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Pubblicazione 01 Luglio 2010

Jimmy Edgar

You Know I'm a V.I.P.

Smooth electro-funXXX 2010

Il secondo album di Jimmy affonda sempre più il coltello nel burro electrofunk, mettendo assieme Kraftwerk, old school Detroit e nu-black
Jimmy Edgar

Jimmy è sfuggente esattamente come ce lo si aspetta. Al telefono non risponde. Dorme, è fuori casa, non c'ha voglia. L'atteggiamento completa alla perfezione il profilo del ragazzo, detroitiano classe '83 (coetaneo di Flying Lotus), produttore, fotografo, videomaker e fashion artist, phisique languido e look arty da efebo indie Duemila (un po' Patrick Wolf, un po' algido stronzo).

Jimmy comincia a fare musica all'età di dieci anni, mettendo le mani su tutto quello che gli capita a tiro: batteria, sassofono, tastiere, basso elettrico. E' un tirocinio precoce e importante, durante il quale si fa l'orecchio soprattutto a suon di jazz. Ben presto però il richiamo della foresta - la giungla meccanica della Motor City - lo porta ad esplorare altri territori: già a quindici anni lo troviamo attivo nel circuito dei rave, con produzioni techno d'assalto e sperimentazioni al confine col rumorismo. E' l'inizio di una carriera folgorante, da vero enfant prodige, che lo vedrà passare con disinvoltura attraverso generi diversi, in una miriade di progetti paralleli tra pseudonimi e collaborazioni.

Jimmy fiuta la wave elettronica del momento, tiene il piede in più scarpe e così - raffinando la propria formula techno - nel 1998 si lancia come Michaux, progetto di eleganti calligrafie glitch e breakbit (il moniker è un omaggio al poeta e grafomane "surrealista") che guarda a Alva Noto, Ryoji Ikeda ma soprattutto al guru superminimal Thomas Brinkmann. Le sue produzioni cominciano a essere pubblicate ufficialmente dal 2001 (inventandosi il duo Kristuit Salu vs Morris Nightingale, album one shot My Mines I nel 2002; l'unico disco realizzato come Michaux, %20, vede la luce nel 2003) e ben presto il suo diventa un nome che gli addetti ai lavori conoscono e devono conoscere, anche in veste di dj/remixer (proprio nel 2002 lo chiama al bancone un Will Smith già superstar; è dello scorso anno invece la coolissima rendition di Billie Jean, splendido omaggio a Jacko).

Jimmy muta ancora, sceglie il filone giusto al momento giusto, abbandona così il focus su glitch e break (così radicalmente contemporanei da essere invecchiati troppo presto e troppo presto essere passati di moda) e si dedica al proprio personale - e obliquo, non revivalistico - homecoming detroitiano. Sposta l'asse sul funk e gli anni Ottanta, con un feel via via sempre più analogico e "suonato", creando una electro da club cesellatissima e dalle atmosfere mollemente sexy e ambigue. Nel 2004 lo accalappia la Warp - nel pieno di quel percorso di de-specializzazione del suono e di talent scouting a 360 gradi che la porterà ad avere il roster eterogeneo ma di assoluta qualità che ben conosciamo - pubblicandogli un paio di EP di riscaldamento. L'ultimo di questi indica oltre ogni possibile dubbio le fonti di ispirazione, l'immaginario di riferimento, il cuore pulsante che anima adesso Jimmy e la sua musica: Inner Citee Color. Nel 2006 arriva il primo album a nome proprio, Color Strip. E' una track in particolare, fin dal titolo, a sintetizzarne al meglio caratteristiche e qualità: Semierotiic. Palpito techno minimale, oscillazione electro, grassume electrofunk. Ottimo.

Jimmy sente di avere raggiunto un primo traguardo e comincia a sfuggire a se stesso, mettendo sul piatto uno spin-off dietro l'altro: Plus Device (2006), X District (2007), Her Bad Habit, Black Affair (progetto di Steve Mason; Jimmy si occupa principalmente del missaggio, ma scrive anche qualche track), Creepy Autograph (2008), Noir Friction (2009). Sono tutte palestre di disimpegno, luoghi funzionali ad affinare la nuova formula funk oriented, esercizi di stile e variazioni sull'eterno tema erotico/clubbistico. Perso tra side project, gig e serate in passerella, passano quattro anni prima che venga fuori il nuovo disco di Jimmy Edgar. Che segna il passaggio sulla più consona !k7. Il disco è l'ennesimo lavoro condotto con classe assoluta e padronanza dei ferri del mestiere e approfondisce ulteriormente l'ispirazione funk, rende ancora più turgide e sexy le atmosfere, sottolinea ancora di più il feel suonato (Jimmy registra su musicassetta e riversa poi tutto su computer). Jimmy è sempre più nero: segue la scena (per dire, pare sia fan di Kanye West) e mima alla perfezione Justin Timberlake, il nu-r'n'b e l'HH commerciale (Turn You Inside Out, Push), mette il ritmo definitivamente sul piedistallo (gli stacchi mozzafiati di Midnite Fone Call), riuscendo a coniugare eclettismo (gli space synth Dam-Funkiani di Rewind, Stop That Shape, l'house di In My Colour) e cifra personale. Il tutto con le giuste strizzate d'occhio alla uber-tradizione di riferimento: i sempreverdi Kraftwerk.

Sempre più nero Jimmy e sempre più consapevole del proprio appeal, anche commerciale: sempre più consapevole di essere - citando un suo vecchio pezzo - un vip della scena.

Scheda: Jimmy Edgar

copertina pdf #88