Quest’anno, oltre al Primavera Sound, consueto appuntamento al quale non manchiamo da più di cinque anni, abbiamo deciso di monitorare un festival europeo che per proposta e organizzazione ci ha ricordato proprio le prime edizioni dell’evento barcellonese. Simile per cartellone all’evento catalano, il Way Out West ci ha impressionato per la frizzante e variegata scaletta di chitarre e elettroniche ma soprattutto per quel clima comunitario, da parco giochi dell’indie che per forza di cose il PS, con i suoi 110 000 biglietti strappati, e tanti altri festival internazionali non possono più offrire.
Le 25 mila persone totalizzate dal giovane festival di Goteborg sono un giusto compromesso, anche considerata la dislocazione tra club del centro e un parco (a 10 minuti di bicicletta) non grandissimo ma abbastanza capiente da ospitare un palco di medie dimensioni (settemila persone circa), un altro stage da un migliaio abbondante e un tendone altrettanto capiente. Il Way Out West in pratica, assomiglia al Pitchfork statunitense, anch’esso situato principalmente in un parco, come simile è pure, a detta di molti, la rilassatezza generale e il confort della location.
La differenza rispetto alla Spagna e agli States, sta chiaramente nelle condizioni meterologiche scandinave, clementi a dir il vero quest’anno, ma di certo non idilliache, pur con la premurosa organizzazione a correre in aiuto con un numero infinito di mantelle. Orari precisi, schermi giganti e stand divertenti (cibo+album+gadget ecc.) aggiungono inoltre elementi preziosi a un’organizzazione buona ma che ha sofferto di lacune non di poco conto nel dialogo tra i club (lo Stay Out West) e il parco (il festival vero e proprio). Informazioni insufficienti sulle prenotazioni, file interminabili con micidiali sold out hanno reso difficili le frequentazioni dei locali e rovinato praticamente la giornata iniziale del festival. I numerosissimi accorsi per il concerto di Caribou, tra cui anche noi, sono stati quindi costretti a vederselo amaramente su Youtube appurando pure che il quartetto di Dan Snaith dal vivo funziona (rimedieremo quest’inverno al Locomotiv di Bologna…).
Ancora stranezze hanno riguardato: alcol, orari e età media. Sul consumo del primo la Svezia non ha certo problemi grossi come la Finlandia, eppure se al sabato è vietato vendere alcolici negli esercizi commerciali oltre le tre di pomeriggio, al festival lo si vende soltanto in un paio di stand recintati (spazi dai quali non è consentito uscire naturalmente). A ¾ dei concerti inoltre si è costretti a stare in piedi nella luce non intensissima della Svezia, aspetto che mette un poco in difficoltà numerosi act indie. Il pubblico infine, gentilissimo per carità, è di norma fermo (salvo venir istruito dai performer - Wu Tang Clan assolutamente funzionali in questo) e composto da una media di giovanissimi tra cui una buona fetta di quattordicenni.
Detto questo veniamo ai fatti che sono valsi l’edizione e i nostri soldi: M.I.A., proprio lei, quella tutta contesto e distintivo, chiacchiere e twitter; è lei a sbancare il festival e non senza sorprese. L’imprevedibile tour della cantante è un misto di djing sul continuum elettronico britannico (dustep, grime, bass ecc.), teatro danza, video animazione (su tre schermi) e laseroni da rave in cui ogni brano è parte di uno streaming boombastico ad alto contenuto di bit analogici e digitali su trame multiple. Le tracce trasfigurano in una glam-guerrilla imprevedibile ed eccitantissima con M.I.A personaggio nel personaggio calata nei suoi look contraddittori ai massimi livelli a girarsi a piacimento il pubblico come una perfetta alternativa dentro l’industria dello spettacolo. Quando la britannica d’adozione attacca Boyz, Paper Planes e Born Free il mix di clip (sapevate che era tutta roba sua?), coreografie, balletti e soundsystem è perfettamente allineato e c’è da dar ragione al Times: lei, come il suo show, sono tra i più influenti in circolazione.
Altra gente che con la sinestesia audio/video incanta e ammalia sono i Chemical Brothers, pure loro armati di clip fantastici (le famose sagome su canvas psych e d’animazione) a fare da sfondo al miracoloso Further (Horse Power esecuzione da paura) senza dimenticare il classico corollario di hit indietro fino alla mitologica Block Rocking Beats tra blacksplotation, noir, breakbeat e rave. Scendendo in ordine di gradimento la lista del festival abbiamo poi un inossidabile Iggy Pop intento a omaggiare il mito di se stesso nel solito show memorabile, ironico e punk’n’roll con, questa volta, cameo di bambini (i quattordicenni statistici di prima), chiamati sul palco a ballare con lui. A tallonare troviamo la performance di Matt Berninger dei National. Il loro show è intensissimo anche soltanto per la presenza suicida del cantante che tra crooning springsteeniano ubriaco e inediti scatti di isteria pare si stia immolando per il proprio pubblico di fan peraltro numerosissimi.
In sostanza il podio è questo: altrove abbiamo performance che si distinguono per esecuzione, personalità e naturalmente mestiere: buono, ad esempio, quello del mod Paul Weller e della sua (un po’ troppo pub-adult) band e altrettanto valido (non memorabile) quello dei rodati Pavement che snocciolano in ordine sparso i classici di repertorio definendosi ironicamente “un’altra grande band dei nineties”. Convincenti i lanciatissimi Mumford And Sons che tengono benissimo il palco più grande anche grazie a una coralità irish’n’western. E molto ispirati gli indie act svedesi che abbiamo seguito fin dall’inizio qui in Italia: Jens Lekman (che prova le canzoni per un album che si preannuncia nel suo stile) e The Radio Dept., quest’ultimi ritornati nel set a un suono shoegaze che fu caratteristico del grandissimo esordio Lesser Matters.
Alterne fortune per molti altri, fiaccati da lunghe tournée e altrettanti viaggi: pessimi in questo senso The Drums che hanno delle occhiaie che toccano terra e non riescono neppure a fare le classiche mossette sul palco; discreti e qualcosa in più i Girls penalizzati dalla luce del giorno e dall’acustica pessima della location Linée. Nella norma i Beach House, soddisfatti per tante ragioni e quindi calligrafici rispetto agli album. Altro discorso invece, per le incartapecorite esibizioni mainstream svedesi: Håkan Hellström è praticamente il Claudio Baglioni del luogo e Lykke Li è l’altra folk singer esotica – agli occhi degli astanti - della situazione. I due, entrambi mori e abbronzati, sono tanto pomposi quanto noiosi nel loro sontuoso spettacolo di luci, magia artica e wave da rotocalco.
Doverose citazioni finali per una La Roux che dal vivo è più nerboruta e di carattere di quel che ci si poteva attendere (pubblico letteralmente in visibilio), discreto lo Jónsi in quintetto tra cantautorato e conversione rockish delle sonorità Sigur Ros, al solito suggestivi gli The XX, un poco di perplessità per i Konono N°1 (praticamente identici dal vivo come su disco) e menzione speciale per Marina And The Diamonds, il suo pop era valido ma la personalità e il talento esibiti dal vivo dalla mezzosangue greca sono andati oltre ogni previsione.
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