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Pubblicazione 15 Novembre 2010

Kelley Stoltz

L'arte del sogno

Brian Wilson fai-da-te o bricolage retrofurista? Andata e ritorno nello scombintato mondo dell’ultimo folletto pop "made in USA".
Kelley Stoltz
2009

Ci sono artisti che piombano sulla scena musicale come fulmini a ciel sereno e la rivoluzionano da capo a fondo, forti di un'ineguagliabile carica innovativa. Ecco, Kelley Stoltz non è uno di questi.

Il trentanovenne del Michigan, trapiantato a New York, è uno di quei songwriters innamorati della bella calligrafia applicata alla pop song, obbiettivo che negli anni ha perseguito con dovizia certosina, in barba alla povertà dei mezzi a disposizione. Kelley, che abbiamo contattato in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro To Dreamers, è il classico genietto che adora trastullarsi con giocattoli lo-fi e chincaglieria vintage, cosa che gli ha fatto perfezionare uno stile immediatamente riconoscibile ed estremente personale, dal mood intimamente psichedelico, fatto di suggestioni 60s e rumori della modernità.

"Effettivamente penso che nei miei brani ci sia una particolare sensibilità costruita su riverberi, twang chitarristici, beat pesanti, suoni di synth… mi piace creare un collage sonoro integrato con il pop dei 60s. Passo molto tempo a lavorare sul feeling di ciascun brano, molto più che sulle liriche delle canzoni. Generalmente la melodia è la prima cosa che prende forma e quando questa è pronta ci do dentro a manipolare i suoni di ogni strumento".

Stoltz, è uno dei segreti meglio custoditi del panorama indipendente americano: appartiene al roster della Sub Pop già da qualche anno, anche se pochi fino ad ora se ne sono accorti. To Dreamers potrebbe essere il "turning point" di una carriera poliedrica, iniziata come curatore della “fan mail” di Jeff Buckley e proseguita con la realizzazione di ben otto album, per lo più suonati, registrati e prodotti in maniera autonoma, e fra i quali spicca una rivisitazione integrale di Crocodiles degli Echo & The Bunnymen.

"E’ vero. Gli Echo & The Bunnymen sono sempre stata la mia band preferita, sin da quand’ero appena un ragazzino, ancora prima che iniziassi ad ascoltare David Bowie e Leonard Cohen e che decidessi di mettere in piedi la mia band. Sono i miei eroi, ho registrato tre dei loro primi quattro album. Spesso cerco di cantare come Ian McCulloch o di copiare le linee di chitarra di Will Sergeant, ma ogni volta mi accorgo che il risultato suona differente da come vorrei. A volte, musicalmente, credo di esser loro debitore, salvo poi accorgermi che sono altri interessi che indirizzano il mio stile".

Nella sua bizzarra storia, tuttavia, ci sono elementi che ne fanno qualcosa di diverso del loser romantico e spiantato. Questo grazie ad alcuni brani utilizzati per spot televisivi e come colonne sonore di serie televisive. A tal proposito Kelley chiosa ironico:

"Non ho nessun problema a tal proposito, anzi penso che sia una grande cosa! Mia madre poi si emoziona quando sente le mie canzoni in TV. A parte gli scherzi, questa cosa mi ha permesso di guadagnare abbastanza denaro per dedicarmi a tempo pieno alle mie canzoni. Ora lavoro per un paio di giorni alla settimana in un negozio di dischi, per il resto posso permettermi di mangiare e dormire grazie ai soldi di quelle pubblicità. Il bello è che negli spot le mie canzoni si riescono appena a sentire. Trovo incredibile che paghino così tanto per qualcosa che rimane così nascosto in sottofondo.

Sub Pop, oggi nuova Mecca per ferventi spiriti DIY, sembra aver riposto in lui illimitata fiducia, dotandolo dei mezzi necessari per esprimere al meglio quell’aspirazione ad una grandiosità compositiva dal tiro wilsoniano, che si nutre di vecchi espedienti e di nuove tecnologie. Il risultato è che To Dreamers suona assai denso e stratificato, a dispetto della leggerezza delle melodie e dell'emotività frizzante che lo pervade.

"Ci è voluto circa un anno e mezzo dal suo concepimento al risultato finale. Io per lo più registro a casa mia e suono personalmente tutti gli strumenti, per cui è naturale che a terminarlo ci abbia impiegato un pò di tempo. In questo senso non è cambiato molto rispetto alle mie prime produzioni, a parte il fatto che ora ho a disposizione microfoni migliori e, in generale, penso che tutto suoni meglio che in passato. In occasione del nuovo disco ho anche comprato un Mellotron".

Il vizio del DIY dunque è duro a morire: "Sul disco la mia band suona solo in due occasioni - "Baby I got news for you" e "I Like, i like" - le abbiamo suonate dal vivo per un pò di mesi e ho pensato di far partecipare anche gli altri alle registrazioni. Mi sembra giusto che anche loro sentano di avere avuto un ruolo sull’album, in modo che possano andare in tour e suonare quei brani col cuore, come se fossero un pò anche loro".

Tuttavia è inevitabile che la resa live dei brani dell’album sia differente rispetto alla loro genesi in studio:

"Certo, è difficile replicare tutti i più piccoli rumori e gli effetti che si sentono sul disco, mi occorrerebbe un gruppo di 7 o 8 elementi per riprodurre tutte le percussioni e le armonie vocali. In effetti per me è fonte di frustrazione, ma non posso certo permettermi di portare tutte quelle persone con me, così lascio che le canzoni dal vivo prendano la loro strada. Mi sembra che generalmente i brani suonino più rock e meno sinfonici. Più Highway 61 Revisited che Pet Sounds".

Recentemente Stoltz e la sua band sono stati visti di supporto ai Raconteurs, cosa che gli ha permesso di esibirsi di fronte a grandi platee e maturare quel genere di ambizione che porta songwriter come lui a confrontarsi con i più grandi.

"È divertente suonare per un gran numero di persone. Cosa ho imparato andando in tour con i Raconteurs? Credo che mi abbia fatto venir voglia di scrivere canzoni più ambiziose che possano arrivare a più persone. Penso che il nuovo album risponda a questa esigenza. Inoltre i miei set precedenti avevano un po’ troppi mid tempo, ora ci sono rock song dal ritmo decisamente più sostenuto".

Intanto il tour promozionale è già partito e il calendario dei concerti promette di portarlo in giro per il mondo.

"Sarò in tour in Europa a novembre. Mi piacerebbe molto venire a suonare anche in Italia. In passato ci sono stato con i Dirtbombs, nel 2008, con cui abbiamo realizzato alcuni ottimi show. Ho suonato anche con i Father Murphy da qualche parte nelle vicinanze di Venezia. E’ lì che ho conosciuto Marco dei Jennifer Gentle, ottimo ingegnere del suono e incredibile songwriter. Spero proprio di tornare ad esibirmi nel vostro Paese".

Un auspicio, questo, di cui ci facciamo convinti portavoce.

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