“Personalmente avevo voglia di una pausa, mi sono dedicato a lavori altrui (Valentina Dorme, Public), ho sperimentato qualche soluzione inedita per la band come la serie di concerti a formazione ridotta contestuali all’uscita di Bene, ma soprattutto ho scritto un discreto numero di canzoni nuove, alcune delle quali sono finite in Dei cani. C’è anche da dire che la formazione nel frattempo è mutata per i due quarti e questo ha sicuramente portato un certo ritardo nella pubblicazione del disco”. Ecco spiegato il perché del quadriennio di (quasi) silenzio dei Non Voglio Che Clara. Come a dire che qui il tempo conta, e non solo perché si torna a quel Tempo, lo si recupera, rimescola con il dopo, quel tanto che basta. Ma anche perché c'è voluto del tempo per scrivere il disco che, molto probabilmente, l'innamoramento per quel Tempo e relative filiazioni li chiude.
Parliamoci chiaro: è dagli inizi degli anni zero che si è tornati ad ascoltare la leva cantautorale dei sessanta. Bindi, Tenco, Paoli, Endrigo. E poi ancora Endrigo, Paoli, Tenco, Bindi. Vigoroso gesto postmoderno al limite della strangolatura, un passo più in là e siamo al calco soffocante, vedasi chi quel passo l'ha fatto. Non gli splendidi Amor Fou, non i Perturbazione del siderale apice antiestivo (Agosto come la Mi sono innamorato di te del nuovo millennio). Non un Paolo Benvegnù a debita e viscerale distanza o un Alessandro Grazian che ancora non ci ha detto tutto. Ma pensate al Morgan perennemente nostalgico e perennemente involuto su sé stesso o a quello spirito camerettardo, da tutto il dolore del mondo qui fra la mia scrivania e la mensola coi libri di Murakami, di tante altre produzioni, magari minori, magari no. Non ce ne voglia il nipponico tirato in ballo più da questi imbronciati perennemente pallidi che da noi, ma serviva un colpo di mano. Come nella fotografia, il bianco e nero stava diventando la coloratura photoshop di scatti mediocri e ripetitivi, dunque ripetitivo anch'esso, e per giunta in un'epoca così istantanea come gli anni zero.
E allora un disco come Dei cani, produzione ad hoc di Giulio Ragno Favero, è quello che ci voleva. Dopo due uscite inaspettate e succulente come Hotel Tivoli (2004) e l'omonimo del 2006, fondamentali per capire un innamoramento generazionale, la nostalgia di un passato non vissuto, fors'anche l'esigenza di ritornare ad una dimensione più genuina nel raccontare i rapporti tra le persone – cui ha corrisposto, purtroppo, anche una certa chiusura verso il brutto mondo esterno – il nuovo lavoro dei Non Voglio Che Clara dice una cosa molto semplice. Cioè che meglio di così, per quanto riguarda il recupero di quella stagione fondativa, è assai difficile fare, perché se è vero come ci dice Fabio De Min, leader e mente scrivente dei bellunesi, che la ripresa dei Sessanta è avvenuta perché Tenco e compagnia “sono grandi autori e il paradosso è che contemporaneamente non interessano più ai discografici, al mondo dell’industria musicale, se non per farne qualche stucchevole special televisivo” è altrettanto vero che stucchevole sta diventando l'insistito ricorrere a quelle atmosfere, ultimamente magari rimescolate a qualche ironica pruderia d'oltralpe (che Serge Gainsbourg fortunatamente è anche molto altro) o alle luci da gran varietà del sabato sera.
I Non Voglio Che Clara invece hanno fatto quello che prima di loro e insieme a loro avevano fatto in tanti, ovvero far convogliare due alvei in un unico fiume: la tradizione italica da una parte e gli ascolti più o meno giovanili dall'altra, soprattutto quelli d'oltreconfine, ciascuno la propria destinazione quali viaggiatori della provincia ai margini dell'impero musicale poi scopertasi intrisa di parabole importanti. E questa cosa in Dei cani l'hanno fatta ad un livello alto, molto alto, e con deviazioni tanto brevi quanto decisive seppur in un'omogeneità straordinaria.
C'è il mood spectoriano in Dei cani, comune a tante recenti uscite e che per La mareggiata del '66 li porterà ad un fin troppo facile accostamento ai Baustelle, paragone che a De Min “sembra un po’ forzato, e del resto si cita Spector, quindi finiamo col riferirci al 'suono spectoriano dei Baustelle' e mi sembra un po’ un non-sense”. Ma ci sono anche gli Smiths e soprattutto i Flaming Lips e Brian Wilson in Secoli, un Morricone quantomai fantasmatico ne Gli anni de l'università e ancora l'elettronica, non tantissima ma determinante in un brano come Il tuo carattere e il mio che per i Clara è ora fregola da approfondire e motivo di ospitate inattese: “Abbiamo cominciato a lavorare con l’elettronica fin da subito ma con un approccio analogico, penso a Tu, la ragazza l’ami? (brano poi non inserito nel disco ma consegnato alla rete come succulento antipasto, ndr) dove utilizzo uno stratagemma per il suono del pianoforte a la maniera di John Cale, o La stagione buona dove suono dei vecchi sintetizzatori e applico i loop su strumenti acustici. E ad un certo punto ci è venuta voglia di coinvolgere Port Royal e Giulio (Favero, ndr) che hanno messo del proprio. Sintetizzatori e samplers compaiono ora anche dal vivo e per un po’ siamo sicuramente intenzionati ad utilizzarli”.
Certo, non si fa tutto questo se alla base non c'è la scrittura di canzoni che è retorico ma veritiero definire da brivido, una serie di tracce meritevoli ereditiere dei loro padri putativi, per asciuttezza linguistica, concisione e densità emozionale, in ultimo ma non per ultimo afflato melodico tradizionalista eppure ancora sottocutaneo: “Quando si è trattato di scegliere i brani da portare in studio mi sono accorto che questi potevano rientrare in un unico corpo narrativo, formando una storia che poi ho frammentato scomponendo la scaletta. La narrazione in prima persona fa pensare ad un diario, così come il fatto di svilupparsi in un arco di tempo definito”. A De Min e compagni potrebbe essere rivolta la stessa accusa di piagnisteo di cui sopra, l'obbligarsi a cantare quasi sempre sottovoce, se però non fossimo di fronte a liriche che hanno la forza universale e al contempo individualista del vero rancore, del vero dolore, della vera (livida) speranza. Ne risulta un profilo di straordinaria coerenza che diventa vera e propria narrazione, il diario di una stagione della vita tra biografismo e invenzione. Un amore che finisce male, molto male, la vita che ricomincia, le colpe che per questioni di educazione e cultura diventano le uniche lenti attraverso cui guardare il mondo mentre il mondo là fuori entra nelle case, nei letti, li invade e li soffoca. «Ma se mi chiederanno / se ti verrò a cercare / io con parole nuove / gli saprò spiegare / che ognuno corre per sé / e che la fatica per riaverti qui / non conta niente / io amo la terra / e ho da correre fino a stancarmi / per dormire bene» . Oppure: «A luglio diedi il cane ad un canile / in cambio di una libertà maggiore / e ad agosto fra botte e sassaiole / per via della rivolta sindacale / restai solo senza cane e lavoro / restai solo con in bocca un gusto amaro».
Facile a questo punto capire il significato di una citazione da Garibaldi contenuta nel booklet, ferma nel prendere posizione seppur in toni che dai Clara non ti aspetteresti e sfondo perfetto di una storia che è ambientata nell'oggi sciagurato del nostro Paese (“Non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato di un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare”): “Il fatto che Dei cani sia stato pensato, scritto e realizzato in un tempo piuttosto lungo ha fatto si che durante le lavorazioni la mia attenzione si focalizzasse su piani e prospettive di volta in volta diverse, alcune sono finite in primo piano, altre sono rimaste a fare da sfondo alla storia che racconto. Ma il rapporto del protagonista con la società circostante, l’etica e la morale imperanti li ho voluti ricercare in più di un episodio. Riguardo l’espressione in sé, non credo ci sia molto da aggiungere se non sottolinearne la grandissima attualità”.
E a questo punto? A parte l'inevitabile e atteso tour, dove l'impianto orchestrale delle canzoni vivrà un'importante verifica (“Fin dalla stesura dei brani abbiamo cercato di porre maggiore attenzione alla loro resa dal vivo di quanto non avessimo fatto in passato“) è già interessante da ora capire cosa saranno i Non Voglio Che Clara da qui in poi. Alcuni segnali, succulenti, ci sono già (l'elettronica, l'apertura al “politico”). Sarà comunque inevitabile da qui in poi staccarsi da un immaginario sonoro che hanno contribuito a recuperare e rivitalizzare, perché il tempo lo richiede e quel rinnovamento della nostra canzone d'autore di cui da anni si va discorrendo anche. Chissà se un giorno vedremo questa prima parte del percorso dei Non Voglio Che Clara come una fase interlocutoria verso un qualcosa di ancora migliore, più personale e dunque ancor più definitivo. Da parte nostra, presa conferma dell'enorme talento, saremo gli ultimi a fare sconti.
Scheda: Non Voglio Che Clara
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