L’orobico Vincenzo Bianco si spaccia per Chenzo quando gli prende l’estro di farsi in proprio i propri affari rock, electro, folk-pop, dark e quel che altro può capitare in una cameretta del terzo millennio. L’insostenibile pesantezza del tessere (autoprodotto, 7.1/10) è la sua prima autoproduzione e a dire il vero ci senti un po’ di tutto, ma è un miscuglio ben mescolato, la tensione tesse le fila e la voce effettata lo-fi vagamente Damon Albarn tengono il tutto ben aggrappato a quella che diresti una visione sospesa tra periferia e mitteleuropa, retaggi trip-hop stemperati eighties (Afrodite amante di Ares), dichiarate
decadenze letterarie (Mallarmé, Rimbaud...) e malmostose inquietudini vagamente Manuel Agnelli (L’oroscopo di Emanuele). Piacevole e stranamente intenso. Quanto ai Pocket Chestnut, a sentir loro Bedroom Rock’n’roll (autoprodotto, 6.9) è stato registrato un po’
ovunque, tra Monza, Milano, Mortara & Vigevano, persino a Fort Wayne nell’Indiana. Per quello che ci è dato di sentire, contiene musica che ha viaggiato e ama viaggiare: folk blues
da strada e marciapiede, da palchi spersi ma baldanzosi, piccoli turbini alt country e scrosci underground (meglio se paisley), ciondolanti molecole Pixies e un lirismo malinconico chiesto alla polvere calpestata dai Wynn e dai Grant Lee Phillips (sentitevi la bella Nowherwille). Si paga il pegno ad una pronuncia che forza un po’ l’interpretazione ma si riceve resto e mancia di un entusiasmo terrigno che tiene in piedi nove pezzi originali più una rilettura teneramente laconica del tradizionalone Long Black Veil. Fragranti come una
pagnotta di ieri, ma gustosi come quella che ti è rimasta nello zaino quando pensavi di non averne più.
Cercano l’esatto punto di equilibrio fra libertà espressiva e costrizioni da canzone pop (seppur nobilitata) i VOV, al secondo Davide Arneodo (già spalla dei Marlene Kuntz sul palco) e Marta Mattalia. Arrivati al terzo Ep (Autoprodotto, 6.7/10) virano verso sentori da new-wave siderale e metropolitana (l’interpoliana Marta è morta su Marte), vestendola
d’abiti alteri e raffinati ma perdendo qualcosa in quanto a forza comunicativa, pure quando ne Il piccolo fratello (con Luca Bergia alla batteria) vagano fra i languori vigorosi degli ultimi Marlene. Tuttavia la loro è una ricerca pregna di dignità e passione, il prossimo passo – decisivo – potrebbe riguardare il coraggio d’essere anche lievi. Crooner della metropoli precaria, indole scanzonata di un Sergio Caputo che prova la zampata Paolo Conte, a Davide Zilli viene soprattutto da fare una proposta. Ovvero: viste le jazz ballad traballanti sugli obblighi abitativi dei trentenni e oltre nel suo Coinquilini (Corte Manlio, 6.7/10), viste le
bosse in smoking e scarp del tennis de I compiti delle vacanze e il leggero brivido costelliano di una calligrafia come Nel vagone meno affollato, perché non concretizzare davvero la promessa di Jazzabestia messa poco dopo la metà di questa sua prima prova? Aggiungendo martellate pianistiche tipo Dresden Dolls e un po’ più di sangue sull’asfalto il gioco potrebbe essere fatto, e potrebbe essere parecchio interessante. D’altro canto un verso come “la vita moderna non perdona / ci godiamo la vista sul mcdonald” non vi fa immagine un Brondi in overdose dixielandcabaret?
Frutto dell’esperienza di musicisti già attivi in altre realtà piuttosto affermate del circondario modenese (tra cui i Fragil Vida), gli Eleven Fingers se ne escono con un Ep d’esordio in bilico tra folk e indie americano di frontiera. We lost Everything Just To Find Ourselves (autoprodotto, 6.8/10) recita il titolo del disco, tanto per chiarire che le malinconie suffuse un po’ à la Kings Of Convenience (White Boots) e un po’ à la Sparklehorse (We Fall In The Sea) che ci trovate dentro sono affare piuttosto serio e non il parto di qualche emulo in vena di riciclo. Chitarre, pianoforte, batteria, basso e tromba e un suono equilibrato figlio dei particolari e di un eleganza normale che non scade mai nella maniera. Per una ventina di minuti crepuscolari e intensissimi.Di tutt’altro genere l’immaginario preso in prestito dai torinesi Carbona Abusers e dal loro “bubblegum’n’roll”. Un misto di garage in stile Nuggets e beat nostrano anni Sessanta con qualche richiamo a una psichedelica di facciata (Bolle) che suona convincente e tutto sommato originale, considerate le premesse. Rosa, come la copertina di questo Cicles (autoprodotto, 6.8/10), per richiamare con il titolo il nomignolo utilizzato dai “ggiovani” per riferirsi ai chewingum. Dettagli che la dicono lunga sul target anagrafico e le reali intenzioni di una formazione perfettamente a suo agio tra coretti irresistibili, testi ironici e pestare di batteria.
Ci hanno favorevolmente colpito i messinesi Marika e i Milioni di Muschi visti live recentemente in Sicilia, per la resa teatrale e il loro indie venato di umori sparsi, tra folk-rock d’oltreoceano e sapori di chanson francese. Su tutto, un’ ironia contagiosa che li caratterizza e finisce per essere il loro punto di forza. “Ci piace l’idea di narrare le nostre storie, i nostri piccoli ritratti e stralci di vita sognata” così autocommentano, e proprio i loro bozzetti diventano l’occasione per racconti surreali e spesso sopra le righe. Nei momenti più percussivi ci hanno ricordato Il Pan Del Diavolo e la tradizione cantautorale nostrana anche recente; su disco omonimo (autoprodotto, 6.8/10) si stemperano in favore di un songwriting più pacato e variegato. Rimanendo ancora sul filo dell’ironia, ci spostiamo tra Siena e Roma per incontrare i Mitici Gorgi e il loro elettro punk irriverente. Forte di due voci femminili ben amalgamate, il gruppo si muove essenzialmente su territori di new wave ottanta italiana e non solo, ripercorrendo quei lidi con una verve tra l’acido e il destabilizzante. Il risultato, nel primo album I Demoni part.1/2 (autoprodotto, 7.0/10) è apprezzabile per il mix riuscito di musica e parole, e nel suo genere funziona molto bene, snocciolando una serie di performance tra il divertito e il divertente. Scatenati e promettenti.
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