nostra attitudine è completamente differente dalla loro. E’ decisamente frustrante essere continuamente indicati come gruppo capofila di una sorta di revival con il quale non hai avuto niente a che fare né in termini anagrafici né, a mio avviso, in termini compositivi. I My Bloody Valentine non erano un gruppo “shoegaze”, credo che sia un insulto accostarli alle band di quella scena. Rispetto ai Ride, agli Slowdive, ai Lush, il gruppo di Kevin Shields era una fottuta  punk band, spinta e sorretta da una attitudine completamente differente.

Quali sono le maggiori differenze che separano il nuovo album dal precedente, omonimo album del 2004?  A mio avviso c'è stata una notevole crescita compositiva della band un po’ a tutti i livelli, i brani sembrano maggiormente compiuti e la resa del vostro sound è finalmente omogenea. Ritieni che si tratti di una evoluzione naturale oppure hanno influito anche determinate scelte operate in sede di produzione?

Sono felice che tu abbia notato questa crescita, la nostra intenzione era proprio quella di migliorare alcuni aspetti del nostro primo lavoro e credo che, almeno in parte, ci siamo riusciti. La maggiore differenza tra i due album sta nel fatto che per questo disco abbiamo lavorato come una vera e propria band, disponendo di un budget maggiore che ci ha consentito di poter effettuare delle scelte che in precedenza non avevamo la possibilità di operare. Non dimentichiamo poi il fatto che il primo album degli Amusement Parks On Fire lo abbiamo registrato a diciotto anni e molti dei brani presenti su quel disco li avevo scritto quando ero ancora un teenager…spero che anche da questo punto di vista si noti una certa crescita…

Per le registrazioni dell'album siete volati sino in Islanda approfittando di questo studio decisamente atipico ricavato, se non vado errato, da una vecchia piscina abbandonata! Volete raccontarci qualcosa su questa esperienza e sul perché avete scelto un luogo così isolato e particolare?

Prima di iniziare a registrare l’album avevo in mente di sviluppare determinate idee ed un determinato tipo di suono per cui volevo lavorare in un ambiente privo di distrazioni, dove potermi abbandonare totalmente alla lavorazione del disco. Devo ringraziare sentitamente i Sigur Ròs per averci dato l’opportunità di poter usufruire di questo meraviglioso studio.

Come mai per il missaggio definitivo dell'album avete fatto ricorso ad una strumentazione quasi interamente analogica?

Non c’è nessuna spiegazione complicata dietro questa scelta, amo il sound prodotto  da questo particolare tipo di strumentazione. Quando registri una batteria oppure un altro strumento su nastro, avverti una maggiore qualità, ideale per il tipo di sound che avevamo in mente per questo album.

Che tipo di reazioni ti aspetti dalla pubblicazione di Out Of The Angeles, sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori?

Mi aspetto, e spero, che la gente rimanga confusa e spiazzata dal sound di Out Of The Angeles. Se così non fosse, vorrebbe dire che abbiamo realizzato un disco che suona come quello dei Kasabian e quindi avremmo sbagliato tutto.

copertina pdf #91