Quando un’etichetta italiana modello di DIY esiste da dieci anni ed è giunta a possedere un catalogo invidiabile per livello medio e varietà, non può che scattare il momento delle celebrazioni. E quale miglior maniera che allestire un festival con i gioielli in bella mostra, meglio se in un luogo suggestivo e all’interno di una nota e prestigiosa rassegna concertistica? Detto, fatto: questo è stato La Tempesta Sotto le Stelle, tenutosi a Ferrara tra la piazza del castello e il relativo cortile (report spartiti alfabeticamente tra le firme in calce…) lungo un sabato di impietosa canicola. Una riuscita festa di musica e intraprendenza “dal basso”, dove il business e la qualità hanno camminato a braccetto, con la sola eccezione di una tempistica malamente sfalsata tra afflusso dei paganti - tanti, tantissimi: un bel segnale anche per chi sui giovani d’oggi tende a scatarrare su - e inizio dei concerti. Il che ha impedito a parecchi di vedersi gli Altro, che aprivano le danze nel suddetto cortile, se non per pochi minuti.
Disdetta autentica per chi aveva percorso diversi chilometri per questi tre ragazzi marchigiani di una umanità e modestia rare, intestatari di un’esibizione come sempre appassionata, tra salti, distorsioni, canzoni brevi e ficcanti. Culminata in un momento meraviglioso e d’altri tempi, che di questa band unica in Italia contiene non poca essenza: Gianni, il bassista, a un certo punto si sposta verso il pubblico ma, essendo il palco troppo lungo, gli si stacca il jack dall’amplificatore; come niente fosse, prosegue imperterrito a suonare finché non glielo reinseriscono. Candore punk, ecco.
Assai meno convincenti i Cosmetics, il cui ben eseguito indie-rock sonico venato di shoegaze è scolastico assai e difetta delle canzoni che facciano la differenza in un filone che ha già espresso tutto. Sono tuttavia giovani e chissà che non ci sorprendano. Si va in crescendo verso il cuore del concerto con il trascinante “folkabilly mediterraneo” de Il Pan del Diavolo (e Moltheni ospite alla batteria in alcuni pezzi), maturo ed equilibrato nel mescolare con disinvoltura il Bennato dei primi ’70 a echi di Johnny Cash e del rock & roll dei primordi. Saranno famosi e a pieno merito.
Lo stesso valga per il nome che sta riempiendo in ogni ordine di posti il cortile, e cioè gli instancabili Zen Circus, qui all’ennesima occasione per dar fondo alle energie e ostentare una vivida, benvenuta vis polemica da toscanacci. Infilano un cavallo di battaglia dietro l’altro e letteralmente esaltano il pubblico, dimostrando - come e più degli amici Pan del Diavolo - un suono acustico possa rivelarsi più potente di tante sbrodolate elettriche. I DNA di Pixies e Violent Femmes incrociati con potenza esecutiva e solidità di repertorio li confermano tra i più sanguigni e, semplicemente, migliori gruppi nostrani. Chiude una colonna di quello che una volta chiamavamo “nuovo rock italiano”: Giorgio Canali & Rossofuoco, in forma smagliante e accompagnato poi dal cantante degli storici Frigidaire Tango, offre una sarabanda di impennate elettriche, violino tagliente e ritmica implacabile.
Nella piazza, intanto, il “palco principale” vedeva la deludente performance dei Sick Tamburo, agghindati in poliziotteschi passamontagna su abito nero e cravattina rossa. Tra una citazione noise fuori tempo massimo e un crossover trafugato ai Rage Against The Machine il pubblico più giovane (che non può aver memoria, nonostante il download) apprezza il cantato post-Subsonica; noi, però, agli emuli preferiamo gli originali. Rispetto ad altre occasioni, Uochi Toki paiono viceversa più agguerriti che mai: armi rumoriste e rime taglienti declamate sviluppano la lezione dei Massimo Volume (un seguace come l’Offlaga Disco Pax Max Collini è tra il pubblico) e sottolineano la personalità del mondo sonoro allestito dal duo. Moltheni porta sul palco una ventata di tradizione e ogni indulgenza adolescenziale viene accantonata per un momento: il suo solido cantautorato rock è ricco di pathos e “smuove” mentre la piazza si colora di un tramonto arancio. Niente di nuovo sotto il sole (calante) se non la forza e la grazia delle proprie idee. Hai detto niente.
Discorso diverso per i Tre Allegri Ragazzi Morti, che a quarant’anni hanno scoperto la battuta in levare e il meticciato caraibico: troviamo comunque fuori sincrono l’ammiccare ai P.I.L. ed eccessivamente piacione il “botta e risposta” con il pubblico. A una certa età è forse il caso di uscire dall'adolescenza, altrimenti si rischia il cortocircuito tra sé e la propria musica. Ma, tolte queste nostre remore, i presenti vanno in visibilio dietro alle famose maschere (altro dubbio: cantare la ribellione quando si è macchine da marketing così raffinate, non stona un pochino?).
Radicale il cambio d’atmosfera per Le Luci della Centrale Elettrica: chitarra disturbata e violino accompagnano le invettive generazionali di Vasco Brondi mentre Emidio Clementi porge un cameo di classe poco prima di una dolente, accorata versione di La domenica delle salme di De André. Un riferimento alla Lega fa arricciare il naso a qualche trevigiano presente, facendoci scoprire l’esistenza di una categoria sociologico-giovanile: l’indie-boy padano.
Ci si avvicina alla chiusura con Il Teatro degli Orrori, il cui carro armato sonico infiamma nonostante l'equalizzazione - specie dal fondo della piazza - restituisca un pastone noise hard che rende incomprensibili le parole. Esibizione di rango sebbene priva del guizzo che ti aspetti da chi nel sangue ha esperienza e senso del palco. In ogni caso piace che i loro messaggi più politicizzati, come nel caso della bellissima A sangue freddo, siano ben noti ai presenti. Dei quali vale la pena ribadire il numero elevato e sottolineare l'età media - davvero bassa: ventenni o poco più, sebbene non manchino ascoltatori più attempati - in contrasto con la norma dei locali nazionali.
Sarebbe bello che eventi di questa portata contribuissero a “guidare” il pubblico più verde a misurarsi con qualcosa di profondo e a non perderlo di vista nel crescere. Vero è che, musicalmente, questo paese ha da sempre bisogno di ventenni-e-qualcosa in grado di usare la testa, ma il futuro esige un bacino d’utenza adulto, maturo e al tempo stesso curioso. Sono realtà come La Tempesta a poter rendere infine il “rock in italiano” qualcosa di veramente autorevole. Altri dieci anni così, grazie.