Elettroniche sparse, una chitarra effettata, fiati autocostruiti a volontà. L'universo al collasso dei Wolf Eyes, nihil novi sub sole, e la sua barbara deturpazione è sempre clamorosamente impattante nonostante i quasi dieci anni sul groppone.
La formula dei tre non perde appeal, neanche in una serata per pochi intimi a causa della trasferta al Primavera Sound di molti adepti al culto del rumore. I noisers americani non ci fanno neanche caso e mettono su un’ora abbondante di ambient paludosa, materica, lercia e sfatta come solo chi ha in dono il verbo del noise ’00 può fare.
La chitarra effettata di uno ieratico Mike Connelly in versione Charlie Manson e la strumentazione autoassemblata con scarti industriali di John Olson formano un granitico sfaldamento strumentale sul quale Nate Young gira manopole e biascica nenie post-apocalittiche prima dello sconquasso, breve ma devastante, che arriva puntuale a ricordarci delle leggendarie esibizioni nei basement a stelle&strisce (e in alcuni centri sociali italiani).
Un set che ha dato soddisfazioni inaspettate quello dei Wolf Eyes coronato da un set intensissimo dei romani Hiroshima Rocks Around che hanno aperto per loro con un concerto free-noise cacofonico, magari autoreferenziale ma forte, nella parte conclusiva, della presenza di Matt Mottel, metà Talibam! L'elemento ideale per fornire alle scorribande dei quattro un tappeto omogeneo.
Scheda: Wolf Eyes
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