Nel mondo del rock esistono topoi che a volte si avvicinano pericolosamente ai luoghi comuni, perdendo qualsiasi sfumatura leggendaria, mitologica o – semplicemente – di coolness per trasformarsi in parodie, spesso involontarie (e quindi più gravi) della figura dell'indie-rocker. Per fare un esempio, un conto è l'estetica da slacker o da nerd che ha fatto la fortuna di molti gruppi e musicisti, capaci di prendersi in giro e prendere in giro con l'arma dell'ironia, spesso accompagnata da canzoni di ottima fattura come nel caso dei redivivi Pavement. Altra cosa è, invece, continuare a prendersi sul serio quando si è persa qualsiasi credibilità, quando il proprio mondo di riferimenti culturali è diventato un teatrino di plastica nemmeno più così luccicante. Guardando solo in casa, basti ricordare due nomi e si capisce a cosa ci si riferisce: Vasco Rossi e Luciano Ligabue.
Anche per Bradford Cox c'era questo rischio, per lui nato nell'America che potremmo definire di provincia (Atlanta, Georgia) e cresciuto in una famiglia non propriamente coesa. Affetto dalla sindrome di Marfan, una rara condizione genetica ereditaria che oltre a presentare rischi gravi per la salute, fa allungare a dismisura arti e dita di mani e piedi (e sembra aver affetto, tra gli altri, personaggi storici come Charles de Gaulle e Abraham Lincoln, Niccolò Paganini e Sergei Rachmaninov, oltre a Joey Ramone), Bradford Cox non deve avere avuto un'infanzia e un'adolescenza particolarmente semplici, soprattutto perché conditi da un dubbio gusto per l'abbigliamento di Cobainiana memoria. La sua eccessiva magrezza è spesso stata confusa per anoressia (o forse c'è stato davvero anche qualche disturbo alimentare?) e la sua vita è stata segnata da un karaoke scovato in un sottoscala di casa. Insomma, c'erano tutti gli ingredienti per una classica mitologia americana da underground indie, invece Bradford se ne frega un po' di tutto e si concentra sui suoi esperimenti sull'Atlas Sound (il nome della marca che aveva prodotto il karaoke) che saranno la base della sua inclinazione musicale.
Comincia così l'avventura sonora di Cox, con i Deerhunter ancora lì da venire e un progetto solista già pensato e immaginato nella propria cameretta. Ma è con altri quattro amici, anche loro figli della stessa marginale Atlanta che si ficca in garage, calcando l'eterna storia di sogni del rock: suonare, incidere un disco, andare in tour per il mondo. Una storia che potrebbe essere stata scritta nel 1965 o nel 1980, e invece è del 2001. La formula di quel consesso di “cacciatori di cervi” è una mutevole variazione di garage-indie-pop con forti inserti shoegaze e qualche accenno d'ambient, un tocco che diverrà via via più importante nel corso della vicenda Deerhunter.
Il disco di debutto, omonimo o noto anche con il titolo di Turn It Up, Faggot, arriva quattro anni più tardi per la piccola Stickfigure. Le chitarre possenti fanno pensare a un misto di Dinosaur Jr. e Jesus & Mary Chain adagiato su una ritmica robotica, forse figlia di quel giocare di Cox con le macchine fin dalla più tenera età. Due sono i santini che si sentono pervadere molti anfratti di questi primi Deerhunter: uno è Mark E. Smith, l'altro il sound abrasivo anni '80 dei Gang of Four. Dopo la pubblicazione dell'esordio la leggenda entra davvero nel suo vivo. Pare che sia stata Karen O degli Yeah Yeah Yeahs a vedere dal vivo la band all'epoca e a descrivere il live set come “un'esperienza religiosa”. Scintilla d'amore musicale scaturita al primo impatto e il nome dei Deerhunter arriva alle orecchie giuste, facendoli andare in tour con i Liars e vedendosi spalancate le porte della Kranky.
Ma il periodo che separa l'episodio dall'uscita di Cryptograms nel 2007 non è facile per la band, che registra una parte del disco già nel 2005, con le session rovinate da problemi tecnici e psicologici (attacchi di panico compresi). La prima parte del disco viene quindi registrata nuovamente nello studio che li aveva ospitati per il primo disco e le cose sembrano andare meglio. Per la seconda metà entrano in studio qualche mese dopo e finalmente il disco viene alla luce all'inizio del 2007 e fa mostra di sé nei negozi di tutto il mondo. L'impatto sugli addetti ai lavori, soprattutto dall'altra parte dell'Atlantico, è molto positivo, nonostante la doppia registrazione abbia fatto dare alle stampe un disco non del tutto omogeneo e sostanzialmente diviso praticamente in due parti (essendo lo spartiacque Red Ink). Più garage e spigolosa la prima, sebbene aperta da una traccia intrisa di ambient, più melodica la seconda, che sembra raccontare un equilibrio cercato e finalmente trovato. Cryptograms non è in realtà quel gran capolavoro che ci voleva far credere Pitchfork, ma due cose sono innegabili. La prima è che Bradford Cox e soci sono una delle realtà più interessanti a emergere a metà del decennio, in quel periodo di post-tutto che sembra non trovare più quadrature del cerchio. I Deerhunter si sollevano sopra la media grazie a una capacità di creare atmosfere fuori dal comune, mandando a memoria la lezione di Ride e Slowdive, inbastardendola con il garage e la psichedelia, sporcandola di krautrock e aggiornando lo iato wave. La seconda è che nonostante tutte le ingenuità e qualche caduta, il disco fa pensare che quella dei Deerhunter sia una storia solo appena accennata.
E così è, a partire da un 2008 denso di buona musica firmata Bradford Cox. La prima tappa è l'esordio ufficiale del progetto Atlas Sound, quello iniziato sul piccolo apparecchio domestico per il karaoke. Let The Blind Lead Those Who Can See But Cannot Feel, definito ambient punk dal suo ideatore, è una summa pop fortemente sì screziata di ambient, ma dal sapore decisamente shoegaze. Rispetto alla band maggiore, qui Cox preferisce rallentare i ritmi e lasciare che la musica stessa trasogni in liquidi feedback, prendendo a prestito atmosfere da Sigur Rós e Postal Service, ma sempre riuscendo a conferire al tutto una connotazione poppeggiante. Ecco allora che i drone non allontanano i meno abituati a certe sonorità più underground, ma servono a introdurli a paesaggi sonori atmosferici capaci di far viaggiare lontano. O forse vicinissimo, dentro di sé.
Qualche mese più tardi arriva il secondo episodio adulto a sigla Deerhunter. In Microcastle le alchimie sonore della band sono messe a fuoco come mai prima di allora, in equilibrio delicato che sembra costantemente sull'orlo di scivolare verso la wave o l'ambient di krankyana fattura, ma riuscendo quasi sempre a mantenere la barra dritta per una dozzina di tracce che entrano in molte classifiche di fine anno. Rispetto al passato, l'attitudine pop ha vinto, regalando canzoni facilmente fruibili, infarciti di pastelli acidi e qualche tocco 4AD che letto in prospettiva sembra una premonizione. Il definitivo approdo a un pop più ampio è sancito dal singolo Never Stops, una sorta di aggiornamento 2.0 del Darklands dei fratelli William e Jim Reid, mentre nella titletrack fanno capolino echi surf da revival Sixties di fine duemila e non mancano gli irremovibili riferimenti a Ride e Slowdive. In Microcastle le citazioni ambient, psichedeliche, garage, wave, punk, post, kraut e quant'altro sono sostenute dalla felicità della vena compositiva di Cox e compagni che sembrano riuscire a interpretare un decennio di totale assenza di riferimenti definiti frullando tutto in una pietra filosofale dell'indie attuale che sa di miracoloso e ha il pregio di suonare personale in ogni sua incarnazione.
Quando nel 2009 dà alle stampe la seconda opera a nome Atlas Sound, oramai Bradford Cox è una stella del firmamento indie e i suoi Deerhunter sono pronti per un salto definitivo nell'empireo. La loro storia assomiglia a quella dei canadesi Arcade Fire, band di provincia che dall'indie sembrano in grado di approdare a palchi mainstream senza perdere in coerenza e personalità. Nel frattempo l'allampanato cross-dresser di Atlanta mette insieme un pungo di canzoni da nuggets-delia che vanno a comporre Logos: un lavoro retrò, raffinato e impalpabile come organza nera.
In un'intervista rilasciata a Pitchfork in quel periodo, Cox dichiara che laddove le canzoni del primo Atlas Sound erano essenzialmente una cosa da laptop e cameretta e “davvero introverse”, quelle finite su Logos sono invece frutto di collaborazioni e di una maggior apertura verso l'altro. L'atmosfera di condivisione si percepisce dalle ospitate, dal mezzo furto Panda Bear / Animal Collective di Walkabout a Laetitia Sadier che tinge di Stereolab una Quick Canal altrimenti interamente shoegaze, fino al violino di Sasha Vine dei Sian Alice Group in Attic Lights: Cox sembra quasi un vampiro, capace di succhiare ogni buona idea dall'ambiente che lo circonda, ma sempre restituendola in qualcosa che suona al cento per cento come suo. Il secondo disco solista di Cox segna anche il passaggio dalla Kranky alla 4AD, a completamento di un'evoluzione già parzialmente segnalatasi con Microcastle. Come scrivevamo all'epoca dell'uscita del disco, Cox preferisce addentrarsi in una forma impalpabile di pop, quasi una sublimazione di una memoria sonora collettiva che lo rende potenzialmente il demiurgo di una generazione di musicisti indie pop.
Il passo successivo, anch'esso uscito per 4AD è il recente Halcyon Digest, probabilmente l'album più matura a sigla Deerhunter, ma anche il disco più solido sotto il profilo delle canzoni tra quelli su cui Bradford Cox ha messo la firma. Più ancora che nel passato, però, è fondamentale l'apporto del sodale si sempre, quel Lockett Pundt che divide con Cox la stanza in tour, l'affitto, le scelte musicali e che con la sua chitarra elettrica ha determinato sin qui molte delle atmosfere dark e ambient di tutta vicenda musicale dell'amico. Si vedano le citazioni byrdsiane di Memory Boy o le reminiscenze di altri georgiani come i R.E.M. in Revival, ma anche la capacità di prendere un attacco tipicamente Arcade Fire e springsteeniano (Desire Lines) e trasformarlo progressivamente in qualcosa di diverso, personale e retro-modernista. Anche qui è innegabile l'amore di Cox per The Jesus & Mary Chain e per le loro terre oscure che pervadono tutte le composizioni come fossero uno spirito che dal passato continua a bussare alle porte dell'immaginario musicale dell'indie contemporaneo. Quando gli spazi si dilatano e si amplificano l'inclinazione 4AD del disco, esce anche tutto il potenziale dream pop della band.
La grande capacità di Cox e soci è far apparire tutto questo come semplice, naturale, quando in realtà si tratta del frutto di un percorso lungo, che ha le sue radici nella cameretta di Atlanta, ma che adesso ha i muscoli e lo spessore per essere lanciato non solo all'interno del ristretto mondo dell'indie, ma per conquistare anche palchi più visibili, come se il processo di maturazione della band sia stato quello della psicanalisi di un mondo per poi poterlo piegare alle proprie atmosfere e visioni.
Scheda: Deerhunter
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









