Radio Number One: “Buona sera. Abbiamo qui stasera Eb che ci parlerà degli AIR...”
[applausi registrati ndr.]
Eb: “innanzitutto un saluto a tutti gli ascoltatori di Radio Number 1! Sono contento di essere qui oggi, tuttavia...
...in questa giornata particolare, più che degli AIR, avrei voglia di parlare di montagna e di Gainsbourg. Posso?”
Radio Number One: “ehm....”
Provate a immaginare Deodat De Dolomieu nella sua prima escursione
in Val di Landro. Osservate con i suoi occhi: di fronte a voi le Tre
Cime di Lavaredo. Tre mastodontiche montagne. Tre blocchi di roccia
perfetti per un film di Morricone. Perfetti se non fossero coperti
dalla neve e dal ghiaccio. Perfetti se al posto del vento artico scorresse
quel pulviscolo color ocra.
Notte fonda.
Luna piena.
Ci troviamo dalle parti delle Dolomiti bellunesi, a decine di migliaia di chilometri dall’Arizona. Niente Cow-Boy, semmai da queste parti i romani percorrevano una via che prendeva il nome di Alemagna.
Disegnate i contorni dei tre obelischi: il più alto misura 2999 metri,
si trova nel centro, tra quello a est e a ovest, rispettivamente di 2857 e
2973 metri.
Proiettatevi nel paesaggio che s’adagia attorno a quei denti di roccia.
Il manto grigio è dipinto dalla rifrazione dei pallidi raggi, la vegetazione
si nasconde alla vista ma si odora perfettamente.
Il passato, il presente e il futuro sono dentro l’immutabilità di quei monoliti che sono la quintessenza di ciò che non è qui e non è ora. Di ciò che non ci appartiene perché – magari - appartiene alla storia, alla natura e con un po’ di immaginazione al cosmo intero, alla galassia, all’universo, a quel fantaqualcosa forse marziano, quasi pupazzesco, bloccato in un fotogramma congelato dalle nevi perenni.
Non è possibile immaginare una data storica quassù perché non c’è nulla di più irreale del famoso paesaggio dolomitico. Proprio come, se ci pensate, non c’è nulla di più digitale dello sfregamento delle zampe di una cicala … Eppure tutto ciò è naturalmente vicino a noi. Vicino ma lontano.
Eb: “La musica degli AIR ha a che fare
con questo immaginario.
Figuratevi la sagoma di Serge Gainsbourg sciare tra queste montagne, provate
a vederlo (solo con i vostri occhi) vestito come James Bond mentre posa gli
sci e indossa i mammouth di pelo bianco. Si prepara a bere uno spritz con Carol
Bouquet mentre Piero Umiliani osserva voierista sullo sfondo”
Radio Number One: “Ok, certo, ma.. non è che ora ci parli degli air, del loro nuovo lavoro?”
Eb: “Sìì, certo, ve ne parlerò, però ...ecco ...ascoltate: la colonna sonora di queste fotografie non può che esser smaltata da una sciolina di un certo tipo, l’unica in grado di dare quel tocco esotico/futuristico. Ma …”
...torniamo all’abbigliamento sciistico di quei settanta.
Esso è fortemente improntato sulla fantascienza, anzi rappresenta
un vero e proprio riadattamento di quei telefilm d’epoca, Spazio
1999 in primis.
Non è difficile immaginare lo stupore di chi per primo ha vissuto sulla
propria pelle l’esperienza delle Tre Cime: Deodat De Dolomieu nel ‘700
e soprattutto gli alpini antesignani dello sport di massa nella metà del
ventesimo secolo, che “sbarcavano” sulla neve nello stesso periodo
in cui i primi astronauti allunavano. Tutto deve esser parso così potentemente
lunare (ehm…), tutto così promettente per l’avvenire dell’umanità:
mentre gli astronauti conquistavano la luna, i comuni mortali iniziavano a
allenarsi sulle montagne, proto-superfici-lunari dove ci si abitua al paesaggio
del futuro…
Il futuro con i rifugi che, sì sì, sono di legno… Poi saranno
sicuramente in plexiglass. Anzi, lo sono già, con un po’ d’immaginazione. “Guarda
quello! Gli scarponi rosso fuoco e quella tuta azzurra che riflette la luce,
sembra quella di Spock!”.
Negli AIR c’è un recupero (consapevole o meno) di un’estetica
di cui oggi si sente il bisogno/nostalgia. C’è bisogno di futuro
insomma, forse in senso temporale, di un domani, ma per quello che ci interessa
di un “futurama”, di una voglia di fanta-qualcosa dai contorni
riconoscibili, dalla connotazione complessa ma dalla denotazione semplice,
afferrabile.
Quella prima e (soprattutto) dopo il 1969 è la FANTA che più la
gente ha amato e che le nuove generazioni ritornano ben volentieri a vedere
e a vivere daccapo. L’anno dello sbarco, la stagione dei lanci spaziali,
Ziggy polvere di stelle, gli appartamenti future ’70, l’oblò per
tutti, ground control to Major Tom, il 2001, quello di allora.
L’odissea nello spazio.
Radio Number One: “Oblò per tutti? Ma Eb sei qui per parlarci dell'ultimo album degli air non ti pare di essere andato troppo oltre? Siamo stretti coi tempi...”
[un gobbo si passa la gola con la mano da parte a parte ndr.]
Eb:“Ohhh Sì, certo. Certo che ve ne parlerò, però ...ecco giusto un'altro piccolo concetto...”
Tutto questo mondo s’imprimerà in musica nel sound di quelle macchine spaziali chiamate Moog, Korg, ARP, sigle enigmatiche che rappresentano i marchi dei sintetizzatori di quell’epoca, ingombranti aggeggi asserviti ai musicisti nell’era spaziale, quegli stessi arnesi cosmici che Jean Michel Jarre utilizzava nel suo Oxigene allo stesso modo del Moroder di From Here To Eternity e prima di tutti i Kraftwerk che amavano, tra le altre analogiche meraviglie, il Mini-Moog; ma di certo non dimentichiamo Piero Umiliani, l'elettronico compositore di colonne sonore che a queste suggestioni unirà l'ironia e il sensual voierismo. Questi splendidi armamentari, nei loro modelli d’epoca, tornano nei novanta a ripopolare gli interessi dei musicisti: Aphex Twin, Autechre e gli Stereolab saranno i primi a comprare nei negozi di usato inglesi queste macchine smesse.
A fronte di super portatili in grado d’emulare qualsiasi strumento, di chip iperveloci, il modernariato futurista propone il fascino delle manopole da girare, degli enormi bottoni retroilluminati da schiacciare; poche cose che tuttavia si possono “taroccare”, proprio come con i motorini a carburatore. Le macchine analogiche si possono aprire, smontare, rimontare e - con un po’ di pratica – personalizzare, proprio come ha fatto Richard D. James, musicista emblematico anzi in questo senso il più artisticamente significativo, specie nei suoi Ambient Works. Ma l'amore per l'analogico non si ferma alla bellezza ostica di quei lavori e di fatti è anche un trend che attraverserà, nella seconda metà dei novanta, i locali di tutta Europa, da Londra alla Notte Vidal bolognese.
Cicù cicù schhhhhhzzzzhzzhhzzzzhzz Break brrreark chmmmmhALEDETTA BANda LARGwiiiiscc RSCicù cic wiishAAnale Brekkkkkqanalessccchhhhhhh shhiul chshsckcanaliiihhhhh… plic
Radio Number One: “Scusateci, a causa di un piccolo problema di collegamento siamo costretti a fare ora un piccolo break pubblicitario.Consigli per gli acquisti...”
[l'inserimento di uno sconosciuto nella frquenza radio rende tutti un po' perplessi. A microfoni spenti interviene un ragazzo dal pubblico ndr.]
un ragazzo dal pubblico: “Scusa Eb, ma non vorrai mica mettere sul podio i due parigini accanto ai mostri sacri della sperimentazione elettro-digitale?”
Eb:“certo che no...”
Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel, due giovanotti del conservatorio di Parigi, da parte loro non saranno mai dei gran pasticcioni, piuttosto due esteti e sognatori dalla formazione culturale piuttosto ampia. Nei loro curriculum troviamo studi di matematica, architettura e pianoforte e, chi li conosce, sa che amano andare a zonzo per le vie parigine alla ricerca di vecchi aggeggi musicali.
Adorano Montmartre: un quartiere dall’atmosfera off e black’n’white,
proprio come nelle migliori tradizioni bohemien metropolitane, la zona dove
si trovano le maggiori concentrazioni di negozi di strumenti usati. È qui
che i due comprano vecchi Korg e Rhodes assieme a numerosi modelli di vocoder.
I distorsori vocali sono la loro seconda passione, un debole ereditato dai Daft Punk, autori di quel Homework (gennaio, 1997) che così pesantemente ha contribuito a ridefinire i confini della disco-house. Assieme al gruppo di Guy-Manuel De Homem-Christo e Thomas Bangalter, Nicolas e Jean non vogliono un recupero ortodosso nell’utilizzo dei vocoder dei settanta, all’approccio di un Moroder (che è comunque un’influenza), preferiscono lavorare su effetti dai timbri più smooth, levigando le asprezze e rendendo tutto più buffo.
Vecchi synth e vocoder costituiscono dunque l’ossatura della ragione
sociale “AIR”, una sigla che inizia ad essere operativa 1996, anno
nel quale esce per l’etichetta Britain’s Mo’ Wax il primo
maxi-single Modulor, a cui segue - stavolta per la francese Source
- Casanova 70 e Le Soleil Est Prés De Moi
Modulor Mix, il primo delle tre varianti, principia su una linea
di basso a cui si aggiungono progressivamente vari effetti synth e un controtempo
di batteria “steccata” sul bordo proprio come in un brano di Sade. Casanova ’70 segue
lo stesso canovaccio ma, al contrario della prima traccia, introduce suggestioni
da soundtrack, svelando l’amore del duo per Gainsbourg e Françoise
Hardy.
Space chill, colonne sonore francesi e italiane d’annata, sezioni ritmiche exotiche e fraseggi cristallini alla chitarra, formano l’estetica dei primi singoli che saranno poi contenuti nell’EP Premiers Symptomes, una collezione ancora priva di almeno un paio d’elementi, forse quelli che hanno contribuito maggiormente alla fortuna di Moon Safari.
Radio Number One: “Eccoci tornati in onda. Dove eravamo rimasti? ...”
Eb:“Non ricordo, però uiiiIIISSHH cicùUUUUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIcskcskrrrrrTRPTRTPgutpppppunF la bellezza oggi, i suoi canoni estetici,
uiiiIIISSHH cicùUUUUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIcskcskrrrrrTRPTRTPgutpppppunF non sono forse figli dei lineauiiiIIISSHH cicùUUUUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIcskcskrrrrrTRPTRTPgutpppppunF menti di Françoise uiiiIIISSHH cicùUUUUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIcskcskrrrrrTRPTRTPgutpppppunF Hardy ?”
frshhhiBREAK BReAK sul CaNaLE!
Cicù
uiiiIIISSHH cicùUUUUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIcskcskrrrrrTRPTRTPgutpppppunF
uiiiIIISSHH cicùUUUUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIcskcskrrrrrTRPTRTPgutpppppunF
BREAK SUL CANALE!
Oh.
Finalmente.
Mi sentite ora? Sì?
Niente.
Eh.
Che bel silenzio, ora. Che suono
pulito ha il non-rumore. Fa un po’ paura, lo so. É come stare al buio senza il tempo che
passa. Nel fall out nucleare. Wendersiano e watersiano.
Mi sentite? C’è nessuno là fuori?
Vabbè, faccio come i cronisti di guerra. Vado avanti, anche senza il
ritorno audio.
Mi inserisco nel flusso.
Un tempo si diceva: break sul canale. Non era
poi strano. Così i radioamatori invocavano porzioni di tempo/essenza nella frequenza
del CB. Onde elettromagnetiche, intangibili e immanenti, tanto più reali
e concrete alla luce di suoni, immagini, comunicazioni digitali, di questo
tutto-digitale che ci pervade.
Il che ci (ri)porta dritti agli Air, a quel “break sul canale” che
furono i primi singoli poi raccolti in Premiers Symptomes. Titolo non troppo
quotato né rinomato, però è il motivo per cui non potevo
starne fuori, quello che mi ha spinto ad intromettermi.
Premiers Symtomes. Una raccolta, certo, ma dalla invidiabile integrità.
Sette capitoli di un solo anelito, con un piccolo aiuto dai vecchi amici Etienne
De Crecy e Stéphane “Alf” Briat, colonne portanti dell’electro
francese. C’è in questo disco un suono dietro e dentro al suono, il respiro
nascosto nel modernariato sonoro. Perché la mania dei due francesini
per i vecchi cassettoni pieni di tasti, manopole e tastiere, va oltre il pernicioso
feticismo del collezionista (pur comprendendolo) e innesca una recherce del
tempo e dell’uomo perduto.
Perché il passaggio alle infinite possibilità del suono sintetico
digitale - che a ben vedere solo oggi iniziano ad essere seriamente esplorate
e “riumanizzate” – non è stato né gratis né indolore:
ci è costato esattamente quello che prometteva, una lunga, coinvolgente,
forse irreversibile astrazione. Riavvolgere il nastro dunque, annusare le tracce nelle frequenze e sequenze,
nelle vibrazioni, nei tremolii, nel respiro elettrico dei circuiti elettronici.
Viaggio infinitesimale ma indelebile in un labirinto di condensatori e filtri
e connessioni, tra saldature come lacrime d’argento disseminate sul “wafer”,
negli odori e consistenze delle plastiche, per il tempo concessoci da un’effervescenza
sensuale. Al di là dei rimbombi estetici che pervade Premiers Symptomes – languori
french-pop, le insidiose levità delle soundtrack anni sessanta, soul
con più o meno vaghe ascendenze funky, levitazioni psych & trascendenze
che sfiorano le intuizioni floydiane ammiccando le sintassi del kraut – il
vero e inestimabile valore di questa raccolta sta nel residuo fisso che accompagna
il suono in ogni suo manifestarsi..
Il caleidoscopio acido di Brakes On (tra i Pretty Things e i Floyd con un riff di moog devastante), i suadenti cascami psych-soul di Modular Mix, le setose fatamorgane cosmic-pop di Le Soleil Est Pres De Moi: questi forse gli apici della trama, umana come è umana e concreta la sostanza elettrochimica di un sogno. Non è altro che un’emozione accessoria, di rinterzo. A ben altro ambivano Godin e Dunckel e lo dimostreranno più avanti, a caccia di spiriti pop technicolor e futurismo ansioso sulla pelle della luna. Ma è a quei primi sintomi - a quel break sul canale in diretta dall’ignoto, all’evidenza tangibile del manufatto, voce superstite dal buio di frequenze apolidi – che ritorno. A cui devo tornare.
Passo.
Il tratto femminile è una delle componenti fondanti del telaio
sonoro degli AIR, un elemento che non si evince soltanto dalla presenza
di cantanti particolarmente sinuose come Beth Hirsh ma
pervade in senso lato tutte le soluzioni dell’arrangiamento.
Il sound che i synth e gli organetti intessono, oscilla infatti tra
un mood da latin lover démodé e una colonna sonora b-movie
nostrana - non è gay, come molti macho anglosassoni possono
aver pensato e nemmeno gaia – è, al tempo, sensuale,
come ogni buon amante dovrebbe essere, e sottilmente ironico in quanto
indirettamente ingenuo. Il vedo-non-vedo in Casanova ’70 e
in La Femme D'Argent (brano d’apertura del safari lunare) è tutto
questo, anticipa il revival thrash e chic che farà la fortuna
di certa late night television e di alcuni locali londinesi, che per
un periodo si specializzarono in lounge soundtrack dai sapori tecnicolor. Ma non è tutto qui. A caratterizzare il primo long playing di Godin
e Dunckel giocherà soprattutto un feeling giocoso e infantile che rimanda
diritto all’unico elemento di cui ancora non si è fatta menzione:
il pupazzo/cartoon.
È in realtà un gorilla di peluche, che indossa una maglietta con la scritta “I Love Moon”, a trasporre in immagini il sound di Moon Safari. Il videoclip in questione è Sexy Boy, il più famoso della band, nonché quello che ha goduto della maggiore heavy rotation ad MTV. A fargli il paio l’uso buffo dei vocoder in Remember e il moog di Kelly Watch The Stars che pare sia stata ispirata dalle Charlie’s Angels. Anche quest’ultimo brano gioisce di un video all’altezza della situazione: Nicolas e Jean giocano a pong, il primo videogioco in assoluto e muovono, in un’altra sala, due giocatrici di ping pong (vere) dai folti capelli anni ’70. Quando una delle due sarà colpita dalla pallina, il regista e amico Mike Mills si sbizzarrirà nella rappresentazione di allucinazioni dalle tinte chic. Gli elementi sopraccitati, ancora una volta, si rintracciano tutti, confezionati per giunta nel più accattivante dei modi: la tecnologia retrò che affascina, la femminilità che ammalia, il viaggio spaziale ludico, tutti fattori che fanno di Moon Safari non un album perfetto, ma un ingenuo e fascinosissimo giocattolo.
Radio Number One: “Pare che i problemi elettromagnetici non siano finiti cmq, Eb, abbiamo trovato su interent un tua recensione sul secondo lavoro degli Air e la leggiamo al pubblico se non hai nulla in contrario...”
Due anni dopo il fortunatissimo esordio, gli Air ritornano in occasione
di una colonna sonora. Il lungometraggio in questione è “Il
giardino delle vergini suicide”, a commissionare il lavoro è la
giovane cineasta Sophia Coppola, figlia del famoso
Francis Ford.
A JB e Nicolas viene chiesto di adattare il talento naturale nel dipingere
la femminilità a una tela sonora particolarmente intricata. Se prima
i colori potevano essere quelli cosmetici dell’acrilico ora è inevitabile
l’uso del pastello, se in passato il tratto era quello sagomato del fumetto
adesso è inevitabilmente quello sottile di un Mirò. La trama
del film in questione è di fatti delle più macabre e morbose:
tratta della vicenda di cinque sorelle adolescenti nel Michigan degli anni ’70
unite da un legame che le condurrà a un’inevitabile suicidio di
gruppo.
Per il duo, abituato a sentire la sensualità e la leggerezza, esprimere
in musica il disagio celato dietro ad un apparente giovialità adolescenziale
rappresenta un’autentica sfida e superare questa prova significa essere
in grado di spostare l’occhio della telecamera sul versante oscuro della
luna, vedere l’oggetto da più angolazioni e quindi scorgere gradi
maggiori di Verità.
Proprio come in Moon Safari, gli arrangiamenti e
le suggestioni stringono le fila attorno agli anni ’70, tuttavia i cambiamenti
sono sostanziali: il moog s’incespica inseguendo il passo lento dei fantasmi,
le chitarre calcano languide l’accorato omaggio alla psichedelia floydiana
(Green Is The Color e The Great Gig In The Sky da Dark
Side Of The Moon) mentre i violini s’inseriscono come tiepide
elegie.
Se Empty House, sfuggendo alla morsa del marmo, concede qualcosa al
Morricone drammatico, e Dead Bodies è debitore della garza
wrightiana, il resto è popolato da leggiadri olezzi di morte più o
meno riusciti con un brano come Playground love a costituire la scritta
all’ingresso del cimitero.
Virgin Suicides è un album incerto e senza
trovate originali, comunque sia la ballata appena sopraccitata costituisce
lo stato dell’arte della forma canzone dei ragazzi di Versailles.
In questo brano quel senso di tragica e inevitabile dipartita s’innesta
nel ventre della trama coppoliana facendola vibrare in aria tra colori
e profumi, una dimensione onirica dove la nostalgia retrò si mescola
allo spleen adolescenziale di sempre.
Il calore del sax da una parte, la spettralità dei violini dall’altra,
la sensuale melodia in mezzo: il tutto in perfetto equilibrio, trasposizione
musicale di quella leggerezza tutta femminile capace di lasciare un ragazzo
privo di barriere razionali.
Uuu iiiii Sss hhh cicù hhh cicù brrrushhhhhhbrrrEEAK!
BREAK!
B R E A K S U L C A N A L E
Di nuovo. Mi inserisco.
Stavolta è stato più facile. Magari l’etere si sta affezionando, che dite?
Magari fra un po’ mi stende un tappeto e mi offre da bere.
Vabbè. Siamo seri.
Si parlava di The Virgin Suicides. Album “senza grosse trovate”, eh? Perfetto. Perfettamente d’accordo.
Penso infatti che gli Air non cercassero nulla, cioè che non dovessero
farlo. Perché loro stessi erano stati trovati. Dal languore malsano
di Sophia Coppola, ragazza degna - e non succube - del padre. Di The Virgin Suicides i due francesi dovevano cogliere il petalo della leggerezza,
malgrado fosse un fiore mortale. La loro visione sonora si rivelerà adattissima,
perché da sempre resoconto di morte, di (tra)passato, reduce senza futuro
con gli occhi piantati in un presente ipercinetico ma immobile.
Playground Love è davvero in questo senso la loro ballata definitiva, dopodiché un diluvio di visioni Floyd agonizzanti, albume nero a precipizio da un cielo dissanguato di profondità, puro fondale pop-art terribilmente bidimensionale.
Un sogno che muore del proprio stesso sognarsi, ben prima che sia mattino. Ma dolcemente, come se tutto fosse già avvenuto. Ed è proprio così, già avvenuto perché esteticamente desueto. Ogni plateau ascendente di moog è il fantasma di se stesso, così come il canto indolente, il drumming compresso ed il sax languido.
Highschool Lover cita nel riff di piano The Great Gig In The Sky con una fedeltà artificiosa da fotografia tombale, mentre Suicide Underground in chiusura è il liquido amniotico alterato in cui cova un futurismo onirico e beffardo, la vera e propria apocalissi da camera di How Does It Make You Feel, con cui si aprirà il catastrofico vagabondare di 10000 Hertz. Passo.
Radio Number One: “Dunque se ho capito bene l'album non ti è piaciuto un granché...”
[l'inserimento di uno sconosciuto nella frquenza radio rende tutti un po' perplessi. A microfoni spenti interviene un ragazzo dal pubblico ndr.]
un altro ragazzo dal pubblico: “Eb, ma che c'entra Mirò con la musica degli Air? ”
Eb:“La chiave di tutto è la chirurgìa. Tutto si può sezionare: con un tratto più o meno sottile. Infatti...”
Spinti da un desiderio impellente di scrollarsi di dosso clichè sedimentati
anzitempo e dalla voglia di reinventarsi continuamente attraverso
l’assorbimento di nuovi input, i due ragazzi di Versailles,
entrano nel 2001 in un laboratorio attrezzato delle più moderne
tecnologie e iniziano a iniettare fluidi nel corpo esanime della Virgin
Suicide di coppoliana memoria.
È trascorso meno di un anno e alla defunta vengono somministrate pletore
di sostanze, alcune artificiali altre omeopatiche, senza apparente soluzione
di continuità.
Si iniettano narcotici, clorexidina, proteine, micropunte d’acido, peiote
e creatina, tutto entra a far parte di un esperimento che i più informati
riconducono a alcuni turpi teoremi matematici.
Il corpo della sventurata sembra risorgere in un primo momento, ma ripiomba
nel più irreversibile dei sonni in un secondo davanti allo stupore di
due medici che non si rendono conto se hanno sognato o se l’operazione è avvenuta
veramente. Comunque sia, sogno o no, vari errori sono stati commessi e se sembrava
che le cose potessero funzionare, le evidenze di un accanimento terapeutico
erano percepibili ai più avveduti fin dal principio.
Electronic Performers, che riprende il canovaccio di chitarra
pinkfloydiano in continuum con The Virgin Suicides,
introduce un discutibilissimo frasario passato apparentemente sotto un
bisturi-vocoder che per la verità (a nostro avviso) è il
becero programmino vocale dell’Amiga 500 utilizzato
poco più indietro e più coerentemente dai Radiohead di Ok
Computer e qui scimmiottato malamente. Le declamazioni, da
parte loro, nel cercare una maturità lisergico-tragica, hanno ben
poco di suggestivo - “we are electronic performers, we are electronics” -
e denotano ingenuità.
Ci vuole pochissimo per superare il confine che separa la leggerezza e il buon
gusto con la ruffianeria e la stucchevolezza. Radio Number One da
una parte ridesta gli animi facendo pompare di nuovo il cuore della fanciulla
ma dall’altra porta con sé la sensazione di un bacio frullatore.
Nulla può la canzone successiva, la ballata di un cowboy lunare d’eccezione
(Beck Hansen) peggiora le sorti della giovane che è in
preda alle convulsioni, con il corpo comincia a tremare e l’occhio a
ribaltarsi.
Radian, tenta i famosi cc di meta-fouradina: il trattamento dura
sette minuti nei quali la paziente si distende e, probabilmente, inizia
a sognare di una donna ricoperta d’argento e di un campo da ping
pong.
Accade ben poco e, se non altro, non abbastanza, per rapprendere una vita che
in questo momento desidera soltanto di evadere da se stessa e di lasciarsi
dolcemente all’oblio.
I dottori si guardano negli occhi e, scorgendo l’occhio languido della
ragazza, si lasciano andare ad alcune dichiarazioni. Una frase completata assieme
li rende perplessi: come se fosse arrivata da una terza persona, oppure sentita
in dormiveglia sul sofà davanti alla tv: “costei è fortunata,
fortunata ma infelice, come se sapesse che nessuno la può raggiungere …e,
da quel luogo, non c’è apparentemente via d’uscita”.
Presto. Un’iniezione! Sex born poison: movimenti improvvisi,
angeli, angoscia, ancora superfici bagnate dal calor bianco lunare ma nulla… nulla
sembra migliorare la situazione. Nulla tranne una canzone pop alla radio proveniente
da un’altra stanza che, per un errore imperdonabile, era rimasta aperta. È un
gioco di parole quello del ritornello, un passatempo talmente benefico che
la fanciulla riapre gli occhi: non ha ancora coscienza di quel che sta succedendo,
ma sente il fluido musicale e se ne nutre, in apparenza, passivamente.
“Se la strada è quella del risveglio (o è una resurrezione?),
bisogna accelerare il processo”, pensano gli ansiosi e sicuri medici “occorre
che la paziente riprenda conoscenza, altrimenti rischiamo …”.
Don’t be light: cavalcata di farmaci, di chimiche mefitiche,
di medicine scadute… Non rimane che arrendersi: il coma è sopraggiunto
inesorabile freddando ogni speranza …e questa volta a un livello
più profondo, biologico.
Radio Number One: “Ehm grazie Eb per il tuo intervento (anche se la prossima volta chiamiamo Maurizio Marino và ...che almeno.) Ah ecco, siamo collegati con SS che ha pronto un piccolo riassunto critico di City Reading, il più discusso dei lavori degli AIR. Dicci Stefano... ”
10.000 Hz Legend non è stato un grande album ma neanche
fatica sprecata: i landscape morriconiani di un brano come Wonder
milky bitch entusiasmano lo scrittore Alessandro Baricco che decide
di volare a Parigi e incontrare JB e Nicolas proponendo loro di
musicare alcuni passi del libro City. Nasce così questo discusso
album: più parlato che suonato, esperienza che avrebbe dovuto
rimanere teatrale e che invece incontra il circuito musicale.
La critica internazionale rimane perplessa evidenziando l’incapacità degli ascoltatori stranieri di comprendere fluentemente l’Italiano, ciò nonostante, superato l’ostacolo, l’opera si “legge” bene e la chiave narrativa al ralenti possiede un fascino discreto. Le tre storie western procedono oniriche, tra visioni carnali e dolci distese amniotiche con gli AIR fermi a tender le orecchie e aggiungere qualche pennellata sonora.
Radio Number One: “Grazie Sté. Almeno tu un po' chiarezza! Ma, ok, concludiamo. Eb, allora, questo Talkie Walkie...”
Talkie Walkie. Nel frattempo, nel mondo parallelo, si parla di filosofia…
Tornati a casa dalla sala operatoria, i due medici francesi vengono
assaliti da sensi di colpa così assillanti che il dolore
diventa fisico, si somatizza sottopelle facendo andare in cortocircuito
ogni checkup. Non sono neanche le tre. Uno dei due telefona all’altro
e, poco dopo, inizia una lunga conversazione sulla vita, sul rapporto
tra bios e logos. Emerge che l’umano essere si basa sull’amore,
e che l’amore è fiducia nell’altro dei suoi
tempi e modi. Torturare quella povera ragazza è stata una
violenza, un tentare di salvare i vivi da se stessi.
Alle prime luci dell’alba, i due amici in camice bianco ritornano in
quella sala: la ragazza non è più morta: non è qui …ma
ciò non significa che non sia in nessun luogo.
Può la matematica spiegare la vita? Forse sì, esclama il biondo con la faccia da Boris Becker. D’altronde anche un componimento musicale è fatto di regole che si possono ricondurre a numeri, e se non a interi a frazioni, e se non a frazioni a dintorni di qualcosa. L’uomo ha inventato la matematica per migliorare il suo rapporto con le cose e pure l’arte può rientrare in questo discorso…
Radio Number One: “Vabbé Eb ce lo siamo giocati... Ho qui una recensione di Massimo Padalino, la leggo spernado che almeno lui...”
Tornano quei mattacchioni transalpini di Nicolas Godin e Jean Benoit Dunckel. L’uno architetto, l’altro laureato in discipline musicali. Entrambi al comando, talvolta saldo, tal altra meno, dei loro Air. Se almeno Moon Safari rimane, assieme al precedente Premiers Symptomes, il "classico" della premiata ditta, ossia un’opera che si dà una volta per tutte o tutte per una (come preferite), il nuovo Talkie Walkie conferma pregi e difetti dell’ormai nota ricetta musicale.
Punti di forza: suoni accattivati, ammalianti, levigati, curatissimi, piacioni, lavoro di produzione sublime, qualità d’arrangiatori (e conoscitori delle "grammatiche" synth anni ’80) superlative. Difetti: non sempre queste qualità sono al servizio di doti scrittorie all’altezza. Anzi, a volte capita semmai il contrario: coprono, proprio come la maionese su certi piatti non propriamente riusciti, certe carenze invisibili del songwriting.
Esemplare di questa loro strategia sonora è Venus;
bella, bellissima canzone su tempi lenti, sexy e suadente, ma costruita
su pochissimo, quattro giri di piano e due di synth, tolti i quali
non rimane granchè. Suonata semplicemente su d’una
pianola domestica non ne resterebbe che un consunto scheletro di
canzonetta ‘poppy’.
Elogi e lodi quindi, come si diceva, alle abilità in sede di produzione. Meno convincente il materiale in sé. Steso discorso vale per Cherry Blossom Girl (coretti femminili europop, chitarra acustica arpeggiante, effetti eco, schegge d’elettronica sparse, un flautino a disegnare sottile i suoi movimenti aerei), Run (noir spoken song), Universal Traveller (identico discorso), Mike Mills (stupenda, con i giri di tastiera ‘barocchi’ tramutati poi in ‘minimalisti’… Dunkel ci ha messo la sua conoscenza della musica classica) e ancora Surfin’ On A Rock (capolavoro del disco: lieve eurodisco con tanto di effetti slide sintetici a lascir spazio, fra mille invenzioni ‘microbiche’ d’arrangiamento, ad una melodia soffice) piuttosto che Alpha Beta Gaga (stampata su un’invenzione ritmica concitata).
Ogni brano è un piccolo concentrato di trovate multicolori
sì, ma dalle tinte tenui. Tanta ricchezza negli arrangiamenti,
infatti, mai prevarica l’ascolto. L’amalgama voluto è sempre
al servizio della leggerezza, della levità. Rimane il punto
che spesso il duo si compiaccia d’assegnare un posto in podio
alle proprie abilità "enciclopediche" d’arrangiatori,
tralasciando (ma chi se ne accorgerà mai? Le canzoni sono
così "perfette", "accattivanti"…)
di perfezionarsi nell’arte del comporre in suoni, piuttosto
che di "comporre suoni". Sia come sia, qui c’è della
ciccia. (7.0/10)
Radio Number One: “Vabbé Eb... Per stasera è tutto. Alla settimana prossima!”
KAERB LUS ELANAC !
È l’ultima intromissione, promesso.
Del resto, non potevo esimermi, visto il titolo.
Talkie Walkie: boutade insidiosa ma innocua, anzi innocua e insidiosa.
Talkie Walkie: inverti i fattori e non cambia nulla, ma nulla è uguale.
Eb:“è stato un piacere... ma,
hey cos'è sta voce?”
Talkie Walkie: una leggerezza obliqua e svagata, le ritmiche minimali, elementari,
l’interazione vaporosa di chitarre e synth, quei cori di madreperla.
Quelle escursioni di flauto (nella suadente Cherry Blossom Girl), pseudo-spinetta
(Another Day), il banjo improvviso (Alpha Beta Gaga, Biological),
il piano trepidante (nel synth-folk strumentale Mike Mills): tutto
questo più un’accurata promozione ne farà un successo,
ne sono praticamente certo.
Ciò nondimeno, mi sembra un album d’arredo, scenografia senza
sceneggiatura. Una sapiente, meticolosa ambientazione oleografica, carica di
segni complessi ma superficiali come un catalogo Ikea.
Per quanto abilissimi a rigenerare le suggestioni degli esordi opportunamente
criogenizzate (vedi come in Run il loop della voce diventi algoritmo alieno,
quasi una versione chill out dei Kraftwerk), di aprire al pop sintetico con
grazia adesiva (Surfing On A Rocket) e spudorate commistioni (il fischietto
stupidello di Alpha Beta Gaga tra panneggi prog, espedienti techno, banjo country
e alterità kraute), a questi Air manca la combustione nascosta di un’intuizione
inedita, la forza antigravitazionale, il liquido amniotico che nutre l’anima.
La qual cosa, sia detto per inciso, porta a compimento un processo già in fieri nell’ipercelebrato Moon Safari e proseguito nel controverso pastiche techno-folk-ambient di 10,000Hz (tolte un paio di fascinose canzoni). Per infine approdare a questa scintillante immobilità, a questo schema caleidoscopico di espedienti in sospensione, di insidie disinnescate, così avvolgente e così poco coinvolgente, essenziale, inappellabile, definitivo format Air.
Ormai non resta loro altro da fare che imitarsi al meglio, consapevoli che
nessuno è in grado di farlo altrettanto bene. Al punto che viene voglia
di crederci, di lasciarsi cullare. Se solo le melodie fossero state sorrette
da migliori intuizioni (come nel techno-hip hop di Universal Traveller,
che pure azzecca il mood giusto, o come nella didascalica Venus con quegli
orribili corettini tardo Pumpkins), se solo Alone In Kyoto non
sembrasse il bignamino Sakamoto che sembra, o Biological non
riponesse eccessiva fiducia in quella narcosi di chorus.
Disco splendidamente inane. Da godere per un po' e dimenticare.
Passo.
E chiudo.
cshhhh hhhhhhhhh hh hhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhh sccccfffcc
sccsxccsccss hhhh"cshhhh
hhhhhhhhhhhh hhh sccccfffccsccsxccsccss hh"cshhhhhhhhhhh
hhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"ccsccccfffccsccsxccsccss
cshhhh hhhhhhhhh hh hhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhh sccccfffcc
sccsxccsccss hhhh"cshhhh
hhhhhhhhhhhh hhh sccccfffccsccsxccsccss hh"cshhhhhhhhhhh
hhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"ccsccccfffccsccsxccsccss shhhhhh
hhhhhhhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"sccccfffccsccsxccsccss cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" shhhhhh
hhhhhhhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"sccccfffccsccsxccsccss cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"
shhhhhhhh hhhhhhhhhhhhh"sccccfffccsccsxccsccss sccccfffccsccsxccsccss
cshhhhhhh hhhhhhhhhhhhhh" cshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"sccccfffccsccsxccsccss
Scheda: Air
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









