Un rock cantautorale tinto di wave e cantato in italiano propongono i lombardi Arancioni Meccanici (Autoproduzione, 7.1/10) nel loro omonimo esordio, registrato da Giulio Favero (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori), prima del quale c’era stato un demo di 4 tracce nel 2005 i cui pezzi sono qui contenuti. Il gruppo ha dalla sua una forte componente affabulatoria che li avvicina ai CCCP anche per una certa visione critico-sociale, e in generale una base rock (punk new wave 80) con influenze variegate che vanno dai Doors ai Primal Scream, dai Litfiba ai Diaframma ai Rolling Stones fino a un’attitudine ironica che ci ricordato gli Skiantos. Una produzione eccellente e molto molto promettenti davvero. Ci spostiamo a Catania con i Wot e il loro Handyman (Autoproduzione, 6.8/10), cantato in inglese e di matrice essenzialmente indie rock british (Blur, Franz Ferdinand) mixato con gli ovvi Beatles e Rolling Stone, Kinks e il beat sixties). Un range abbastanza variegato il loro, reso con buona personalità e un’impronta melodico ritmica che li caratterizza fortemente, insieme a una matrice prettamente live come confermano: “Siamo entrati in studio con l’intento di trasferire nel disco la stessa energia e la stessa grinta che mettiamo nei nostri live, volevamo che il disco rispecchiasse la botta caciarona che ci portiamo dietro nei nostri concerti”. Convincono.
Disciplinati e col freno tirato, ma abbastanza evocativi da meritare una citazione, i Miavagadilania li avevamo incontrati qualche tempo fa in una compilation della Canebagnato Records e li ritroviamo ora al disco d'esordio a trafficare con un post-rock/wave malinconico che vive di crescendo e intrecci di chitarra. Tolta la didascalia formale della parte musicale – realtà come i Flap fanno di meglio pur citando la stessa scuola di pensiero -, rimangono testi in italiano che sono tagliaecuci su cadenze quasi prog (Scintille) nobilitati da uno stile vocale che potrebbe ricordare il Manuel Agnelli più etereo. Il disco si chiama Il mare ci salirà negli occhi (Autoproduzione, 6.0/10) e lo trovate parzialmente in free download – solo i primi cinque brani - al loro indirizzo web. La sigla Hellzapop nasconde invece il progetto solista di Davide Cappelletti, autarchico folgorato sulla via di un elettro-pop che ha più di un punto di contatto con le recenti derive tedesche, Notwist in testa. Due EP alle spalle e questo Finchè la luce è accesa (Discipline, 6.5/10) a definire i confini di un immaginario da laptop pulito e sognante a cui danno forma anche alcuni special guests. Tra loro, il Garbo di Amore su strade, il Mao de La notte delle stelle di plastica, il Lele Battista di Trasparente e il Luca Urbani di Non c'è odio, tutti chiamati a contribuire anche in fase di scrittura, oltre che di esecuzione. Il risultato è una musica che unisce creatività e stile, equilibrio e personalità, evitando nel contempo di suonare troppo artificiosa.
Il marchio di ennesimo epigono di Tom Waits se lo meriterebbe tutto Riccardo Ceres, secondo classificato al Rock Contest 2009 di Firenze che allo scartavetrato si vota e rivota a volte finendo per farne il calco. Eppure James Cunisada Carpante (Il Popolo del Blues, 6.8/10), “Ronin del sud Italia” come lo definisce il suo autore, morde d'ironia e aria malsana, con le sue storie da bar metropolitano sciacquate nel whisky di Fred Buscaglione. Decisamente meno letterario del primo Vinicio Capossela, sa però dire cose come “...se potessi essere un oggetto vorrei essere una tazza da gabinetto incastonata in un collegio femminile svizzero”. Se ne andasse un po' da Pomona tenendo anche a freno la vena grafomane – troppe quindici canzoni – lo potremmo eleggere a nuovo vate dello sbraco e del cappuccino alle quattro di mattina. Ai Requiem For Paola P. invece il merito di un'autorialità rock mondata da ogni ruffianeria e semplicismo. In Tutti appesi (Autoprodotto, 7.2/10), la tensione classica ma senza sbavature dell'impianto chitarra-basso-batteria viene messa al servizio di testi innervati da livide immagini metropolitane e lirismo rabbioso. Così certi vigori corali e rotondità melodiche suggeriscono una parentela con il punk'n'roll di fine novanta, che fa di Marghera e Mecanish due anthem da commozione catartica e ribellione sudata. Essendo al secondo lavoro ma alla loro prima volta in italiano, c'è da scommettere su di loro con convinzione.
Le quattro tracce di Anima Nera EP (Autoproduzione, 6.8/10) ci raccontano che M'ors - al secolo Marco Orsini - ha mezzi e argomenti per poter dire la sua. Rock autorale con l'anima blues, lo sguardo denso e intenso di Cesare Basile, una certa frenesia estatica Jeff Buckley, l'impasto assieme claustrofobico e liberatorio che deve qualcosa agli Alice In Chains, memorie sparse Bennato e persino - nel finale - una scossa power pop come l'avrebbe sfornata Battisti assieme agli Afterhours. Quanto a Dani Male da Modena, è uno che s'è inventato un mestiere: "cantautore traumaturgido". Vi risulta che ce ne siano altri in giro? In compenso lui gira mietendo concerti in trio o in solitario, elargendo recite psichedeliche da camera con la formula del "one man bed". Ok, abbiamo capito che tipo sia il tipo. Il suo album d'esordio Trauma Turgido (Autoproduzione, 6.8/10), raccoglie dieci quadretti squinternati in senso barrettiano, quindi annegati in una gelatina psych e farcito di vaghe amenità demenziali come degli Skiantos in overdose di benzodiazepina, oppure colti da estro sintetico canzonettaro come un nipotino lo-fi-pop e persino post-wave di Zappa. Malinconia dissacrata, scazzo esistenziale, insidiosa lucidità.
Ok, anche per questo mese è tutto. Ci rimettiamo in ascolto.
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