Drop Out
Pubblicazione 01 Maggio 2007

Earache: 20 anni all’estremo delle risorse

Earache. In inglese significa “mal d’orecchie”, in musica indica l’etichetta simbolo del metal estremo. Digby Pearson celebra nel 2007 i vent’anni di attività della sua label.
Napalm Death
1983

La Earache compie vent’anni ma non ha dovuto aspettare così tanto per diventare un punto di riferimento per tutta una scena e in primis per la musica estrema. Del resto Digby Pearson, il fondatore dell’etichetta, ha cominciato a costruire la sua creatura partendo dal basso, tanto che pubblicare dischi è stato solo il passo conclusivo di un percorso iniziato con l’organizzazione di concerti hardcore a Nottingham, sua città natale.

Appassionato di anarco-punk e profondo conoscitore della scena che andava formandosi nei primi anni 80 in Inghilterra, Digby si accorse ben presto che dopo la sbornia punk e dopo il “great rock’n’roll swindle” c’era nell’aria qualcosa di nuovo che stava covando nelle nuove generazioni di musicisti. Per la prima volta scene rigidamente separate e autonome come quelle del metal e dell’hardcore si stavano avvicinando con in testa un unico comandamento: suona più veloce del prossimo tuo (“Play Fast Or Die” come cantavano gli Electro Hippies) All’epoca i gruppi che si stanno facendo un nome in questo senso sono davvero pochi e si conoscono tutti (di persona o tramite un frenetico tape-trading) fossero i Siege di Boston, gli Heresy o i giovanissimi Napalm Death che suonano il loro primo concerto alla tenera età di quattordici-quindici anni. In un periodo fra i più fertili per la musica estrema, in cui si sentiva che stava per accadere qualcosa di non ben definito, Digby Pearson ebbe il fiuto ma anche la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, oltre che una buona dose di coraggio. Mentre nelle charts impazzava il techno-pop e all’oscuro di tutti, Pearson comincia a far uscire alcuni dei dischi che saranno i capisaldi del rock estremo per gli anni a venire. Non solo il grindcore di Napalm Death e Carcass (tanto per citare i più noti) ma, insieme a un altro sparuto manipolo di etichette, pose la basi per la rivoluzione espressiva del death metal mettendo sotto contratto pionieri del genere come Morbid Angel, Entombed, Massacre, Bolt Thrower e Nocturnus.

Vera fucina di talenti, di provocatori, ma anche di tanti ottimi musicisti, la Earache in seguito allargherà lo spettro delle proprie proposte, e per un certo periodo non sbaglierà un colpo avendo il coraggio non solo di far uscire i dischi dei Godflesh di Justin Broadrick, ma anche le mutazioni free di John Zorn (Naked City, Painkiller), mosche bianche come O.L.D. e Lawnmower Deth o gli ultimi Brutal Truth, incubi doom (Cathedral, Confessor, Sleep) e noise (Fudge Tunnel). Man mano che l’etichetta crescerà (stipulando a cavallo degli anni 90 un contratto nientemeno che con la Sony/Columbia) quest’alternanza fra sperimentazione e uscite ormai più canonicamente metal diventerà la regola ma segnerà allo stesso tempo il culmine e il declino della sua storia. Pur restando un punto di riferimento per molti la Earache doveva far fronte ai primi scontenti dei gruppi e alla variazioni di gusti dello stesso Pearson ormai più interessato alla techno o all’elettronica in generale. C’è da parte sua il desiderio di aprire ancora nuove strade, di intercettare la nuova ondata di gruppi pronti a rompere gli schemi. Ma non sarà più così lungimirante e di vere e proprie scoperte la Earache non ne farà più, visto che il dub degli Scorn nasce da una costola dei Napalm Death, gli At The Gates e gli Anal Cunt erano già realtà assodate e non bastano i pur apprezzabili Dub War o Ultraviolence a far risalire la china all’etichetta. Si moltiplicano le sublabel (come la Wicked World e la Elitist) che tentano di ripartire dal basso, da un underground che, almeno per quanto riguarda il metal estremo, era stato già abbondantemente saccheggiato da piccole case discografiche che proprio seguendo l’esempio della Earache si erano ormai fatte un nome. In questo senso etichette anche differenti fra loro come la Load e la Relapse hanno raccolto l’eredità della label di Nottingham. Questo non vuol dire che Pearson abbia perso di credibilità, né gli si può certo fare una colpa se da anni si ritrova ad avere un nutrito staff di collaboratori e un ufficio pure a New York, anche se per chi è cresciuto negli anni 90 è sempre più difficile identificarsi con certe scelte (Linea 77, tanto per fare un nome) e soprattutto certe operazioni, vedi in ultimo il videogioco per PS2 Earache Estreme Metal Racing. Se si ha la pazienza di cercare nel recente catalogo si può incrociare ancora più di qualche disco degno di nota (Municipal Waste, Ewigkeit, Carnival In Coal, Cult Of Luna) ma sembra davvero passata un’eternità da quando la storia della musica passava direttamente da qui. (Roberto Canella)

Come perdere l’udito con 15 dischi targati Earache

Napalm Death - Scum (Earache 1987)

Scum è stato tante cose. Collisione fra punk/hardcore e metal, grind zero della scrittura rock e punto di non ritorno ma soprattutto di partenza per molto del metal estremo a venire, anche a livello concettuale. Ancora oggi, a vent’anni dall’uscita, il disco può suonare “normale” solo alle orecchie di chi ha già ascolato questo tipo di musica. Testi anarco-punk triturati dentro schegge deliranti, frammenti di canzoni, brandelli tirati via a forza dai Discharge e dai Celtic Frost, cose che raramente vanno oltre il minuto, uno stilema che rende il grind un genere unico rispetto a tutta la musica rock antecedente e che tocca il suo apice nei tre-secondi-tre di You Suffer. I Napalm Death pagarono con l’instabilità tanta gloria, già qui infatti abbiamo a che fare con due line-up diverse a seconda del lato del disco, ma basterà fare qualche nome per capire quanto futuro c’era dentro quel pezzo di vinile: Justin Broadrick (Godflesh, Final, Techno Animal, Jesu e tanti altri), Mick Harris (Scorn/Lull/Painkiller), Lee Dorrian (Cathedral), Bill Steer (Carcass). (Roberto Canella)

Godflesh - Pure (Earache, 1991)

Pure è l’album che segna il passaggio dall’avvincente mistura di industrial, noise e grindcore degli esordi, il cui apice è il capolavoro Streetcleaner, a una personale forma di psichedelia, che caratterizza i dischi dei Jesu, attuale progetto di Justin Broadrick. Complice forse l’ingresso di Robert Hampson (Loop e Main), in Pure le atmosfere cupe si aprono spesso in ascensioni vertiginose, in stratificazioni chitarristiche di stampo shoegaze, costruendo un wall of sound che non sprofonda solo negli abissi ma si innalza verso la stratosfera. La voce, finora cavernosa e urticante, in alcuni episodi diventa eterea e allucinata, da sciamano industriale. Per il resto, il suono continua ad essere claustrofobico e opprimente, segnato dalle reiterazioni inumane della drum-machine squassate da esplosioni chitarristiche improvvise. Un disco di una bellezza paralizzante, una lunga e dolorosa odissea nella psiche di Justin. I 20 minuti conclusivi di Pure II sono un incredibile esempio di ambient post-apocalittico. (Paolo Grava)

Entombed - Clandestine (Earache 1991)

Fra i capostipiti del death metal scandinavo gli Entombed con Clandestine scrivono l’ultimo capitolo di un’avventura cominciata coi Nihilist e che con il successivo Polverine Blues avrà tutt’altre fattezze. Prima di quella virata punk/rock‘n’roll esiste solo un suono cupo, violento, chiuso fra riff pesanti e veloci, un drumming poderoso e psicodrammi post-Celtic Frost. Con la classica produzione dei Sunlight Studios l’album non patisce cali d’intensità e conserva la freschezza di Left Hand Path con significative variazioni di registro, così che le bordate di Crawl, Shreds Of Flesh, Stranger Aeons e Dusk lasciano spazio agli arpeggi iniziali di Trough The Collonades e al lugubre break centrale di Evelyn. Da autentico deus ex machina il batterista Nicke Andersson scrive la maggior parte dei pezzi, suona la batteria e canta ma, da vorace lettore di Ellroy, non solo si cala nei suoi “luoghi oscuri” ma ha in serbo anche un colpo di scena: pochi anni dopo lascia tutto e fonda gli Hellacopters. (Roberto Canella)

At The Gates - Slaughter Of The Soul (Earache 1996)

Fra i più grandi gruppi di metal estremo di sempre, gli At The Gates ci hanno regalato solo quattro album ma tutti memorabili. Si potrebbe discutere sull’effettiva portata di ogni singolo disco (senza contare Gardens Of Grief, monolitico mini-lp di debutto) ma per comodità si preferisce considerare Slaughter Of The Soul come il loro capolavoro. Certo è che con quello che sarebbe stato il loro ultimo disco non solo portarono a piena maturazione un suono che aveva già fatto scuola (e che tanta ancora ne farà) ma riesce a spostarlo un po’ più in là. Il classico, progressivo, rifferama death metal pieno di schegge melodiche flirta col noise, si avventura brevemente verso sonorità industrial, il cantato isterico di Tomas “Tompa” Lindberg ricorda certe cose dell’hardcore più estremo. La prima metà del disco è in assoluto una delle cose migliori uscite in ambito death degli ultimi quindici anni, poi si assesta su una qualità media comunque superiore a intere carriere. (Roberto Canella)

Carcass - Reek Of Putrefaction (Earache, 1988)

Se il grind core è (stato) soprattutto il tentativo di estremizzare tutti i parametri della musica, nella ricerca di un sound che riuscisse ad unire il nichilismo del punk alla violenza sonora del death metal, l’esordio dei Carcass ne rappresenta l’emblema. Nato ad un anno di distanza dall’album che appiccò l’incendio del grind (Scum dei Napalm Death), Reek Of Putrefaction segna paradossalmente il culmine e la fine di un genere così pregno di immediatezza da esaurire il suo senso appena un attimo dopo averlo espresso. Quest’album, a partire dalla copertina (una capolavoro di necrofilia-splatter, in seguito barbaramente censurato), è una divertita offesa al pudore, che si esprime musicalmente in un sound che più malato non si può: batteria iperveloce, chitarre e bassi compressi e una voce che recita bollettini medici passando rapidamente da urla acute a gorgheggi profondi quanto il vomito, vengono mixati (mixati?) in modo da creare un amalgama indistinto, volutamente brutto, tanto che la successione dei brani diviene solo un escamotage per interrompere il flusso continuo. Tutto frulla insieme in un modo così volutamente antiestetico da “rischiare” di imporsi come opera d’arte. (Daniele Follero)

Painkiller - Guts Of A Virgin / Buried Secrets (Earache, 1991 / 1992)

“What have you done to me? Oh my God!”. Con l’urlo isterico di Yamatsuka Eye fuori dalla grazia di dio si apre l’epopea Painkiller, sorta di supergruppo i cui membri stabili sono il trio delle meraviglie John Zorn-Bill Laswell-Mick Harris, nomi fondamentali dell’universo musicale di fine millennio. Guts Of A Virgin e Buried Secrets, usciti separatamente come EP e ristampati in un unico CD, sono il documento indispensabile per conoscere una delle band più originali del catalogo Earache. Siamo di fronte a una diabolica macchina da guerra, che mischia in maniera non convenzionale dub, freejazz, grindcore, industrial e spazza via buona parte dei velleitari gruppi death-grind alla ricerca della pietra filosofale dell’estremismo rock. Rispetto ai cugini Naked City il piglio cinematico e le atmosfere d’antan sono sostituiti da forti dosi di rumore e il mood è perennemente virato all’angoscia più nera. L’ascoltatore viene disorientato dai cambi di tempo frenetici, annichilito dalle progressioni inarrestabili e dalle atmosfere cupe. Senza pietà. (Paolo Grava)

Dub war - Pain (Earache, 1995)

1995: il crossover impazza. Meticciato rap-metal, chitarre ribassate, immaginario di superomismo (talvolta impegno politico), fruttano alle major milioni di dollari. I gruppi si moltiplicano a dismisura, a scapito della qualità media di un’espressione della cultura giovanile che di lì a poco avrebbe fatto i conti con ridondanza e povertà di idee: la morte cerebrale prima ancora che del corpo, stramazzante al suolo per qualche anno, si constati il decesso definitivo. La Earache corre ai ripari mettendo sotto contratto i Dub War, quartetto di Newport, Galles, già autore di un album e di un paio di EP. Pain è l’esordio per l’etichetta di Pearson: metal in levare perché declinato con le ritmiche del dub, la consciousness del reggae, la favella del raggamuffin - e la voce di Benji Webbe, nasale, esagitata ed incompromissoria è il vero punto di forza della miscela. Il referente immediato di queste note è l’hardcore contaminato dei Bad Brains ma talvolta, per l’ardire con cui si maneggiano diversi generi, diresti di ascoltare degli Asian Dub Foundation cresciuti con il trash invece che con il combat rock dei Clash. Quella dei Dub War su Earache è poco più che una comparsata: dopo dischi di dubbia qualità il quartetto rilascia nel ‘99 un laconico comunicato che ne sancisce lo scioglimento, le cui reali ragioni vanno rintracciate in incomprensioni di natura economica con i vertici dell’etichetta. (Vincenzo Santarcangelo)

Brutal Truth - Need To Control (Earache, 1994)

Arrivarono come un uragano i Brutal Truth, testimoniando ancora una volta come la Grande Mela continuasse ad essere la fucina ideale per le frange più estreme dell’universo rock. Dan Lilker aveva il pedigree di prestigio: un passato con Anthrax, Nuclear Assault e S.O.D., ma con i Brutal Truth decise di spingersi ancora oltre. Con lui Kevin Sharp, Brant McCarty e Rich Hoak. Condizioni estreme richiedono misure estreme. Il primo parto della compagine newyorkese si muoveva sul solco aperto dai Napalm Death. Un grind death brutale, confusionario e oscurantista che calcava la mano con furia omicida su temi di natura sociale ed esistenziale. Ma è con Need To Control che la band si affranca dai modelli ispiratori, coniando un verbo del tutto personale. Le sfuriate grind vengono incassate in strutture più complesse e articolate. Tempi e ritmi si muovono su terreni più organizzati. Cominciano a farsi largo venature più propriamente hardcore che saranno poi prese con consapevolezza maggiore nei lavori successivi. Una cover da infarto di Media Blitz dei Germs. Kevin Sharp indemoniato. Capolavoro. (Antonello Comunale)

Naked City - Torture Garden (Earache, 1991)

Mutazione genetica fra le più eccitanti della musica estrema i Naked City ebbero vita breve ma tremendamente lunga se si considera in cosa consisteva la loro proposta. Torture Garden applicava al jazz la lezione dei Napalm Death, in una collisione di generi che faceva sembrare i Faith No More un gruppo di sprovveduti e che ridefiniva ex abrupto il concetto di crossover. Il risultato era un disco free-jazz sui generis che a seconda dell’angolazione poteva essere anche un disco grind, un disco hardcore, una colonna sonora, sonico/ironico grand guignol in cui le musiche più diverse (mettiamoci anche frammenti di elettronica e classica contemporanea) venivano sminuzzate e violentate a ripetizione. Quarantadue pezzi in meno di mezz’ora che ci fecero familiarizzare con gli strilli di Yamatsuka Eye e che furono possibili grazie a una line-up di altissimo livello e dalle capacità strumentali fuori dal comune: non solo John Zorn ma anche Bill Frisell, Wayne Horvitz e Joey Baron. (Roberto Canella)

Cathedral - Forest Of Equilibrium (Earache, 1991)

Da un estremo all’altro. Dai Discharge ai Black Sabbath. Lee Dorrian, da Coventry, dopo il riduzionismo dei Napalm Death veste pantaloni a zampa e si converte freak. Coi Cathedral di Forest Of Equilibrium prende forma il doom di fine Novecento. L’intro di flauto e l’acustica di Pictures Of Beauty & Innocence (Intro) / Comiserating The Celebration tradiscono - come pure la cover ad opera di Dave Patchett - un che di fantasy, ma non appena Garry Jennings ne intona il riff cala la tenebra e messia Lee elargisce il funereo canto dei nuovi Sabbath. La label sino ad allora sinonimo di grind-core, l’Earache, pubblica il disco più antitetico ad essa. Nessuno dopo Ozzy & Co si era spinto cosi oltre la lentezza, forse i Saint Vitus, ma coi Cathedral si eccede in saturazione ed angoscia. Delle successive prove solo The Ethereal Mirror, invero molto più complesso nella struttura, è degno di nota, ma è con Lee Dorrian e la sua abilità nel ricreare una tendenza (vedi anche il lavoro con la Rise Above) che il doom ha ragione di (ri)essere… (Gianni Avella)

Fudge Tunnel - Hate Songs In E Minor (Earache, 1991)

Sicuramente Alex Newport è stato carezzato da quella brezza d’euforismo hard psichedelico che soffiò da Seattle ad inizio 90. Altrettanto sicuramente, l’allora chitarrista ventenne di Nothingham, seppe rileggere quei suoni imbarbarendoli in una reazione a ciclo continuo di psichedelia distorta, matrici metalliche ed una vena depressiva inusuale nel novero dei gruppi Earache (sentite come sfuma la colossale Hate Song). A coadiuvarlo nelle manovre della ciclopica pressa di stili Hate Songs In E Minor ci sono Dave Riley (basso) e Adrian Parkin (batteria). Un power trio atipico e, a suo modo, ferocissimo. Ferocia intellettuale, male dell’anima, incapacità di controllo emotivo nascosta dietro partiture quadrangolari (Spanish Fly qualcosa deve a Helmet e Big Black). Ma il succo vero di tali progressioni metalliche è la distorsione psichedelica e la voce lasciata cupa a disperdersi nella propria eco. I Godflesh hanno insegnato qualcosa ai nostri (Tweezers). Notevoli anche le cover: Sunshine Of Your Love (Cream) e Cat Scratch Fever (Ted Nugent) di cui si conservano, rispettivamente, il piglio marziale e l’incedere cazzone. (Massimo Padalino)

Morbid Angel - Blessed Are The Sick (Earache, 1991)

Se c’è una band che ha appreso meglio di altre la fondamentale lezione slayerana, questi sono i Morbid Angel di Trey Azagthoth. Il gruppo originario della Florida inizia lì dove Reign In Blood degli Slayer finisce, diventando rapidamente un punto di riferimento per tutta la fiorente scena death metal. Sul primo disco avevano sacrificato sull’altare della follia le personali radici trash calcando la mano sul formidabile gran guignol chitarristico di Azagthoth. Il secondo lavoro mette in scena, invece, un vero e proprio sabba pagano per cultori di Satana, con tanto di intro, barocchismi gotico sinfonici (Doomsday Celebration), sonate per piano (In Remembrance) e chitarra (Desolate Ways) in aggiunta agli impenetrabili labirinti di riff malsani su infernali cambi di ritmo: ora lenti e morbosi, ora veloci e concitati. La padronanza tecnica ha ormai raggiunto una consapevolezza ulteriore, come testimoniato dall’intricatissimo rifferama di Azagthot, in brani come The Ancient Ones da cui non si esce che a pezzi. In copertina il dipinto di Jean Delville, “Les trésors de Satan”. Una pietra miliare del death e del rock satanico. (Antonello Comunale)

OLD - Lo Flux Tube (Earache, 1992)

Un album di rottura nella discografia della creatura del beffardo James Plotkin (qui sotto il nomignolo di Jimmy Old). Il death metal e tutti i rimasugli “pesanti” dei passati Old Lady Drivers non vengono certo messi da parte. Precipitano però in una soluzione d’astrattismi psichedelici, pantomime dub che vanno e vengono, evanescenze quasi prossime ai cavalieri shoegazer che in quegli anni affollavano la scena indipendente britannica. Il tutto senza perdere di vista la primitiva forza di impatto metallica. Il tour de force Z.U., con i suoi mirabili 9 minuti di durata, stabilizza la formula. E scopre quel - la cotta di maglia - intessuta di precisissimi drumbeats, scariche electro ed un lavoro alla chitarra duttilissimo - come prima mai. Jason Everman deflagra al basso, mentre Alan Dubin mostra forse il punto debole del progetto: la voce. A sancire comunque l’entrata nella comunità “virtuale” di sperimentatori metal che contano c’è anche un cameo di John Zorn al sax. Giusto per far comprendere che la differenza fra il suo ensemble di creative metal (Naked City) e gli Old non è poi tanto incolmabile. (Massimo Padalino)

Sleep - Holy Mountain (Earache, 1993)

Nel 1993 l’Earache pubblica un sampler, Naive, con dentro le nuove regole della musica estrema. Lì tra Fudge Tunnel e Pitch Shifter, un gruppo di hippy fuori tempo massimo si dice seccato per non aver avuto vent’anni quando correva il decennio ‘65/’75… Vengono da San Jose, California, e si chiamano Sleep. Il loro secondo lavoro Sleep’s Holy Mountain è - retro copertina alla mano - un lisergico elogio alla lezione impartita ventitrè anni prima dai Black Sabbath. Ma non solo: anche molto Blue Cheer e tanto Black Flag epoca My War. Il riff epico di Dragonaut il cui finale ricalca N.I.B. dei Sabbath, l’urlo flagellato di Al Cisneros - sintesi viziata di Ozzy e Henry Rollins - in The Druid e la concomitante ascesa di Kyuss e Monster Magnet faranno sì che il doom entri nella sua fase stoner. Il travaglio del successivo Dopesmoker (conosciuto anche come Jerusalem) porterà alla scissione, ma ancora oggi, dall’avanguardia colta (si chieda a Rhys Chatham) al drone metal stile Sunn O))), quelle pesanti note continuano a regalare proseliti… (Gianni Avella)

Scorn - Colossus (Earache, 1993)

Dopo aver segnato con Scum un punto di non ritorno nel campo della musica estrema, Mick Harris e Nick Bullen si riuniscono nel progetto Scorn e con il secondo album, Colossus, mettono a segno un colpo incredibile, costringendo pubblico e critica ad aggiornare mappe e dizionari sonori. Il dub prende il sopravvento nel suono della band, un dub bianco ipnotico e inquietante. Il basso innesca diastole e sistole rallentate e impregna l’etere di groove morbosi, il tappeto percussivo passa dalla marzialità delle macchine a una frammentazione quasi aleatoria, mentre campioni in loop ossessivo si sovrappongono alla voce. Rispetto al precedente Vae Solis ogni residuo rock è spazzato via, sparisce la chitarra di Broadrick, il growl si decompone in un lamento subsonico, alcuni episodi si riallacciano al progetto ambient isolazionista di Harris, Lull. Colossus sta a Metal Box come il grindcore sta al punk, è come se la galassia generata dal big-bang di Scum di colpo implodesse e generasse un buco nero pulsante, un ectoplasma indefinibile. (Paolo Grava)

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