L'opera per il suo autore: Sangue bianco, recita il titolo del quarto disco di Giancarlo Onorato. Tanto per rimarcare che la musica è parto corporeo e sofferto di chi la compone, ma anche entità a sé stante capace di abbandonare i limiti fisici per darsi in pasto. In un dibattere di note e parole a volte descrittivo, a volte – è il caso dell'ultima opera del cantautore milanese – spinto sui crinali di un sentire evocativo e lontano dai facili dualismi da cantautore classico.
Ha un che di vagamente oracolare il discorso di Onorato. Lo status di “classico” per un autore che invece classico non si ritiene. Risultato di un approccio alla materia serissimo ma non accademico, in cui si respirano vent'anni di onorata carriera nell'underground musicale e letterario di casa nostra ma anche la voglia di restare umile. Oltre alle esigenze di un profilo poco propenso a farsi catalogare, borderline come sa esserlo chi la propria arte non la delega a nessuno: non ai presenzialismi gratuiti, non ai fuochi fatui delle tendenze, non alle sirene di una notorietà effimera. E pazienza se un disco come il qui presente o magari come il precedente – bellissimo - Falene rimarrà materia per pochi: è il prezzo da pagare per restare liberi di ascoltarsi e di forgiarsi. In una contemporaneità che parla un'altra lingua e da cui magari ci si sente anche un po' fuori, pur con la voglia di non lasciarsi sfuggire occasioni di confronto e di crescita personale.
Sangue bianco è principalmente un disco di musica. Un disco in cui anche le parole vogliono essere parte della musica. Questo lo distanzia da tutto quanto io abbia sinora prodotto, per il semplice fatto che non si tratta di un'opera narrativa come era Falene bensì essenzialmente musicale. Le parole di Sangue bianco non sono meno importanti di quelle degli altri miei dischi, ma sono incarnate nelle composizioni e vivono della musica di cui fanno parte. Una simbiosi che non vuole più essere canzone nel senso solito. Io sono al contempo regista e autore della colonna sonora di un'opera la cui visione scorra nella mente di chi ascolti.
Il passare del tempo tra una pubblicazione e l'altra è dato dalla necessità di un rapporto intenso con la disciplina musicale, dopo anni di autentico apprendistato. Ci sono alcuni aspetti del mio operato che differiscono profondamente da quello di molti altri autori, uno di questi è l'assoluta indifferenza per le “esigenze di mercato”. Questa posizione, lungi dall'essere una questione di superiorità, risiede in due punti essenziali: il primo è che per pubblicare è necessario avere qualcosa da dire, individuando il modo migliore per dirlo. Ci vuole tempo e lavoro. Molto lavoro. Da ciò consegue il secondo punto: solo con la massima serietà nella produzione si può contribuire a limitare l'esagerato proliferare di musica non esattamente imperdibile di cui soffre il settore. Pubblicare meno dischi ma di più alto valore sarebbe un buon traguardo.
Oltre a non apprezzare il termine, so di essere quanto di più distante vi possa essere in questo paese da un “cantautore”. Lo dimostrano il senso, la direzione e il contenuto delle mie composizioni. E Sangue bianco, per la sua natura intrinsecamente trasgressiva fuori dalle consuetudini, dai modi, dagli stili, funge da ulteriore separatore da quel tipo di identificazione. Il termine “cantautore” è nato per definire una produzione che non ha niente a che vedere col sentire libero da generi e cliché della musica moderna. Molti tra i dischi più potenti, trasgressivi e “rock” della storia sono dischi realizzati voce e chitarra o voce e pianoforte. Talvolta sussurrati. Io cerco la potenza nel rapporto tra la musica e il suo mescolarsi simbiotico con parole che diventano sostanza sonora e significante. Non conosco nessuno che lavori alla mia maniera. Il più delle volte ascolto testi incollati ad una struttura precostituita, scatole di montaggio. La musica per me è un'altra cosa. Probabilmente prima o poi farò opere di sola musica o magari opere di sola parola suonante. Questo Sangue bianco è già un passo verso la colonna sonora delle cose che ci toccano dentro.
La musica può ispirare e influenzare la produzione letteraria, ma credo che non vi sia contatto più di tanto tra le due discipline. Un romanzo, nel migliore dei casi, è un sentimento esteso e meditato; la canzone è qualcosa che vive in un mondo a sé. Tutta la musica si basa su altri fattori. E' il modo in cui ci arriva a renderla altro e tale da non potersi replicare. Cerco di allontanare i due momenti creativi - musica e narrativa - perché pur essendo dimensioni complementari suonerebbe retorico e inutile forzarne il bacio. Tuttavia, siccome il mio immaginario è lo stesso quando scrivo canzoni così come quando affronto un romanzo, accade che ci siano passaggi di significato tra una forma e l'altra. E' anche vero che i miei romanzi non sono storie nel senso ordinario, ma piuttosto una sequenza di momenti interiori. La mia narrativa è psichica, dunque assai più vicina ad una composizione musicale che ad una storia con precisi personaggi e avvenimenti. Si potrebbe dire che nella mia produzione una forma è la continuazione dell'altra.
Se ciò che ci ha generati non è l'argomento degli argomenti, non ne vedo altri. Io sono un astronauta delle carni, l'universo a portata di mano.
Probabilmente che l'opera vuole essere un concetto aperto a diverse soluzioni, imprevedibile e anche imprecisa, come la vita. Le cose più belle sono imprecise.
Meno difficile di quanto possa sembrare dall'esterno. Produrre un altro artista vuol dire capirne la dimensione, visto che il tipo di collaborazione che metto in atto non è mai prettamente tecnica ma soltanto di pura regìa. Io non faccio che entrare il più possibile in sintonia con la persona, preoccupandomi di capire chi è e di far intendere chi sono io. Quali sono le mie ansie, cosa voglio, cosa mi manca. Questo genera lentamente un'apertura e un abbandono delle resistenze da parte di chi collabora con me ed è il modo migliore per entrare in contatto, parlare la stessa lingua. Ma ci sono persone e persone, quindi una produzione artistica è come un percorso di psicoterapia in cui il soggetto è chiamato ad essere fortemente sè stesso con tutti i propri contenuti, buoni e cattivi, Ogni disco produce un nuova situazione con cui fare i conti. Per questo posso permettermi di produrre artisti - purché inclini al confronto – stilisticamente diversissimi tra loro.
Io sono e resterò sempre un neofita. Uno che ogni mattina ricomincia a vivere da capo. Non mi accorgo del tempo che passa perché sono concentrato sui miei traguardi. Ogni tanto, però, esco dalle mie cose e vado incontro agli altri. Ammetto di sentirmi più a mio agio accanto alle nuove leve, piuttosto che in compagnia di chi spernacchia da anni le stesse cose. Inoltre sono chiamato spesso a curare la direzione artistica di eventi in cui gravitano buona parte delle personalità che si distinguono negli anni. Quindi ho condiviso di frequente serate con diversi dei nuovi compagni di settore. Con Vasco Brondi, ad esempio, c'è stato uno scambio molto utile per entrambi e ci siamo piaciuti. La stessa cosa è successa con Beatrice Antolini. In linea generale, più che farne una questione di categoria, direi che sono portato a prestare attenzione a quelle proposte che hanno più coraggio. Più di altri mi convince Samuel Katarro, anche se penso che lui non si ponga il problema del coraggio ma faccia semplicemente ciò che gli viene di fare. Ascoltiamo poco il lavoro altrui e io non voglio più cadere in questo errore. Se c'è un artista che mi incuriosisce, cerco di andare a sentirlo in concerto. Sento il bisogno di mettere la mia mente in contatto con quella degli altri, anche per capire chi sono io. Mi piace chi è innovativo, non chi si crogiola negli errori di chi l'ha preceduto senza alcun senso della storia. Non mi piacciono gli opportunisti, i presenzialisti o quelli che escono con un disco all'anno. Nessuno ha cose interessanti da dire in ogni momento e se non ti fermi a nutrirti di ciò che accade intorno non puoi proseguire nel tuo lavoro. Esprimersi è tutto in questo saper misurare il proprio rapporto col resto del mondo.
Scheda: Giancarlo Onorato
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
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