Tempo di anniversari, tempo di compleanno ventennale in casa Ninja Tune. L’etichetta simbolo del downtempo e dell’hip-hop underground britannico da mesi posta e-mail con link a dischi, EP, singoli e paraphernalia per i fan più incalliti, ma anche solo per i curiosi dell’ultima ora. In più, da qualche mese circola un box commemorativo che non guarda al passato con inutili ristampe e lacrimucce di coccodrillo e fa il punto della situazione now, presentando i nomi più innovativi della scena. Sdoganata dal suo passato chill-out, la Ninja con la Warp (che guardacaso proprio l’anno scorso ha celebrato pure il suo ventennale) rimane uno dei punti di riferimento per l’underground britannico che innova sul continuum del bbreaking. Sia esso hip-hop, mesh, electro o techno. Abbiamo inseguito i Coldcut - fondatori e padri nobili dell’etichetta - per un mese. Tra ritardi, misunderstandings e contrattempi, siamo riusciti a sentire via telefono Matt Black (che divide la paternità della label con Jonathan More) solo qualche giorno fa. Partiamo con l’intervista fiume in esclusiva...
Sì. Era il 1990. Eravamo in tour con Norman Cook, che sarebbe diventato di lì a poco Fatboy Slim. In Giappone è stato uno shock per noi: abbiamo raccolto input e con il tour ci siamo fatti molta esperienza. Una sera abbiamo visto alla TV un film di serie B pieno di stereotipi sui ninja. Non capivamo nulla, guardavamo solo le immagini e ascoltavamo la musica. Poi abbiamo visto i ninja anche su una rivista, così io e John abbiamo pensato di utilizzarlo come personaggio e simbolo. In seguito ci ha dato l’ispirazione per iniziare con la label.
È una domanda impossibile (ride)! In qualche modo era più facile quando eravamo ragazzi. D’altra parte va bene anche essere adulti. Penso che nella mia vita le cose si siano sistemate per il meglio quando sono cresciuto... In quei giorni la vita era più facile. Quando abbiamo iniziato a fare dischi come Coldcut non avevamo tastiere o computers. Avevamo solo un mixer, due piatti, dei vecchi vinili e un registratore a cassette. Quello era l’approccio minimalista dell’inizio degli anni Novanta.
Era un settore nuovo ed eccitante per sperimentare. Abbiamo capito da subito che potevamo utilizzare le stesse tecniche che usavamo per creare i suoni e applicarle al video. L’esperimento era tutto lì: vedere quello che succedeva qualdo campionavi spezzoni televisivi, quando mettevi in loop pezzi di video, quando li processavi e ci mettevi degli effetti. Quando mettevi più piani uno sopra l’altro, quando facevi il mix di diversi video in multilayer e quando poi alla fine ci mettevi il suono. Credo che potesse essere definito come hip-hop visivo.
Una delle cose che ci faceva andare avanti era appunto provare nuove soluzioni, sperimentare con nuovi media. Tutti quei video sono stati fatti con un computer Amiga, che era l’unica macchina a quel tempo che ti permetteva di giocare con i video sul desktop. Io avevo un background informatico: negli anni Ottanta lavoravo come sistemista di computer graphics e ho programmato anche dei semplici videogiochi. Il video di Atomic Dog di George Clinton in questo senso mi ha influenzato molto, perché mescolava riprese dal vivo con la grafica dei computer, ma non erano effetti speciali super costosi, erano grafiche che sembravano venir fuori da un gioco elettronico (la traccia sarà alla base anche del successo gangsta di Snoop Doggy Dogg Doggystyle, una hit anni Novanta per chi è cresciuto con l’hip-hop americano sparato in cuffia. ndSA). Mi piaceva molto l’idea di poter produrre i video con un personal computer casalingo.
Penso che sia fondamentale. La copertina del vinile è come una tela, grande abbastanza per disegnarci delle visuals. Anche se ora è cambiato tutto con il CD e il downloading, noi veniamo da quel periodo, quando la copertina e anche la stessa label erano delle superfici con cui potevi giocare per esprimere la parte visuale. Molti degli artisti che ci piacevano avevano un’identità forte. Penso in particolare alla On-U Sound, l’etichetta di Adrian Sherwood (il leggendario produttore dub inglese, ndSA) che aveva un fortissimo look grafico in bianco e nero e un forte appealing per i collezionisti, con tutte quelle edizioni limitate di singoli dubplate.
La On-U Sound è stata un precursore della Ninja Tune per quanto riguarda il suo stile e identità. Io e John avevamo entrambi un passato come visual artists, è stato naturale combinare questo con la musica. Gran parte del successo della Ninja Tune l’abbiamo ottenuto promuovendo un’identità visuale forte. All’inizio uno dei miei migliori amici del college, Mark Porter ha disegnato i font della Ninja, poi Strictly Kev (aka DJ Food) negli ultimi 15 anni ha curato l’immagine della nostra etichetta. Lui ci ha dato la direzione e la visione per la grafica dello stesso ninja, che è mutata negli anni in diverse forme e stili.
Sono d’accordo. Guardare al futuro è più bello e divertente. Naturalmente siamo ancora orgogliosi del nostro passato. Di artisti come Amon Tobin e Cinematic Orchestra oggi puoi vedere ad esempio l’evoluzione della loro proposta. Ci siamo esaltati per la new wave di suoni elettronici inglesi di gente come Dorian Concept, Flying Lotus, Floating Points, Zomby (4 dei miei preferiti). Vogliamo promuoverli, appoggiarli e creare associazioni con altri artisti. La Ninja è sempre stata una label che ha guardato al futuro e si è presa i suoi rischi. Ha supportato suoni nuovi, rudi, non raffinati, inesperti, alternativi e undergound.
Penso che il Box sia una delle migliori compilation che la Ninja abbia mai pubblicato fino ad oggi. Siamo riusciti a prendere al volo questa nuova onda di brutalità che combina bellezza e asprezza: un approccio nuovo, utile e popolare. Personalmente mi piace qualsiasi cosa di questi nuovi suoni, basta che non diventi una formula. Lo scorso weekend sono andato a suonare a un festival in Polonia; parlavo con una ragazza e mi diceva che ascolta molto funk. Mi sono sorpreso, perché ho pensato che quella musica è così distante dal mio mondo. Quello che conta è che è stata fatta da gente nera.
In questo senso anche noi paghiamo un grosso contributo all’eredità della black music. Sono diventato un maniaco di quelle sonorità quando ero studente. Era qualcosa in cui mi ritrovavo: la soulfulness. la ribellione, la bravura tecnica, e i sentimenti che che sono espressi dalla musica soul funk e reggae. Ninja Tune e Coldcut non potrebbero esistere senza quelle musiche.
Sì sì mi piacciono molto entrambi. Per me non sono stili che si escludono l’uno con l’altro. Non sono qualcosa di limitato: dipendono molto dai loro riferimenti, così un album può essere techno dubstep reggae; è possibile combinarli, dato che sono strettamente correlati l’uno con l’altro. Non mi fanno paura tutte queste tag, non sono limitanti. Il dubstep è stato eccitante negli ultimi anni: quel suono ‘wah wah wah’ è già diventato una formula, probabilmente verrà riciclato e riusandolo verrà reinventato ancora una volta come tutti gli altri geni.
Penso che i generi subiscano un’evoluzione genetica, che comprende sopravvivenza e mutazioni. Anche per il wonk è così. Il dubstep è una reazione alla musica house, mentre il wonk è una reazione all’hip-hop: entrambi usano heavy bass e produzioni massive, più libertà nella costruzione del suono e del ritmo in particolare. Quello che fa Flying Lotus con i beats una volta pensavamo fosse troppo fuori di testa. Oggi niente è troppo fuori di testa per non essere considerato musicale. Il dubstep e il wonk hanno portato un po’ di apertura verso la sperimentazione. Tutto ciò si mette in relazione anche con Andreya Triana: quando riesce a mettere sullo stesso piano umano e macchinico. La musica elettronica astratta e strana può essere sterile, ma quando ci aggiungi la voce - che è il primo strumento - e le parole, allora porti la tutto su un altro livello.
Puoi vedere l’intera storia della Ninja Tune come una guerra alla house music. Quando la gente ha iniziato a parlare di super clubs e ‘super star DJs’ la musica che seguiva questi slogan era tipo Mc Don’s . Mi spiego: se voglio mangiare bene non vado da Mc Donald’s e se voglio buona musica non vado da Mc Don’s, perché quello che mi darà sarà merce industrializzata, una versione debole della ‘real thing’. Allo stesso modo noi ci siamo ribellati. La musica house è una grande forza piena di potere e io la amo ancor oggi, come amo James Brown. Sono diventato allergico però al pagckaging con cui la confezionano.
Ho sempre preferito la chill out room alla main room, perché mi piace parlare con la gente, mi piace prendere una tazza di chai, farmi una canna, guardare la gente e sedermi, guardare i video. È un ambiente in cui mi trovo meglio. Quando vado nella main room e ballo, dopo un po’ mi annoio se è sempre “dum dum dum”. Ninja Tune si ribella a quella ripetizione e mette in discussione la monocultura nell’intrattenimento musicale. Facciamo una resistenza come l’Underground Resistance di Detroit che si oppone al mainstream. Considero la Ninja come un’alternativa al mainstream. Non siamo separati dal mercato, siamo anche noi parte del tutto, ma è bene sapere che ci sono buone alternative.
Ho descritto la Warp come ‘la sorella cattiva’ della Ninja. Noi amiamo la Warp, e pensiamo che queste due etichette siano i due attori principali nella scena elettronica inglese. Mi piacciono molto gli Autechre, e li conosco di persona. La scena non è poi così grande, bene o male ci conosciamo tutti, quindi è facile passare da un universo all’altro. Un altro artista che conosco personalmente è Aphex Twin. Gli ho venduto dei sintetizzatori qualche anno fa. L’ho visto da poco a un party con Stictly Kev e Mixmaster Morris. Alla fine ci troviamo negli stessi posti con la stessa gente ed è bello condividere quei momenti insieme. Oltre a ciò, c’è anche un po’ di competizione. La Ninja non ha mai fatto il successo della Warp, ci prendiamo meno sul serio. Se fai un confronto tra i due ventennali, penso che noi siamo riusciti però ad organizzare i party più belli. Stiamo guardando al futuro in modo sexy, rude e forte come la Warp: entrambe le etichette stanno facendo musica nuova, quindi la competizione ci sta. Una sorta di amore/odio salutare.
Low Limit sulla Numbers di Glasgow, Teebs su Brainfeeder (la label di Flying Lotus), e la traccia dei Detroit Grand PuBahs Sandwiches.
L’Italia non è mai stata un grande terriorio per la Ninja. Penso sia un peccato perché amiamo l’Italia. Le donne sono bellissime, il cibo è ottimo e sappiamo che c’è molta gente che ascolta musica. Mandateci degli inviti, comprate la nostra musica e verremo di sicuro!
10 (+1) dischi imperdibili dal catalogo dei guerrieri del break
L'inizio di tutto. Dopo essere stati in tour in Giappone ed aver pubblicato alcuni remix in white label, i futuri Coldcut fanno uscire un vinile a nome Bogus Order. Parte così l'avventura immersa nel breakbeat UK, vicina alle sperimentazioni da club in ossessione electro ma aperta ad esperienze su altri pianeti. Molti cuts non sono ancora orientati verso il chill-out che caratterizzerà il suono Ninja degli anni Novanta. Qui si possono invece respirare venti tribali (Zen In Africa), sonorità da visionari in acido (il mito Goa in One More Summer Of Zen) e uptempo reggae che ci saluta con il sorriso dei tramonti ibizenchi (Granny Zen). Un miscuglio che oggi sembra una polaroid adolescenziale, scattata in velocità, senza troppo preoccuparsi della definizione dell’immagine. Il big bang da cui attingere in seguito è tutto in questi scazzatissimi 27 minuti. Keep it going, guys!
Primo di una lunga serie di album (arriverà fino al quinto volume) costruiti apposta per i DJ e i maniaci del turntablizm. DJ Food sfoggia loop sciccosissimi, grondanti funkytudine e fascino acid-jazz: sonorità che in quegli anni avrebbero portato al successo internazionale di meteore del calibro di Incognito e US Tree. In Inghilterra la Ninja apre una stagione per chi non si riconosce più nell’ecstasy e guarda con ammirazione alla difficile arte del mescolare i dischi sballando più comodamente con la beneamata cannabis. DJ Shadow, la scuola illbient americana, il ritorno di fiamma del downtempo di Thievery Corporation e centinaia di altri illustri sconosciuti si sono fatti i calli nel mixare le tracce strumentali del progetto Food (l’artista non è infatti un singolo uomo, bensì incarna le anime dei Coldcut prima, di Patrick Carpenter e di Strictly Kev poi). Più che un disco, una palestra e una fonte inesauribile di tattiche ritmiche (Beats & Pieces, appunto resterà il motto dei Coldcut). L’ortodossia dei nerd parte anche da qui.
Le prime incursioni nei suoni world le sperimentano DJ Ein, Rupert Mould, Senor Cuffy e Dave Cridge. Il loro è un jazz influenzato dall’atmosfera che circolava nei locali più cool dei Novanta, cioè quel gusto finto chic tramutato senza volere in kitsch modaiolo ed effimero, le atmosfere da clubbino indipendente con il bravo DJ che mette la musica per pochi adepti. Per la prima volta in casa Ninja (anche se solo sussurrando rispetto agli altri album) gli UBO sembrano essere una nota fuori dal coro, e invece portano tra le altre cose il primo pezzo tratto dal canone cubano che con il passare del tempo evolverà in una scoperta a tutto tondo di sonorità inesplorate, preferendo sempre e comunque il catalogo di ritmi sudamericani. Ancora oggi (proprio quest’anno è uscito il loro undicesimo album Soliloquy) Ein e Mould non appendono gli strumenti al chiodo. La loro proposta è la prima sfida off che la Ninja propone ai suoi fan. Uscendo dai binari monomaniacali della street culture. Ethno-hop come ulteriore ago della bussola.
Il primo grossissimo colpo al cuore. Un disco che scardina gli argini del dub e che promette mondi di puro godimento sonico. Funki Porcini è James Braddell, il re del downtempo. Con questo disco porta il dub nello studio, lo pulisce, lo fa suo e scatena una cosa che non si sentirà più. Perché il dub a seguire sarà magari più minimale, più sporco, più contaminato, più techno, ma non così intimo: il suono di quest’uomo - che non ama apparire in pubblico e che ancor oggi manda in giro per gli uffici stampa una sua foto in bianco e nero degli anni Novanta - è una cosa unica, che in quell’anno travolge e fa proseliti, consegnando alla Ninja (grazie alla hit King Ashabanapal, edita anche in un singolo a parte) un piccolo grande classico. James tenterà poi di cambiare strada (con il caos break-junglistico di Love, Pussycats & Carwrecks) o di ricostruire il capolavoro (con l’onirico Fast Asleep), ma l’ironia e la precisione sonica del würstel bruciacchiato in copertina saranno impossibili da bissare. Over the top.
Il visionario che viene dal Brasile e per questo inserisce delle patch di suoni caldi nel continuum inglese. Ma non è il solito downtempista da strapazzo. Amon Tobin piazza delle bordate break che da qui in poi esploderanno in visioni sempre più arzigogolate, ereditate dalle sue prime mosse nella diaspora post-pseudo-d’n’b col moniker di Cujo. Il basso di questo Bricolage è una cosa da quintetto di Miles Davis tagliato in consolle, caldissimo, con gli scratch al posto giusto e con quell’aria da fumo di sigaro che proviene dalla seconda patria inglese (Brighton) dell’uomo. Il downtempo che trascina e che fa di questo esordio un biglietto da visita per le sue numerose fuoriuscite dall’underground (una su tutte la colonna sonora del videogioco Splinter Cell). Sampling all’ennesima potenza per Amon Adonai Santos de Araújo Tobin. Obrigado.
La big band condotta da Jason Swinscoe e da Patrick ‘PC’ Carpenter (già membro del collettivo DJ Food) con questo disco d’esordio fa il botto e da qui in poi diventa il nome di punta della label, tanto che i suoi pezzi verranno pure suonati in numerosi spot e suonati in passerella. Anche se il successo irride al combo mutevole, la qualità della proposta e la dedizione alla sperimentazione non verranno mai meno con gli anni. Motion è l’esempio di come si possa fare dell’improvvisazione una pratica condivisibile anche dal grande pubblico. Un preludio a quello che in questi giorni stanno facendo i Cobblestone Jazz con la techno.
La lesson dei paparini Double Dee e Steinski nelle vene di Kid Koala. Lui è il nerd che accosta sample inconsueti a una tecnica sorprendente (famoso per questo è il pezzo Drunk Trumpet, che riesce a coniugare il suono melodico della tromba con le possibilità di modulazione ritmica del giradischi). Eccellente video artist, cura le copertine dei suoi dischi con fumetti e video autoprodotti. Eric San prelude la cartoonizzazione dei Gorillaz dietro la sua mastodontica capacità di utilizzare i samples e di alzare il giradischi a status di strumento musicale tout court. Non solo mix, ma tool per creare nuovi suoni. Il degno erede di DJ Shadow e Cut Chemist. Maximum respect.
Tra le altre cose, Luke Vibert è passato anche per la Ninja. Con questo suo moniker sconsacrato e irriverente esplora la dance con strumenti analogici, facendo del divertimento un imperativo morale, vedi la dichiarazione d’intenti nell’intro The Premise: “I'm gonna fuck the whole world up!”. Il miscuglio che solo in apparenza salta fra generi in modo spastico, lo consegna a un modo di vedere la musica che anticipa la grazia del frullato ‘00 wonky. Il suo mondo è quello dell’elettronica che rende omaggio ai break di Squarepusher e Aphex Twin (suoi amici e conoscenti), alle visioni Global Communication di Tom Middleton, alla sapiente arte del sampling, al drum’n’bass e alla jungle - in quell’anno ormai solo un bel ricordo. Per molti non sarà un capolavoro, ma riascoltandolo oggi non ha niente da invidiare a chi cerca di costruire il beat perfetto con la più nuova release dell’ennesimo software di sound engineering. Luke trova un modo intelligente di rimescolare l’hip-hop con atmosfere color pastello illuminate da valvole e da calore soul. Anche lui per un attimo lunghissimo è human after all...
Considerato da molti DJ e addetti ai lavori di musica elettronica come la più bella compilation di tutti i tempi, questo disco riassume l’estetica di gusto sopraffino dell’etichetta e dei suoi fondatori. Difficile scegliere fra la sterminata produzione di Matt Black e Jonathan More, ma questo capolavoro batte gli esperimenti visuali, i remix e le escursioni oltre i confini del break che i due DJ hanno perseguito prima e dopo la pietra miliare. Settanta minuti che scappano velocissimi tra amici ninja (Funki Porcini, Wagon Christ), mostri sacri dell’elettronica di ogni tempo (Mantronix, Masters At Work, Plastikman e Photek) e le loro stesse rivisitazioni e remix. Senza tempo.
Ristampa acquisita dalla più piccola ma non meno importante Smalltown Supersound, il disco di esordio del gruppo norvegese esplode come caso internazionale quando la BBC lo segnala come album dell'anno. Preludio e conferma di una tendenza che da lì a poco scoprirà una miniera di accostamenti interessanti e prolifici nel cosiddetto boom elettroacustico nordico: Kings Of Convenience, Röyksopp e Bjørn Torske. Un disco che ci fa capire come il fiuto dei Ninja non perda mai la sensibilità necessaria per resistere al logorìo del tempo. Sempre pronti a tirar fuori dall'underground personaggi e sonorità di classe. Un miscuglio di bossa, cool jazz, chitarre à la Tortoise, fiati e assoli bop che ricordano tra gli altri gli sciccosissimi Morphine (Airborne) e un calore che affascinerà subito le platee di mezzo mondo. Il savoir faire che importa secoli di storia black e la filtra con un bianchissimo tocco polar lounge.
Per chiudere degnamente la parziale carrellata non potevamo che scegliere il disco del pazzo Kevin Martin. L’uomo dai milioni di alias (tra gli altri God, Techno Animal, Ice, Curse of the Golden Vampire e Pressure) anticipa la moda mesh che pochi anni fa covava il botto imminente di M.I.A., Santigold e Major Lazer, oggi personaggi da copertina patinata più che da palco di festivalini per iniziati. Dubstep mescolato al dancehall cupo e strafatto della Londra capitale delle sonorità sempre e comunque avant. Un degno proseguio per le teorie millenaristiche di Tricky invasato di techno e di sporcizia dissacrante. Disco del 2008 per l’influente rivista Wire. Segnatempo in divenire: da ballare, da sballare, per grandi e per piccini.
Scheda: Coldcut
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
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