I Suicide, si sa, possono "regalare" ai fan un concerto completamente sgangherato, dove le pose pittoresche prendono il sopravvento sulla musica, oppure, concentrarsi su di essa azzeccando un'atmosfera da incubo ossessivo. Due anni fa, e sempre al Link, il duo aveva dato volutamente il peggio di sé rifiutandosi di suonare, interrompendo più volte la performance e resistendo poco più dell'ora sul palco; quest'anno fortunatamente le cose sono andate meglio, seppur nella totale anarchia congenita dei personaggi. Lo show inizia con un muro d'assordanti loop sui quali Vega intona La Woman e continua tra improvvisazione e repertorio. Per gli affezionati più feticisti c'è Frankie Teardrop (che Vega giustamente (?) si è rifiutato di suonare la prima volta prendendo in giro il pubblico) e Cheree, entrambe esasperate e irriconoscibili, mentre per quelli dell'ultim'ora ci sono una manciata di brani da American Supreme che non aggiungono un microsolco a quello che è già stato fatto, copiato e riciclato mille volte.
Rev suona dando la netta impressione di star combinando tutto a casaccio (ma è proprio così), Vega rantola e immancabilmente passa il microfono al pubblico per dimostrare che tanto "lo possono far tutti" (e infatti poco ci manca).
Tutto quello che si può dire e apprezzare di questa performance è pura speculazione intellettuale che va al di là del valore intrinseco della musica. I Suicidesono un gruppo da semiologi e, da questo punto di vista, sono proprio un "caso" su cui poter scrivere un libro intero. Gli abiti di Vega e denotano il voler giocare il ruolo di caricature: sono in tutto e per tutto i protagonisti di un credibilissimo fumetto ambientato (guarda caso) nei bassifondi di New York con le solite storie di droga, poliziotti corrotti ecc. È il tastierista a divertirsi maggiormente nel recitare questa parte (i suoi mitici occhiali …nonché alcuni tristissimi album solisti); mentre Vega, con pretese più finalizzate, si concentra sulla simbologia legata al vestiario e alla gestualità. In effetti, è un abile shaker di svariati simboli della comunicazione: da buon sovversivo utilizza pungi sinistri chiusi e mani destre puntate, incroci di braccia alla gansta rap, le movenze degli eroinomani in cerca della "dose", gli sguardi agghiaccianti del serial killer, in sintesi, un campionario di schizofrenie della New York ultra-violenta di tanti film di Abel Ferrara.
Vien da sé che il delirio di distorsioni musicali ha la funzione d'assecondare questa rappresentazione: non c'è coerenza perché la violenza è istinto, non c'è prevedibilità perché nei ghetti americani "ti ritrovi una pallottola nei cranio quando meno te l'aspetti" (vedi il leader dei Run DMC freddato di recente nei suoi studi), infine, non c'è serietà nel fare nulla perché la vita non vale un granché.
La contingenza, la violenza, il disordine, il sarcasmo sono stati il cocktail dello Show, tra auto-ironia e assordanti assalti sonori, risate e inquietanti sensazioni a fior di pelle; agghiacciante come Vega riesca a sintetizzare la precarietà dell'era moderna con il solo gesto di scaraventare il microfono sul pavimento in un momento qualsiasi dello show…
I Suicide sono sopravvissuti sino ad oggi grazie ad un lavoro omonimo datato 1977, dove un abile produttore (Ric Ocasek, leader dei Cars) è riuscito ad incanalare le loro incorruttibili menti anarcoidi in un elettro-industrial-rockabillyche non aveva precedenti nella storia del rock - un'avanguardia dell'alternativa punk al morente prog-rock-. Quest'esordio ha influenzato direttamente tutta la futura scena synth-pop inglese che conosciamo, mentre gli album successivi, proprio come quelli dei Ramones (da Rocket To Russia in poi), non hanno fatto altro che replicarne la formula all'infinito, con l'unica differenza che il duo li ha incisi soltanto nei momenti di carestia economica.
I Suicide sono un'ottima esperienza a caldo di quel che vuol dire vivere in certi luoghi dell'America "dimenticata".
Scheda: Suicide
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