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Pubblicazione 01 Novembre 2010

Phantom Band (The)

Sono Pazzi Questi Scozzesi!

L'oltre rock della Phantom Band

Da quanto aspettavamo un gruppo che osasse sbatacchiare il passato dentro a un frullatore di memoria pop e cavandone qualcosa di fresco e spontaneo? The Phantom Band, da Glasgow, per servirvi.
Phantom Band (The)
2010

"L’amicizia in questo gruppo risale all’epoca della scuola. Siamo grandi fan di musica e, in quanto tali, non avevamo interesse alcuno a pubblicare un disco che non ci trovasse soddisfatti.." Così affermava con unanime e benvenuta modestia la Phantom Band un annetto fa, allorché l’esordio Checkmate Savage vedeva la luce per Chemikal Underground. Era stata nondimeno lunga, per quest’era distratta e frettolosa, la loro gavetta, intrapresa grossomodo un lustro prima a Glasgow da Duncan Marquiss e Greg Sinclair (chitarra), la sezione ritmica di Gerry Hart (basso) più Damien Tonner (batteria), il tastierista Andy Wake (ultimo ad aggregarsi in ordine di tempo) e il cantante Rick Anthony. Ognuno “trenta-e-qualcosa” con lavori cui badare alla faccia degli sbarbatelli da cameretta con velleità arty, forti del disincanto cinico ma umoristico che si ha a quell’età. Quando puoi ancora giocarti delle carte ma un po’ di vita e di musica le hai masticate; quando ragioni prima di aprire bocca e, nello specifico, prima di scrivere canzoni. Si potrebbe partire anche da qui per provare a spiegare i motivi che stanno alla base della magia di The Wants, fantastica replica datata 2010 che, buttata dentro a una copertina banalmente low-fi (l’unico suo difetto…) ci ha scombussolato nei primi ascolti crescendo man mano alla luce dei suoi pregi. Che sono un raro senso sincretico, una tela sonora dettagliata, il mostrare i propri modelli smontati e ricomposti in qualcosa d’altro.

Sarebbero però i diretti interessati per primi a buttarla non troppo sul serio, seppur astenendosi dalla caciara e focalizzando l'attenzione su quel che conta davvero e cioè la musica. Un atteggiamento evidente sin dai primi anni di esistenza, spesi a cambiare nome senza sosta (NRA, Les Crazy Boyz, Tower Of Girls, Wooden Trees, Robert Redford, Robert Louis Stevenson: “Se non riuscivamo a tirare fuori un nome decente, dicevamo a quelli del locale di scrivere quel che gli pareva sul cartellone”.) e lasciarsi dietro un CD-R andato a ruba e una Crocodile ripescata nel debutto. Nel frattempo, la scelta di affidarsi all’attuale ragione sociale sottolineava l’assenza di protagonismo in un Regno Unito costantemente pronto a inventarsi sensazioni presto dimenticate e prono sotto vacuità sensazionaliste. Piace insomma pensare che chiamarsi “il gruppo fantasma” indichi un volersi liberare del contorno per focalizzare l’attenzione sulla musica. E, magari, anche sul gusto per il tagliente nonsense dadaista comune nella cultura d’oltremanica (Monty Phython e Bonzo Dog Band, Television Personalities e gli stessi Beatles), che emerge da concerti in maschera (assecondando l’atavico senso di ritualità pagana che in Albione è retaggio e che i ragazzi ripropongono nell’approccio percussivo) o dove si issa sul palco un’attrezzatura da body building invitando il pubblico a usarla.

Colore e basta, se non vi fosse una sostanza sgusciante e spremuta da tanti differenti frutti: “Esiste un terreno comune composto da Led Zeppelin, Stooges, Bo Diddley, Capitan Beefheart, Beta Band e una bella dose di soul e blues, tuttavia i nostri gusti personali sono più influenti di quanto ci unisce, così tanti nomi che la lista diventerebbe una faccenda noiosa. Siamo testardi e questo si riflette nel modo in cui scriviamo e suoniamo assieme. Inoltre siamo appassionati di cinema, così che il tentativo di creare un’atmosfera ci caratterizza da sempre. Abbiamo anche interessi più ampi nel campo dell’arte, dei videogiochi, della letteratura e della pornografia. Le solite cose, insomma. E a tutti piace il caffé."

La quotidianità e lo sforzo di riderci sopra, di trascenderla inventandosi un linguaggio che esca dalle pastoie di una Scozia - ma vale per qualsiasi altra nazione... - adagiata su fotocopie trash-pop e post-punk (“Prima tutti andavano in giro conciati come gli Strokes e poi come i Franz Ferdinand. Questa città ha un ‘giro’ chiuso e non piacevamo a nessuno, così che ci siamo trovati. Essendo soprattutto amici, la faccenda s’è evoluta organicamente e alcolicamente. Tutti i venerdì sera lasciavamo gli amici al pub e suonavamo fino a tarda ora: dalla jam settimanale siamo giunti a un singolo e agli album.

A un certo punto tocca com detto decidersi per un solo nome: da lì, nel 2007 si stampa il 7" Throwing Bones per la londinese Trial & Error che attrae l’attenzione della concittadina Chemikal Underground. Ne risultava un primo lp acerbo, dove l’ex Delgados Paul Savage cercava di ordinare produttivamente l’eccesso di carne sulla brace. Non sfuggiva però il talento dei ragazzi ad allestire una promettente e fitta rete di rimandi che; i più attenti, anche alla luce della presenza dei Fantasmi ad alcuni prestigiosi festival, un asso se lo sarebbero attesi.

Non della portata di The Wants, però, dove la scrittura gode di una naturalezza di sviluppo evidente solo dopo ripetuti ascolti, quando cioè se ne varca una complessità che avvince in luogo di respingere. Danno dipendenza, queste canzoni che respirano: è folk che cavalca krauto (The None Of One) o sorge da un alveo limpido (Come Away In The Dark); è new wave che si rivolta in varchi spazio-temporali (Into The Corn, Everybody Knows It’s True); sono pugnalate all’ultimo grido da New York e da Londra (Mr. NaturalWalls). Il resto lo mettono una voce che, indecisa tra David Sylvian e Ian McCulloch, tra Ian Curtis e Bill Callahan, li lascia confluire nel fiume in piena di arrangiamenti calorosi e policromi. Si osa con trasporto emotivo, ripudiando la frigidità sin troppo smaliziata oggi di moda.

Sperimentazione pop col sorriso e lo scudiscio: da quanto ne attendevamo la ricomparsa? “Siamo pieni di passione: il gruppo è una famiglia disfunzionale in cui discutiamo molto ma che tende a lavorare in maniera fluida. Le canzoni sono tirate in direzioni diverse  finché non si tramutano in qualcosa che possiamo utilizzare, l’ispirazione arriva dagli ascolti passati e dalla voglia di migliorarsi. Cambiare nome ci permetteva di metterci ed era divertente. A lungo andare, però, ci siamo resi conto di come fosse un po’ perfido e potesse infastidire la gente, così ci siamo fermati a ‘The Phantom Band’. Avendo raggiunto un qualche obiettivo artistico, era tempo che ci legassimo a qualcosa. Per ora non abbiamo in mente di cambiare di nuovo nome: nel caso, ve lo faremo sapere.

Phantom Band (The)
2008

Quel che conta è che restino tra chi "conta", ora che un nuovo decennio è alle porte e qualche certezza servirà. Tra genio e sregolatezza, sanno cosa scegliere.

copertina pdf #91