I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 27 Ottobre 2010

China Underground #0

Comincia la collaborazione di SA con il sito China Files. Comincia l'esplorazione del mercato indie potenzialmente più grande del mondo...
Cui Jian live
Cui Jian
Cui Jian live

La Cina è vicina? Sì, no, per certi versi. Titoli di giornali, servizi televisivi. Miracoli economici e prodotti di qualità scadente, dittatura e violazione dei diritti umani, il fascino del dragone. Poi pensi un attimo e capisci che queste immagini-stereotipi potrebbero anche non esaurire la complessità di un paese. Ti capita di viverci per qualche anno e ti rendi conto che la Cina, come qualunque altro luogo, è più eterogenea di come te la presentano i media. Vedi una tradizione forte e una modernità in via di costruzione, il che significa che c’è un modo tutto cinese di vivere la contemporaneità. Al di là dell’ideologia e dello sviluppo economico. E poi c’è la cultura cinese, di cui non sappiamo nulla perché da noi non fa notizia, su cui molti cinesi sono disposti a investire le proprie passioni e la propria vita al prezzo di rifiutare vie più facili di sopravvivenza.

China Underground non sarà una rubrica che vuole spiegare la musica e l’arte cinese, ma un primo tentativo di fare da tramite. Una traiettoria da aggiustare e da approfondire nel tempo, che però è doveroso percorrere per cominciare a osservare più da vicino un popolo di cui dovremo abituarci a sentire parlare sempre più spesso nei prossimi anni. Un modo per familiarizzare con uno spirito artistico che più ci vivi a contatto e più sembra uguale e diverso dal nostro. Certo, per fare musica si usano sempre chitarre, bassi e batterie, e le emozioni sono quelle comuni a tutti gli uomini, ma nell’attitudine si muove qualcosa di diverso. È per questo che intraprendiamo questo viaggio, 11 puntate con cui iniziare a osservare la realtà artistica indipendente cinese, con divagazioni artistico-cinematografiche ma con la musica sempre al centro, nelle sue diverse forme e nei suoi soggetti: chi la fa, chi la ascolta e chi la produce. Si parte oggi, con una prima puntata sulle indie-labeltargate Cina.
 

Mi sono chiesto cosa avrei potuto scrivere pur essendomi perso una puntata della storia. E che puntata: Tian’an Men.

Cina: musica, cinema e arte. Non è solo una questione di tecnica e talento, c’è qualcosa che scorre dentro mentre si imbraccia uno strumento e si versano parole su un microfono o su una pellicola. C’è lo spirito di un’epoca e l’identità di un posto. Non è una buona premessa per uno che non può certo dire di essere nato nel posto e nel decennio giusto, per uno che Woodstock, Hendrix, l’hard rock, il punk, il dark e via dicendo li ha potuti solo studiare. O al massimo immaginare e rimodellare. Sì, vabbè nel ’94 c’erano i Nirvana ma erano così americani che lo spirito grunge lo abbiamo potuto solo imitare.

Gianni Maroccolo in un’intervista di qualche anno fa rifletteva sul significato del rock. Lo immaginava come un’indole e come un modo di rapportarsi alla vita, ancor prima che come una forma musicale. Per la cultura alternativa cinese è lo stesso: in Cina la musica rock nasce come musica underground che incarna un certo spirito, un movimento d’animo che iniziò a covare nei giovani in un momento epocale della storia cinese. Era la Cina degli anni ottanta e del post-maoismo, quella che rinasceva sulle rovine lasciate dalla Rivoluzione Culturale. La Cina aperta all’esterno e al mercato; povera ma che voleva diventare ricca; convinta di sé, ma che guardava, imitava e sognava un Occidente-mito. Individualismo, libertà, malessere generazionale.

Ma anche il non avere nulla. Nei campus universitari si viveva con poco e l’individualismo era anche la risposta di chi era abbandonato a un futuro difficile da immaginare, fra tante parole e ideali che arrivavano da fuori senza però essere davvero riconoscibili per una massa di giovani emarginata dai cambiamenti sociali. Nuovi colori nei vestiti, arte e utopia giovanile per sperimentare. Capelli lunghi, sigarette e birre consumate senza sosta ai margini dell’Università di Pechino per sfogare. E, nonostante tutto, valori sociali e morali duri a morire. Le proteste di Tian’an Men furono un po’ un simbolo, o un punto di rottura di tutto questo, e la musica che uscì fuori negli anni che le precedettero fu lo specchio fedele di un modo di essere e di una speranza, prima di ogni altra cosa.

Pechino, 1986. Un ragazzo di 25 anni sale sul palco di un festival musicale e intona le note di Nothing To My Name. Canta un ideale lontano anni luce dai pezzi dell’epoca. Allude a un mondo avido di cambiamenti, rifiuta l’omologazione, parla di sé aprendosi a sentimenti scomodi per il regime. Oggi non so quanti ragazzi cinesi che amano la musica alternativa mi direbbero che ascoltano e che si emozionano con Nothing To My name di Cui Jian. Ma è un pezzo che è storia, è la fedele fotografia di un’epoca. E anche se non parlava di democrazia o libertà di stampa è divenuto una delle colonne sonore degli studenti che occuparono Piazza Tian’an Men prima della repressione. Perché incarnava un’indole e la cantava a squarciagola affinché potesse essere condivisa. Era l’alba del rock cinese. Tutti lo sanno e per questo rispettano Cui Jian e il valore di quel pezzo.

Pechino, 1993. E’ l’anno di Beijing Bastards, il primo film indipendente cinese. Iniziato senza una sceneggiatura vera. Per girarlo - senza soldi - ci sono voluti 12 mesi e la sua uscita è valsa la censura e l’allontanamento dall’industria cinematografica del regista Zhang Yuan. Beijing Bastards è la storia del proprietario di un locale del circuito undergroundpechinese alla ricerca della ragazza che ha messo incinta ed è scomparsa. E’ anche la storia di un gruppo che non riesce ad esibirsi davanti a un pubblico.  E quella di uno scrittore che prova a vendere le sue creazioni e quella di un pittore a caccia di un truffatore. Tra gli attori, ancora lui, Cui Jian, nei panni del leader della band. I protagonisti si sovrappongono in ricerche che divengono un vagabondaggio senza meta. Questa volta sono passati 4 anni da Tian’an Men e i sogni sono già seppelliti sotto una coltre di silenzio.

In quegli anni la Cina pianificava la sua riabilitazione internazionale, dopo che le immagini di un uomo disarmato davanti ad una fila di carri armati avevano fatto il giro del mondo. Preparava i suoi PIL a doppia cifra, ma ci sarebbe voluto un decennio per avere di nuovo il rispetto dell’Occidente e non con la democrazia ma con i soldi. Era una Cina diversa da quella cantata da Cui Jian, o forse no, era la stessa Cina, solo più smarrita, dopo aver ripudiato il governo e la fine di un sogno forse non compreso neanche dagli stessi studenti. Smarrita per i cambiamenti che si intravedevano all’orizzonte: giovani marginalizzati dall’ingresso nel mercato, come quelli che prendono forma nelle prime pellicole di Jia Zhangke, una delle voci più autorevoli del cinema cinese di fine anni Novanta e dei nostri anni Zero.

Jia Zhangke

Intorno prendevano forma i primi progetti rock. Emergeva una fedeltà alle attitudini anglo-americane, che si incontrava con la tradizione folk del Nord-ovest cinese, di cui veniva ripreso lo stile del cantato urlato e dissonante. Dai Black Panther mosse i primi passi Dou Wei, oggi capofila della musica cinese d’avanguardia e sperimentale; nei Mayday compariva He Yong, chitarrista considerato tra i padri del punk cinese; le Cobra tessevano una formula new-wave al femminile, mentre i Tang Dynasty preparavano A Dream Returns To Tang Dynasty, un album destinato a divenire una pietra miliare dell’hard-rock cinese.

Xindu, 2010. La seconda edizione dello Zebra Music Festival apre i battenti. Nella prima delle tre giornate di musica e intrattenimento accorrono 50.000 persone. Musica pop e alternativa, persino alcune vecchie glorie degli anni Novanta. Tre palchi, di cui il principale non ha nulla da invidiare ai migliori mega-eventi d’oltreoceano. Grandi sponsor e grandi ingranaggi commerciali; l’area che ospita e divulga le iniziative di alcune ONG locali stride con il megaschermo del palco principale, che nei momenti di pausa manda messaggi pubblicitari alternati a video stile MTV. Una macchina organizzativa lontana anni luce dai primi festival che mossero i passi alla fine degli anni novanta, guidati dal MIDI festival di Pechino.

Gli anni Novanta sono stati una transizione importante per la musica cinese: la circolazione dei primi cd, l’apertura di pub e l’esibizione live nella capitale hanno aiutato lo sviluppo di una scena, mentre la ricezione di nuove forme musicali, ispirate al metal, al punk e al grunge si sono riflesse nell’ampliamento della geografia musicale oltre Pechino. Nel 1993 apriva i battenti la MIDI School, con un corso di tre anni per aspiranti musicisti rock. Il ricambio generazionale era assicurato e una maggiore competenza tecnica diventava negli anni sempre più alla portata di tutti. La seconda metà del decennio fu accompagnata dall’arrivo del new metal, del rap e del post-punk.

La Cina è cambiata. C’è da chiedersi se con l’aumento della band e la crescita dell’ambiente qualcosa di originario sia andato perdendosi in termini di autenticità per acquisire però qualcos’altro. I progetti effimeri sono aumentati, ma ugualmente sono cresciuti anche i contenuti dei prodotti di valore. Oggi la Cina è meno naive e se l’indole degli anni Ottanta è oggi ormai difficilmente riconoscibile, c’è maggiore consapevolezza della propria posizione e della propria funzione artistica. Mentre la musica alternativa ci ha guadagnato in nuovi suoni, sperimentazioni e persino tournée all’estero viste come forme di apprendistato.

La Cina è cambiata. Si muove in modo disordinato attorno a un’industria discografica tutt’altro che tangibile, a un pubblico ancora molto ristretto e a limiti più o meno sensibili per la creatività artistica. L’internazionalizzazione è divenuta una realtà del nuovo millennio anche per la musica: alcune bandhanno firmato contratti con label occidentali, internet è divenuto il primo veicolo di promozione, mentre una serie di addetti ai lavori è sbarcata in Cina, chi per investire e chi per contribuire alla nascita della musica alternativa cinese, con nuovi locali, con etichette indipendenti, con attività di talent-scout.

Nuove scene musicali hanno preso piede, in grado di mettere insieme competenza tecniche, forme musicali contaminate e sensibilità cantautoriale. Su tutte il neo-folk cinese (Xin minyao), ma anche progetti singoli dotati di ben altro spessore e personalità rispetto alle primissima scena musicale metal e punk, improntata ancora all’imitazione di modelli stranieri. Le barriere del regime esistono ancora oggi, ma somigliano al contorno di uno spazio che al suo interno lascia una libertà di movimento sufficiente a creare un fermento, in cui la voglia di chi fa la musica, chi la produce e chi crea spazi per ospitarla convergono per creare una scena che ha in Pechino il suo epicentro naturale.

Per chi è lontano come noi c’è tanto da capire e osservare. C’è da riconoscere un percorso a tratti anche snaturato. Oggi gli artisti musicali sono mille miglia lontano dall’indole del primo rock cinese; ma in pochi ti diranno di non apprezzare Cui Jian, se non altro per quello che ha significato. C’è un filo che parte dalla cultura post-maoista e arriva fino ad oggi, passando per Tian’an Men e per lo sviluppo di una super potenza economica. Di fianco, il mercato globale e l’Occidente maestro e raffronto costante, con le sue forme musicali e le sue competenze più specializzate sul piano strettamente tecnico.

C’è anche chi dice che la musica non ha frontiere e permette incontri tra persone che parlano lingue diverse e distanti. Basta imbracciare uno strumento e iniziare a suonare davanti al pubblico di studenti fuori sede e di giovani cinesi all’interno di un piccolo locale di un qualsiasi hutong di Pechino per rendersene conto.
 

* China Files [www.china-files.com] è un’agenzia di stampa composta da giornalisti, videomaker, fotoreporter e sinologi di diverse nazionalità. Sfruttando il valore aggiunto della presenza sul territorio cinese, si propone di ascoltare, osservare e raccontare la Cina contemporanea nella sua complessità, troppo spesso ridotta a interpretazioni in bianco e nero.

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