Pubblicazione 07 Ottobre 2010

Orange Juice

Alieni in top ten

Se è indie, perché non deve essere anche pop? La parabola creativa degli scozzesi, prime mover pop soul in pieno post-punk, tra anarchia e tentazioni top ten. Una retrospettiva ne celebra le gesta.
Orange Juice
1980

Londra, 20 febbraio 2005: il quarantaseienne Edwyn Collins viene ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Royal Free Hospital per la seconda di due emorragie cerebrali susseguitesi nel corso di pochi giorni; un evento che lo lascia semiparalizzato e con una lunga e lenta riabilitazione neurologica da affrontare. Era allora arduo pronosticare un lieto fine a una vicenda così tragica e devastante, eppure la scommessa con il destino è stata in qualche modo vinta. “Sto lavorando di nuovo e scrivendo canzoni, lentamente” diceva già un po’ di tempo dopo. Ecco allora un album, Home Again, già registrato allora e poi uscito nel 2007, seguito l’anno dopo da un’effimera e celebrativa reunion della sua band, fino al ritorno vero e proprio con Losing Sleep (omaggio a un prime mover da parte di estimatori come Roddy Frame, Johnny Marr e Franz Ferdinand), cui si accompagna la pubblicazione su Domino di un ricchissimo cofanetto retrospettivo dei suoi Orange Juice, Coals To Newcastle (6 CD e un DVD di cui si tratterà a parte). Non c’è dunque migliore occasione per ripercorrere la storia del gruppo madre, ancor oggi misconosciuto capostipite dell’indie pop, scozzese e non solo, di cui in seno alla Postcard Records ha decretato la nascita.

Start again!

Gli Orange Juice (Edwyn Collins, David McClymont, James Kirk e Steven Daly nel nucleo originario) provenivano da Bearsden, un quartiere borghese della periferia di Glasgow e all’alba degli Ottanta erano già una novità pressoché assoluta nella convulsa scena post-punk. Pur con un recentissimo passato più punk oriented sia pur sui generis (erano nati nel 1976 come Nu-Sonics), si erano infatti formati alla scuola dei Velvet Underground,dei Byrds, della psichedelia pop dei ’60, del soul di Stax e Motown, della New York di Television e Talking Heads, della disco e del funk. La novità consisteva anche e soprattutto nel rifiuto della degenerazione punk nel machismo e dell’imperizia tecnica, ponendosene in netta antitesi fin dal nome scelto, che sapeva di autoironia e colore psichedelico. “Nessuno di noi beveva alcool all’epoca… sembrava perfetto, perché il succo d’arancia era ciò che bevevamo durante le prove” ricordava Collins. La sua voce particolare e calda, debitrice di Pete Shelley, Vic Godard nonché del maestri di stile David Bowie e Brian Eno rompeva totalmente gli schemi della ribellione e della militanza post-punk, con ironia, goiosità e un sorprendente inedito romanticismo; la stessa immagine del gruppo richiamava il loro ibrido di sixties e America (giacche di pelle scamosciata, camicie a scacchi Creedence, t shirt warholiane).

Come sottolinea Simon Reynolds nel suo Post Punk (titolo originale? Rip It Up And Start Again, ovviamente), il chitarrismo che di lì a poco imperverserà grazie anche ai cugini da Edimburgo Josef K. e i concittadini Aztec Camera parte da qui; l’essenza del suono era infatti la seicorde ritmica, suonata in tempo doppio rispetto alla batteria, sul modello degli ultimi VU e degli Chic, altra grande influenza. Come ricorda il batterista Daly, “la nostra idea di fondere Chic e Velvet suona molto audace sulla carta, ma se si ascolta Live 69 la chitarra in doppio tempo di “Rock and Roll” non è molto lontana da quella di Nile Rodgers negli Chic, molto netta e secca”.

Fondamentale per la crescita e il passaggio da Nu-Sonics a Orange Juice fu l’incontro nel 1978 con lo scafato sia pur diciannovenne Alan Horne, singolare appassionato di musica pre-punk (dal Northern Soul al rock psichedelico), un amore condiviso con la band che dal canto suo si lascia influenzare volentieri. Nasceva così la Postcard Records (gestita direttamente da Horne, anche manager dei gruppi) proprio con la pubblicazione nella primavera del 1980 del primo singolo in arancio (cofinanziato da Collins, Horne e McClymont), Falling and Laughing: puro jingle jangle, con un basso pulsante e un oscuro sentore velvetiano.

A differenza dei colleghi contemporanei, Horne puntava però a un mercato più vasto rispetto al circuito indipendente, attraverso la distribuzione, la ricerca dell’appoggio della stampa musicale e i primi contatti con le major. Nella label arrivarono poi via via anche i citati Aztec Camera e Josef K. e gli australiani Go Betweens, idealmente vicini a quei suoni, creando una vera e propria identità locale sul modello idolatrato della Motown (lo slogan dell’etichetta era, non a caso, “The Sound Of Young Scotland”). Gli Orange Juice sfornavano così una serie di 45 (Blue Boy e il retro Love Sick, gioiellini funky e pop-soul adeguatamente riscaldati dal crooning sghembo di Collins; Simply Thrilled Honey, Poor Old Soul) che dominavano le classifiche indipendenti; Horne però continuava a nutrire ambizioni più ampie. Se è indie, perché non deve essere anche pop?

La band così si apprestava a preparare un album (Onwards And Upwards) e un singolo (Wan Light) per la Postcard nel 1981 (mai usciti, vedranno la luce solo nel ’92 con il titolo Ostrich Churchyard), mentre nello stesso tempo si metteva alla ricerca di un contratto major, trovando infine la Polydor disponibile (con l’ideale benedizione di Horne, cui non restò che chiudere l’etichetta dopo il naufragio dell’esordio dei Josef K.). Non era più l’isola felice della label casalinga. Le cose non andarono infatti come sperato e l’album venne reinciso e ripulito nei suoni, uscendo con il titolo di You Can’t Hide Your Love Forever (1982), incontrando modesta fortuna commerciale. Una versione clean del classico suono Postcard, che sapeva di già sentito rispetto alla musica di appena un paio di anni prima; un paradosso temporale. Sul mercato intanto cominciavano ad apparire alcuni epigoni, come gli inglesi Haircut One Hundred, dal suono e look sorprendentemente simile agli Orange del recente passato, sia pure un po’ più raffinati, e i Nostri erano messi nettamente - e ingiustamente - in secondo piano.

A questo punto l’intuito pop di Collins ebbe la meglio: via dal gruppo James Kirk e Steven Daly (“gli elementi non professionali”) a favore di una formazione più stringata e snella: alla chitarra Malcolm Ross dei Josef K. e alla batteria Zeke Manyika, con cui si sarebbero realizzati i seguenti due album e tre singoli d’eccezione: L.O.V.E. Love (cover di Al Green), il funk di Rip It Up e il Philly sound di Flesh of My Flesh. Il gioiellino Rip It Up riuscì dove non si era arrivati prima: entrò infatti in top ten nella primavera del 1983. Uno spigoloso funk dance di matrice ottanta che sarebbe rimasto la loro maggiore hit, con un giro di basso di origine Roland 303 poi sinonimo di acid house e la solita chitarra Chic. Un hook di richiamo a Spiral Scratch dei Buzzcocks metteva poi bene in chiaro le loro radici (You know the scene it’s very humdrum /And my favourite song’s entitled Boredom, - Sai la scena è molto monotona, e la mia canzone preferita è Boredom – mentre seguiva un riff a due note che citava quello di Pete Shelley in quel pezzo). Perfetti alieni in top ten.

Orange Juice
1980

Il pop (o New Pop che dir si voglia, reynoldsianamente) intanto sbancava in classifica anche oltreoceano, con una versione piuttosto edulcorata rispetto alla prima eccellente ondata di Soft Cell, Associates e Human League (Duran Duran, Culture Club, Wham! e compagnia danzante). Pur spinto dall’omonimo singolo, Rip it Up (1983) ebbe però scarse fortune commerciali, mentre i rapporti tra la Polydor e gli OJ intanto si deteriorarono sempre più per le scarse vendite. Non bastasse,durante le registrazioni le tensioni interne sfociarono nell’uscita di Malcolm Ross (lo ritroveremo più tardi negli Aztec Camera) e David McClymont e la band si ridusse essenzialmente allo stesso Collins e al batterista Zeke Manyika, che registrarono l’EP Texas Fever (1984) così come l’ultimo album in studio, l’eponimo Orange Juice, il cui compatto blue-eyed soul apparve timidamente in classifica. La rescissione del contratto con la major all’inizio del 1985 segnò infine il capolinea. Singolarmente, il leader avrebbe conosciuto il vero successo a metà ’90 con il tormentone A Girl Like You, eccezione commerciale di una carriera solista più che dignitosa trascorsa sino ad oggi tra album di classe e una soddisfacente attività di producer. E di leggenda vivente, perché l’eredità artistica degli Orange Juice è stata di ispirazione per disparati artisti e movimenti, dagli Smiths ai Pastels, alla C86 e alla Creation, per non parlare della successiva Glasgow School (per citare una fortunata retrospettiva uscita nel 2005) dei vari Jesus & Mary Chain, Teenage Fanclub, Delgados, Belle And Sebastian, Franz Ferdinand. E la storia e la musica continuano (Contributi di Antonio Puglia).

Scheda: Orange Juice

copertina pdf #91