I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 04 Ottobre 2010

Re-boot #8

Full immersion di primo autunno sotto una pioggia fitta di demo, autoproduzioni e affini. Il Belpaese del rock emergente - almeno lui - non conosce recessione.
Per \'\'L\'erba cattiva\'\'
Carmelo Amenta
Per ''L'erba cattiva''

C'è del marcio nella cosiddetta Padania, e i Maciste ci sguazzano come un ranocchio nello stagno. E' un quintetto "con bombetta", sorta di uniforme clownesca che sottolinea il piglio balzano d'una proposta che è invece tanto lucida quanto proteiforme: immaginatevi un Tom Waits colto dalla taranta balcanica e da una febbre garage-weird, tipo Jon Spencer frastornato Kusturica, con tutto un afrore old-psych a scaldare la zuppa gitana. Debutto omonimo (Devil's Ruin Records, 7.2/10) che ci racconta il teatrino - perché di teatrino si tratta - con dovizia di particolari, con foga entusiasta, ghignante e liberatoria.

Passiamo quindi ai siciliani Old Polaroid, che tornano a due anni dall'ep Man Who Hate Women di cui apprezzammo la centrifuga post-pop balzana e appassionata, torbida e visionaria. Stavolta ci provano con un album tutto intero, Why Do The Ducks Fly In Flocks? (Moi Mercenaire Dischi, 7.3/10), senza affatto accusare il fiato corto della lunga distanza. Per (F)rancesco Cipriano e compagni (tra cui Enzo Cimino, già Mariposa) eclettismo è la parola d'ordine: canzoni pescate dal baule pieno di tutto alla rinfusa, fragranze stagionate e stordenti, ritratti audaci, ammennicoli esotici, specchi ossidati e foto sbiadite (polaroid, magari) restituite a vita nuova e contemporanea. Ne esce misticanza psych e languori bucolico-melò, una traiettoria storta e dolciastra attraverso le nebbioline dell'irrequietezza. Una promessa mantenuta.

I Motel 20099 sono quattro ragazzi da Sesto San Giovanni, due chitarre, il basso, la batteria. Formazione standard per un rock ruspante che rimanda più o meno direttamente allo sguardo verso l'America degli eighties pre-Ligabue. Nel loro Romanticismo dalla periferia per giovani teppisti (autoprodotto, 6.0/10) per fortuna non ci sono machismi da indiani padani e steverogersband, semmai un estro paisley un po' ingenuo e inevitabilmente "italianizzato", appena contagiato da vibrioni cantautorali come dei nipotini ad altezza di marciapiede di Massimo Bubola. Un plauso all'entusiasmo, se non altro.

Tutt'altra roba, ovvero un'urgenza wave di riporto nelle cinque tracce di EP (Anomolo Records, 6.8/10), questo il laconico titolo con cui debuttano i Drama Emperor da Macerata. Elettronica ed elettricità affilate con la pietra abrasiva dell'allarme, le voci distorte come il guazzabuglio emotivo che sovrintende la loro disamina del contemporaneo. Un po' Joy Division, un pizzico di P.I.L. e Bauhaus, particelle Primal Scream più un estro febbrile da cuginetti del Teatro degli orrori. Con siffatte coordinate non è semplice proporre soluzioni inedite, ma intensità e convinzione compensano più che abbastanza. 

Sembra di ascoltare il Bennato di Sono solo canzonette e invece si tratta di un giovane musicista siciliano con la fissa del tono sbracato. L'Erba cattiva (Barbienojarecords, 6.9/10) è un po' un esordio ufficiale per Carmelo Amenta – due Ep alle spalle – e raccoglie un campionario di suoni in bilico tra canzone d'autore, blues e rock. Poche idee ma buone, condite da una leggerezza negli arrangiamenti che stupisce per sobrietà ed efficacia. Quanto emerge da una Non è niente cantata sottovoce o dal Bennato di cui si diceva in apertura postato nel divertissement in levare di A Volte, dal Tom Waits notturno e ubriaco di Hombre o dalle inquietudini caveiane tra chitarre elettriche e piano di Strade. Melodia e qualche spigolo, in free download sul MySpace dell'artista.

Altra declinazione piuttosto riuscita tra rock, pop e canzone seria – questa volta si cita il Battisti più soul, oltre alla scuola melodico-cantautorale nostrana degli anni Settanta – è quella che si ascolta in Bugie per Asini (Theatralia, 6.9/10) di Bimbo, al secolo, Simone Soldani più tutta una serie di musicisti prestati al synth, alla chitarra elettrica, al rhodes e alla batteria. Tra rimandi Coldplay su ballad in stile America anni Cinquanta (Non ho voglia di fare niente) e falsi plagi del Lucio nazionale (una Mille parole che gioca con l' Anna del cantautore di Poggio Bustone, una Figlio epidurale che ricorda vagamente Il tempo di morire) si collezionano dieci brani godibilissimi, il cui vero valore aggiunto sembra essere la produzione (Simone Soldani, Valerio Fantozzi, Ivan Rossi).

Ci troviamo in Friuli dove il progetto the Storylines nasce quattro anni fa, a Piancavallo, nelle montagne che guardano la città di Pordenone. Il loro June Leaves (Megaphone, 6.8/10) è un disco lieve fatto di atmosfere soffuse e delicate, che riesce a coniugare elettronica e analogica, con guizzi folk e pop, il tutto per un cantautorato dal sapore piuttosto homemade, che ci ha ricordato in più di un momento le prime cose di Beck. Suoni molto umanizzati i loro, al di là dei mezzi usati da parte del gruppo, per un disco che ci ha colpito per l'espressività e una certa compiutezza estetica. Li aspettiamo alla prossima uscita allora.

E rimaniamo ancora nella stessa regione questo mese, con la cantautrice franco-friulana Priska e il suo secondo lavoro Eppure ti vedo ancora (Nota, 7.1/10). Album tra italiano, francese e furlan, per musica di ispirazione classica e chamber pop, che fa della malinconia dark il suo punto forte. Dilatazione e atmosfere, rarefazione e raffinatezza caratterizzano in positivo quest’album, dove l’espressività è sempre contenuta ma viene comunque fuori con un bel piglio. Un’uscita che ne conferma il talento. Brava.

copertina pdf #91