Dopo averlo inseguito per tre dischi (e un cdr), con Barbara la band americana ha realizzato il proprio sogno: dieci brani tutti potenziali singoli, attraversati da uno spirito pop-anthemico sopra la media. Anche Chris Cain, il bassista dei We Are Scientists, concorda che si tratti della miglior raccolta di canzoni che abbiano mai realizzato e alla quale ha dato un contributo decisivo il nuovo arrivato Andy Burrows (ex Razorlight), semplicemente “il miglior batterista con cui abbiamo mai suonato. Non solo perché è dotato tecnicamente, ma anche perché è creativo nello scrivere parti di batteria che vadano a discapito delle canzoni stesse”. Ma oltre a un batterista stabile, le canzoni di Barbara funzionano anche perché sono state realizzate in un'atmosfera creativa rilassata: “Con Keith (Murray, NdR) e Andy, assieme al nostro produttore storico Ariel Rechtshaid abbiamo creato un ambiente creativo davvero piacevole e non ci siamo mai trovati a discutere su qualcosa: la canzoni sono arrivate in modo molto naturale e senza sforzo”.
La serenità che ha contribuito sicuramente a migliorare le capacità espressive di tutti i membri della band e a fondere in un suono power-pop personale le influenze e le ascendenze del sound dei We Are Scientists: british wave, college rock ed emo rock. O come preferisce precisare Chris, “Blur, The Lemonheads e Jimmy Eat World”. Un'idea di musica precisa, spesso con lo sguardo rivolto alla terra d'Albione, e perfettamente cosciente delle proprie origini, che si confermano anche parlando degli eroi musicali di Chris e della band: “Velvet Underground, Weezer, Poison, David Bowie, Hall & Oates e Grandaddy”, in un miscuglio di ricerca sonora ed estetica, e un sano scazzo adolescenziale, tipico della sottocultura slaker americana.
Ma nonostante le loro radici siano almeno per metà targate a stelle e strisce, il loro sound ha scalato principalmente la classifica UK, grazie soprattutto al primo episodio major della loro carriera, With Love And Squalor del 2006 (seguito due anni dopo da Brain Thrust Mastery), agganciandosi al revival post-punk/new wave che in quegli anni cominciava a diventare cosa davvero seria e con il quale, a voler essere del tutto onesti, i We Are Scientists hanno pochino da spartire. “Credo che ci mettano con quelle band soprattutto perché siamo molto più conosciuti in Gran Bretagna di quanto non lo siamo negli USA. Ma siamo contenti di avere successo lì! Grazie a Dio siamo importanti da qualche parte, altrimenti io avrei dovuto continuare a fare lo sci nautico per vivere, e Keith starebbe ancora vendendo Chicklets (chewing gum, NdR) sugli autobus e nella metropolitana!”
Successo che verrà confermato sicuramente anche da Barbara, grazie alla serie perfetta di ritornelli da sing-a-long che l'album contiene, ideali soprattutto se cantati a squarciagola mentre la band si esibisce live o mentre si balla in una delle serate indie che oramai toccano tutte le città del mondo. Si tratta, insomma, del disco che potrebbe definitivamente consacrare la band a un successo al piano superiore anche fuori dalla Gran Bretagna che li ha presi sotto la propria ala protettrice. Un disco intitolato con un nome di donna qualsiasi: “avremmo potuto intitolare il disco in un numero praticamente infinito di altri modi – 'Jenny', 'Sophia', 'Agnes' – ma alla fine credo che siamo arrivati a 'Barbara' perché è un nome andato fuori moda (pochissime ragazze oggi si chiamano così), ma allo stesso tempo non è così 'old school' da suonare strano o antiquato. Altrimenti l'avremmo chiamato 'Hroswitha'! Inoltre la parola 'Barbara' lancia alcuni spunti interessanti per via della sua radice latina. La stessa di parole come 'barbarico' e 'barbarie', la cui essenza è 'outsider', nel senso di fuori dalle mura della civilizzazione”.
Non esattamente il ritratto del rocker-tipo, ma questo conferma solamente che nelle canzoni dei WAS, sebbene si riferiscano sempre a un universo da emo e college rock, non ci sono solamente i luoghi comuni del genere. “I testi sono importanti e devono costituire un equilibrio tra l'universalità del messaggio che si vuole trasmettere e l'esperienza individuale. Devono avere abbastanza dettaglio da farti capire che ti stanno dicendo qualcosa di reale, ma devono allo stesso tempo essere vaghi perché chiunque vi si possa immedesimare”. C'è quindi una poetica molto precisa dietro alle scelte di Chris e Keith, che si mostra anche attraverso il design della copertina. “C'è quella piccola spada che in realtà è un accessorio da cocktail, che fa pensare a incontri alimentati dall'alcohol, ma è anche – appunto – una piccola spada. Quindi, la copertina richiama a una donna, Barbara, in un contesto che evoca il bere e la socialità, ma a un livello meno esplicito tutte queste cose evocano lo scontro. Non so cosa volessimo dire di preciso con quest'immagine, ma calza a pennello all'universo che le canzoni dei WAS tentano di costruire: conflitti d'amore, cattiva comunicazione e desideri insoddisfatti”.
Un approccio che mescolato alla musica si traduce in canzoni dalla melodia appiccicosa, ritornelli dal sapore emotivo e la giusta dose di bittersweetness, un elemento fondamentale in ogni canzone genuinamente pop. Ne è un esempio folgorante l'uno-due iniziale di Rules Don't Stop e I Don't Bite: “sono canzoni, come tutte quelle che compongono l'album, dalle quali abbiamo eliminato tutto quello che non era strettamente necessario, tanto che molti dei nuovi brani sono tra i nostri più brevi di sempre. Le prime due, in particolare, sono ottimi esempi di questo approccio: sono brutalmente efficienti e non perdono tempo a buttarti addosso i loro ritornelli”. Detto fatto. Per nove volte. In un unico caso, Central AC (a essere del tutto onesti anche nella concessione synth pop You Should Learn), l'atmosfera è leggermente diversa, ma si tratta di uno dei migliori riff di chitarra degli ultimi anni, “quello che i Fleetwood Mac avrebbero fatto se avessero saputo suonare la chitarra”. E non gli manca neppure l'ironia.
Scheda: We Are Scientists