“In Cina non c’è un mercato di musica indipendente”. È questo un ritornello che ci si ritrova a sentire spesso nei circuiti musicali dell’underground pechinese. È un problema di band di qualità, in una scena musicale ancora molto giovane. E di pubblico, in una società che ha ancora altre priorità rispetto alla musica alternativa. Ma anche di acquisto: pirateria e produzione a basso costo sono due problemi storici dello sviluppo di un’industria professionale made in China. Per l’esistenza di un mercato musicale indipendente non basta un numero di band o di festival musicali costantemente in crescita; un mercato gira intorno al coordinamento di diversi soggetti fino a legare chi fa la musica a chi la ascolta. Dalla produzione alla promozione, dal negoziante all’acquirente.
Riflettere sull’argomento con gli addetti ai lavori cinesi spinge a due conclusioni su tutte. Primo: la confusione di un ambiente in cui mancano figure professionali specializzate, mezzi economici, distinzioni nette e chiarezza legale. Secondo: la confusione di una moltitudine di percorsi individuali uniti dall’amore per la musica ma sostanzialmente privi di coordinamento e pianificazione. Come dire: non esiste un mercato indie, ma c’è un sacco di musica alternativa, che piaccia o meno, di qualità o prodotta in casa, ma pur sempre indipendente. Questa musica esce dalle sale prove, arriva nei locali, sui palchi dei festival e anche su compact disc e sui (pochissimi) siti o riviste specializzati; sempre grazie a individui che spesso senza alcuna esperienza ma con una gran voglia di fare mandano avanti una macchina, in equilibrio tra passione e carenze di mezzi, con la prima a compensare la seconda.
Non è un caso che qui in Cina ci sia una consapevolezza molto minore - rispetto alla nostra Italia - della distinzione tra mercato delle major e mercato indie. Perché qui di distinzione ne fanno un’altra: tra industria discografica (con un mercato esistente, grandi somme a disposizione, grande utenza e poca creatività) e musica underground (senza un vero mercato, con pochi finanziamenti e molta creatività). In mezzo, c’è qualcosa di diverso, con una forma ancora approssimativa ma che ci ricorda la scena delle indie-label americane.
Sarà per invidia o per ignoranza, sarà per quel vecchio e irrisolvibile conflitto tra il vendersi e la fedeltà alla linea, ma negli ambienti maggiormente alternativi non si fa che un gran parlare di nomi come la Modern Sky Records, la regina delle indie-label targate Cina.
Fondata nel 1997, la Modern Sky ha fatto da madrina a nomi molto caldi della scena nazionale alternativa, come Re-TROS, New Pants e PK-14, con un catalogo che oggi si avvicina alle 100 pubblicazioni dall’inizio delle attività. Emerso come nucleo originario, oggi quello musicale è solo uno dei tanti settori in cui opera l’impresa madre, la Modern Sky Entertainment, con specializzazioni che vanno, tra l’altro, dal campo letterario a quello cinematografico e al design. Musicalmente parlando, esiste persino una divisione dell’azienda, la M2, che si impegna nella gestione dell’immagine delle band.
I festival patrocinati dalla Modern Sky sono tra i più popolari in Cina. Negli ultimi anni gli appuntamenti live del Modern Sky Festival e dello Strawberry Music Festival sono riusciti a guadagnarsi la partecipazione di artisti di calibro internazionale, come Xiu Xiu e International Noise Conspiracy. La sezione discografica della Modern Sky Entertainment è radicata sul territorio, con tre sotto-etichette specializzate divise per generi (rock-underground, world music ed elettronica) e agganci sempre più saldi con l’occidente, si veda la partnership con la multinazionale EMI e la licenza per la distribuzione di gruppi importanti come Radiohead, Mogwai, Bauhaus ed Echo & the Bunnymen.
All’interno del panorama discografico indie esistono anche altri modelli di successo, come quello della Pilot Records, attiva nell’organizzazione di concerti di caratura internazionale (Peaches e The Secret Machines, giusto per citare i due eventi più recenti) e produttrice di gruppi cinesi con un buon seguito (AK-47 e Ziyo). O come la 13 Month, fortemente legata alla promozione della cultura live in Cina e allo sviluppo della scena folk-rock cinese. È con quest’ultima che incide Xie Tianxiao, la figura forse più rappresentativa del rock cinese dell’ultimo decennio.
Realtà ben avviate come quella della Modern Sky Records, della Pilot Records e della 13 Month restano però una stretta minoranza nella scena musicale alternativa cinese, che è tuttora molto legata all’iniziativa dei singoli e frammentata in un mosaico di collettivi poco allineati all’industria musicale. In questo quadro, Pechino mantiene tradizionalmente il ruolo di centro gravitazionale, cuore culturale di una Cina divisa tra l’affarismo delle città costiere e le metropoli industriali nell’entroterra.
La storia di Wang Xiao è a suo modo molto lineare. Il punto di partenza della sua esperienza è stato un sito internet, aperto nel 1997, quando il web cinese ancora non era il mezzo di supporto principale per la promozione. E da una passione per l’heavy metal condivisa in una scena musicale allora ristrettissima, dove i principali soggetti si conoscevano tutti. Solo due anni dopo, Wang Xiao era già coinvolto nella pubblicazione di un paio di riviste specializzate. Poi per lui l’arrivo a Pechino e un progetto discografico che prende piede tra il 2003 e il 2004 con la nascita dell’etichetta metal Areadeath. Per risparmiare si cercano tutti gli espedienti possibili e così promozione gratuita e richieste morigerate da parte dei gruppi che entrano nel progetto permettono di dare respiro all’investimento iniziale. La strategia è quella di produrre (a basso costo) in Cina e rivendere all’estero, in un mercato già sviluppato.
L’esperienza della Miniless ricorda invece la storia di una vera e propria etichetta di culto. Fondata nel 2006 da Yang Chang, Han Han e Li Xiaoliang, la label è tra le poche concentrate sulla scena musicale del Sud-Est della Cina, Shanghai e dintorni. Quando gli chiediamo di “promozione” e di “obiettivi”, Han Han storce il naso e preferisce parlare di “diffusione” e “percorso”. Per lui l’esigenza principale non è la vendita o l’affermazione della Miniless nel mercato musicale in quanto azienda. Le cinque persone che collaborano oggi con l’etichetta hanno tutte un altro lavoro e l’impegno che spendono nella musica è quello di “scoprire nuove realtà di valore per dare loro una voce”. Una piattaforma dove ognuno mette quello che ha, al servizio della creazione artistica musicale.
Del resto Han Han viene da Hefei, uno dei tantissimi centri urbani cinesi con una popolazione di milioni di abitanti ma completamente priva di qualsiasi spessore culturale. La sua idea di etichetta discografica parte da un’esperienza di condivisione. Tra persone legate a progetti musicali affini e unite nel volere che questo suono sia cinese, perché troppi gruppi della scena cinese degli anni ’80-’90 sono finiti su un palco solo per le loro qualità di poser, per essere delle mere imitazioni di rockstar straniere. Le band che operano nella Miniless variano nello stile, dal noise allo shoegaze, dal post-rock all’elettronica, ma condividono lo stesso approccio alla musica, basato su un certo tasso di preparazione tecnica e su un atteggiamento live teso e nervoso (piuttosto che sfrontato, come era invece per i colleghi dei decenni precedenti).
Ci sono poi esperienze ancora più ristrette, veri e propri collettivi autonomi completamente staccati dal mercato. È il caso della Nojiji, etichetta attiva dal 2004 in uno dei tanti distretti dell’immensa periferia pechinese, un riferimento attivo per i musicisti “delocalizzati” di una metropoli delle dimensioni di Pechino. Il collettivo prescinde da ogni considerazione economico-commerciale e si basa sull’auto-finanziamento, a supporto di un’attività creativa diversificata tra letteratura, musica, cinema, eventi. Fulcro del progetto è un concetto di cultura underground che muove dalla cultura beat americana fino a congiungersi con la filosofia buddhista cinese. Lo scenario abituale è quello dello “Small Buddha’s Saying Club”, spazio dove convergono le iniziative principali, ma il nome dell’etichetta ricorre anche in occasione di performance in spazi alternativi e di esibizioni estemporanee, il tutto all’insegna di un sound noise-sperimentale sporcato da segnali elettronici.
Progetti come quelli della Areadeath, della Miniless e della Nojiji non mirano ad investimenti di successo, ma sono dettati da ideali che devono far fronte a carenze basilari, su tutte quella di investimenti e di figure tecnico-professionali. La mancanza di soldi ostacola lo sviluppo di una scena musicale di valore e a risentirne è soprattutto la qualità del suono, limitata dalla sostanziale assenza di figure non solo provviste di competenze tecniche e di esperienza, ma anche in grado di consigliare le band sul suono da adottare.
Un’altra sfida con cui confrontarsi è quella della vita breve delle band. Un processo tipo è quello che vede sciogliersi un gruppo subito dopo il periodo universitario per far fronte alla realtà lavorativa, che può portare un ragazzo anche a migliaia di chilometri di distanza dalla città di origine. La mancanza di continuità nei progetti può limitare la volontà di un produttore di investire sulla musica cinese ed indirizzarlo verso il mercato straniero. Tutto ciò costringe un’etichetta a vivere in continua trasformazione. Spesso persino quello delle tournée diviene un impegno organizzativo troppo complesso in un paese come la Cina, dove, oltre alla mancanza di locali in cui esibirsi, gli spostamenti risultano assai difficoltosi per via delle grandi distanze.
A questi problemi si aggiungono quelli con cui l’industria discografica è costretta a confrontarsi su scala mondiale: crisi del mercato, download, Internet. La maggioranza delle label underground è stata fondata nell’ultimo decennio da giovani cinesi cresciuti nell’era di Internet. Il che porta ad una comprensione generalizzata del meccanismo dello sharing musicale. La vendita online è allora il modo più comune per fronteggiare la crisi, eliminando la maggior parte dei costi, mentre si tende a diversificare le attività e ridurre la produzione di cd.
Ma anche in questo caso il mercato cinese è molto particolare. Il costo di un cd si aggira mediamente sui 3-4 euro a copia, essendo registrato a costi bassissimi e con una produzione scadente. L’andamento dei prezzi si è stabilizzato negli anni ’80 con l’arrivo di materiale discografico di scarto uscito dai circuiti internazionali e reintrodotto a prezzi molto bassi in quello cinese. Da allora fino ai giorni nostri gran parte della produzione musicale occidentale è rimasta su prezzi bassissimi per il diffondersi della pirateria. Il che oggi limita quei produttori cinesi che vorrebbero migliorare la qualità delle registrazioni nella musica indipendente, ma che si troverebbero a non operare più nei prezzi di mercato.
Oltretutto il pubblico “alternativo” cinese per definizione non è orientato all’acquisto di cd: né di band straniere, estranee all’esperienza culturale cinese, né di quelle nazionali, ampiamente scaricabili dalla rete. Neppure le esibizioni live riescono ad invertire la tendenza, perché spesso le livehouse richiamano gente in cerca di un semplice svago e di nuovi trend sociali piuttosto che di buona musica.
Ce ne sarebbe abbastanza per interrogarsi su come, nonostante tutto, le etichette indipendenti cinesi stiano sempre più aumentando. Per registrare in Cina basta poco, pochissimo: un registratore, un computer, un masterizzatore, un cd vergine. A prescindere dalla ricerca di registrazioni di qualità. In barba alle esigenze legali connesse con il copyright. Ma non si tratta solo di questo, c’è qualcosa che si muove nell’aria, come una coscienza di un processo ormai avviato e inarrestabile. Qualcosa di molto vicino ad una scena musicale in via di diversificazione e di definizione in cui è possibile riconoscersi, tanto per chi la musica la propone, quanto per chi quella musica la ascolta.
* China Files [www.china-files.com] è un’agenzia di stampa composta da giornalisti, videomaker, fotoreporter e sinologi di diverse nazionalità. Sfruttando il valore aggiunto della presenza sul territorio cinese, si propone di ascoltare, osservare e raccontare la Cina contemporanea nella sua complessità, troppo spesso ridotta a interpretazioni in bianco e nero.
Scheda: Xie Tianxiao, Wang Xiao, Yang Chang, Li Xiaoliang, Han Han
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