Tune in
Pubblicazione 10 Ottobre 2010

The Wire, Colin Newman

Metodo, istinto e stile

Intervista a Colin Newman

In occasione della ristampa Send Ultimate, intervistiamo Colin Newman via mail
scatti per Read and Burn
The Wire
2006
scatti per Read and Burn

Come già dimostrato con le domande rivolte ai Githead, molto più di un lussuoso “progetto parallelo”, intervistare Colin Newman è un autentico piacere. Nella puntualità e nell’arguzia delle risposte comprendi come costui - e relativi compagni, al pari di lui vivi e brillanti - non poteva produrre cattiva musica. In ciò che dice avverti un bagaglio culturale ampio e robusto, la chiarezza d’intenti mai svanita in più di tre decenni. E, da buon inglese, un punto di vista mordace sugli argomenti proposti, che puntavano a tirare le somme dell’attualità degli Wire alla luce di quel post-punk che seguita a influenzare generazioni di musicisti. E che, secondo Newman, non è neanche esistito.

Colin, gli Wire sono un caso raro: quello di una formazione che è sempre stata capace di raccontare e riassumere il proprio tempo mentre anticipava il futuro. Che ne pensi? Che suona grandioso! Di sicuro è sempre stato il nostro scopo, ma dovrebbe esserlo per ogni artista, no? Ritengo inoltre che vi sia stata molta fortuna nelle decisioni prese al momento giusto. Quando ti trovi in mezzo a una situazione non è sempre facile coglierne la completezza: cerco di farmi guidare dall’istinto, tuttavia vaglio mentalmente diverse opportunità cercando la più genuina espressione delle dinamiche interne del gruppo.

Forse è per questo che è come se non si foste mai davvero sciolti? Potete permettervi di sparire e tornare perché siete al di sopra di ogni moda. E perché avete idee chiare e fresche, come del resto i Githead…Suonare in entrambi mi ha insegnato chiaramente che la cosa migliore delle collaborazioni è trovare gli aspetti più conformi a ogni contesto. Se ciò ci collochi al di sopra dei trend, non saprei dire. I generi possono essere un buona via d’accesso per artisti nuovi ma, alla fine, i migliori devono oltrepassarli per raggiungere la grandezza. Credo che ciò dipenda molto da quali sono gli obiettivi di ognuno: gli Wire hanno avuto periodi in cui i membri non lavoravano assieme, e non so quanto tali "pause” rendano tutto più attuale. Tanti giornalisti lo sostengono, ma la freschezza può arrivare anche là dove si lavora incessantemente cercando di non ripetersi. 

Volevo dire che gli Wire sono sempre stati un “progetto” mutevole - per esempio: quando Robert Gotobed se ne andò, vi siete ribattezzati Wir per un po’ - influenzando la propria epoca e venendone a sua volta influenzato. Ciò è evidente se si ascoltano i vostri dischi di seguito.  Siamo sempre stati descritti come qualcosa che aveva a che fare col cambiamento; a dire il vero, questo aveva profonde radici nella storia iniziale del gruppo, quando ci rendemmo conto che una svolta radicale generata da necessità funzionasse bene per il nostro progresso artistico. Ciò implicava anche che, a differenza di molti altri,  il nostro LP d’esordio non fu il risultato di anni spesi a limare il suono “sulla strada”; viceversa, fu il prodotto dell’anno in cui uscì e fu perciò facile farne un secondo del tutto diverso. Gli "Wir" invece incarnarono una specie di sovvertimento consapevole e funzionale; nondimeno, dopo l’abbandono di Bruce nel 2004, ritrovandoci nel 2006 sentivamo di voler sottolineare la continuità del progetto. Ora abbiamo quasi terminato il dodicesimo album di studio, molto differente da Object 47 per via del nostro continuo rimetterci in discussione. 

Nel 2006 affermasti che gli Wire erano “al contempo rock band e oggetto artistico”. Credi che questo sia invariato in ogni vostra incarnazione? Certamente. Non che ci sia uno schema fisso, però non siamo mai stati al 100% gruppo rock od oggetto artistico. La chiave sta nell’intento.

Considerate ancora l’esperienza dal vivo come più vicina alla “performance art” che al concerto rock classico?Non nell’esteriorità. Sul palco dobbiamo comportarci da gruppo rock: quello è il formato, non necessariamente il contenuto. Ci si può sganciare dal concerto tradizionale quando si “trascende".

Vorrei sapere la tua opinione sulle reunion di Gang Of Four e Pop Group. Quale significato e valore possono avere oggi, musicalmente e culturalmente?Non so bene cosa stia facendo il Pop Group, ma Gang Of Four, Magazine, PiL sono qualcosa di "storicizzato". Di sicuro è il modo per fare molti soldi in breve tempo, ma sul medio/lungo periodo ne risenti negativamente dal punto di vista sia critico che finanziario. Ci abbiamo provato anche noi per 6 mesi nel 2000, ma ci annoiavamo. Non ci sentiamo a nostro agio col revival, siamo troppo interessati alle novità. Nessun problema a esplorare la nostra storia (in concerto proponiamo materiale da tutta la produzione, e non sono certo scelte ovvie), però essere solo "pezzi da museo” deve essere un tale tedio...

Il 90% della musica odierna si volge indietro cercando idee, ispirazione, stile. E’ dovuto al presente arido o a passati troppo fertili? Eh, questo è davvero un terreno difficile. Per gli Wire è stato eccezionalmente utile essere considerati una “fonte d’ispirazione” sovra-generazionale poiché significa che a un ampio spettro di gente singolare interessa quello che facciamo. Come dici tu, c’è tanta grande vecchia musica e ne esiste di nuova che la “rinnova” conferendogli un tocco contemporaneo; certo, c’è roba vecchia più attuale delle nuove copie. Internet ha aumentato le opportunità di pubblicizzarsi per chi possiede spirito commerciale, tuttavia ha anche ridotto i margini per ricavarne di che vivere, soprattutto per gli artisti nuovi. Chi possiede molti soldi non è minimamente interessato a investimenti sul lungo termine: ne deriva che tanti devono ricorrere a scelte sicure per vivere. Dobbiamo anche considerare le nuove tecnologie: abbiamo a disposizione strumenti potenzialmente infiniti, pertanto non esistono più stili nuovi basati su qualcosa che prima non era fruibile da tutti. Ci sarebbe parecchio su cui discutere, ma preferisco fermarmi qui…  

Per quale ragione, secondo te, la “generazione del 2000” non riesce a produrre dei propri Wire, Gang Of Four, Fall e deve copiarli senza in sostanza aggiungere nulla? Come vedi il “ritorno” in massa del post-punk negli ultimi anni?Beh, il fatto è che non è mai esistito un “post-punk" a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. C’era il punk che era passato di moda e alcuni che ne sfruttavano l’energia per creare cose nuove: nessuno credeva che Wire, Gang Of Four e Fall avessero granché in comune. Nei primi eighties pressoché ogni cosa che derivava dal punk non era presa in considerazione in Inghilterra, al tempo dominava il "pop". Mentre cerca un proprio linguaggio, ogni generazione tende ad adottare quello di una precedente, spesso poco noto. Guarda l’ombra lunga gettata dai Velvet Underground, sconosciuti nei ’60, sui decenni successivi. Non so che dire di chi “copia”, ma per certo non ho mai ascoltato un fac-simile degli Wire che fosse anche vagamente convincente (ride, N.d.t.).

Non credi che però servano più figli e meno cloni? Direi anche figlie, oltre che figli! In giro sento dire bene dei Factory Floor.

A proposito di innovazione: una delle caratteristiche dei Wire è il lavoro sperimentale sulle armonie, che nel ’77 del punk era un anatema. Lo è ancora? Per quanto mi guarda, la peculiarità armonica rappresenta un fattore chiave. Esprime l’individualità che possiamo offrire nella musica e mi piace chi vi mostra una forte personalità. 

La vostra “lezione” è stata benissimo compresa dal post-rock, che mescolava rock ed elettronica e si basava più sulle tessiture strumentali che su riff e assoli. Il che spiega come Margaret Fiedler dei Laika abbia potuto colmare lo spazio lasciato da Bruce Gilbert... E’ possibile. Credo che Margaret si sia inserita bene nel “live” in quanto coscienziosa e diligente; capisce molta della nostra dinamica e per questo è stato molto bello lavorare con lei. Per questo nuovo ciclo abbiamo un altro chitarrista, Matt Simms, che apporta un contributo diverso.  

Come nel triennio ‘77-’80, oggi abbiamo guai e paure più che sufficienti da esorcizzare e/o tradurre in musica. Forse il post-rock è stato troppo “post” e, a tale scopo, ripetere il passato è tutto ciò che resta?Sono convinto che, se hai idee, nell’arte ci sia sempre spazio per aggiungere qualcosa di proprio al già detto e tramutarlo in una cosa diversa. Sul resto hai ovviamente ragione, altrimenti persone come il sottoscritto non farebbero ciò che fanno. Nondimeno, attualmente gli artisti sono sottoposti a diverse pressioni, forse alcuni non si sentono in grado di aggiungere del loro. Magari è sempre stato così: nei Settanta per noi aprivano band che credevano di fare cagare, però poi alcuni hanno fatto strada! In un certo senso non andrai da nessuna parte se non hai una ragione per farlo; e se quella ragione riguarda l’arte, che senso ha se non hai nulla di nuovo da proporre?

Voi prendevate il kraut-rock, Eno e i primi Roxy Music, la psichedelia dei ’60 e la funkadelia per fonderle in una mistura unica ed equilibrata. Anche minimale e potente, come se la sua forza derivasse dalla sottrazione, dal ridurre la musica a un essenziale nudo seppure ricco. Attualmente i gruppi giovani hanno facile accesso alla tecnologia e alla storia della musica, però di rado si spingono oltre un singolo modello di riferimento. La limitatezza dei mezzi stimola sul serio la creatività? Può darsi, benché restringere il campo per provocare innovazione sia anche un metodo. Sai, ritengo che queste cose siano soprattutto mentali. Inoltre esiste la tensione dinamica tra agire e non agire: il fatto che tu possa non comporta per forza che tu debba

Non sarà la facilità estrema con cui si fanno dischi? L’assenza di filtri mi pare un problema serio, nel senso che una volta il produttore diventava un membro aggiunto (come il vostro Mike Thorne) e aggiungeva un prezioso punto di vista. Ora ci si produce da soli e sopravvive il sound engineer, che è meno importante sul risultato finale eccetto Steve Albini e pochi altri.E’ facile fare cose che suonino o sembrino a posto, più difficile è andare oltre. Il problema principale è che nessuno ha più soldi per allestire un progetto innovativo e promettente: è difficilissimo guadagnare con i dischi, così che la gente li considera un appiglio per l’attività concertistica. Prendi gli Holy Fuck, probabilmente il miglior gruppo che hi visto in azione l’anno scorso: nei ’70 li avrebbero mandati in studio con un produttore sulla stessa lunghezza d’onda e ne avrebbero tirato fuori un classico. Per come vano le cose ora, sono al di sotto delle loro possibilità - non so se per scelta o necessità - e i dischi non ne restituiscono l’impatto dal vivo. Sui miei dischi ci passo mesi, puntando a un’uscita che mostri l’attenzione e la cura profuse. Se gli Wire dovessero pagare un “third party” per pubblicare dischi, ci rimetterebbero e basta. Il tipo di economia che trent’anni fa si applicava a contesti come il nostro, adesso vale soltanto per il mainstream.

copertina pdf #91