Tune in
Pubblicazione 18 Luglio 2010

Michael Leonhart & The Avramina 7

Il crossover inconscio

Dopo l'ottimo Seahorse & The Storyteller, non potevamo esimerci da scambiare qualche parole con Michael Leonhart. Tra diverse conferme e qualche sorpresa...
Michael Leonhart & The Avramina 7
2010

A volte accade che un bel disco salti fuori per una serie di circostanze fortunate. Come un allineamento di pianeti che provoca un’eclisse, ma di un’impossibile foggia colorata che non incute spavento. Cose che possono darsi soltanto nel modo dei sogni, dal quale non di rado - a dispetto di una componente ritmica che lo rende molto "concreto"  - pare provenire anche quel Seahorse & The Storyteller che ci ha conquistato con la capacità di attingere criticamente da tre decenni abbondanti di musica. Al punto da far dire che, forse, abbiamo trovato in Michael Leonhart un possibile erede della disinvolta sintesi sonora di Prince. Ne abbiamo discusso col diretto interessato, assai disponibile nonostante la fitta agenda concertistica.  

Michael, parlaci del tuo background. In sostanza sei un “nome nuovo” per il pubblico d’estrazione rock, avendo sin qui pubblicato opere d' area jazz e lavorato da sessionman come trombettista (la lista è lunghissima e comprende gente agli antipodi, da A Tribe Called Quest a Natalie Merchant, passando per Arto Linsday, Bill Frisell, Brian Eno, Caetano Veloso, Yoko Ono e alcune incursioni nel mainstream…)

Sono nato a New York, da un bassista/songwriter e da una cantante jazz che interruppe la carriera quando nacque mia sorella maggiore. Non così mio padre, che - quando ero bambino, nei ’70 - era uno dei bassisti jazz più richiesti in città. Ricordo che sedevo nel backstage ad ascoltare quella roba incredibile e che ogni tanto mi portava in tournee; non stava mai fermo, sempre lì a scrivere poesie o canzoni. Una cosa non comune nei bassisti, che mi ha insegnato a seguire un precorso creativo personale anche se insolito. I miei primi tre dischi - Aardvark Poses, Glub Glub vol.11 e Slow - erano pressoché jazz: sono cresciuto in quell’ambiente ed è stata la prima musica cui sono stato esposto. A diciassette anni vinsi un Grammy e all’epoca, grazie al successo di Wynton Marsalis, i giovani jazzisti avevano la strada spianata per suonare hard-bop, be-bop o swing. Da parte mia volevo però esprimere qualcosa di speciale: attesi fino a venti e da trombettista misi su un quartetto senza pianoforte - sulla scia di Chet Baker con Gerry Mulligan e di Ornette Coleman con Don Cherry - eseguendo soltanto brani autografi. Per quanto riguarda il lavoro con altri, ho soltanto cercato di relazionarmi con le persone più talentuose che conosco a prescindere dall’ambito. 

Ritieni che la condizione di “session man di lusso” ti abbia aiutato in qualche modo, per esempio nella cura degli arrangiamenti e nell’impianto generale di Seahorse And The Storyteller?

Facendo il "sessionman" ho imparato di prima mano, da gente ricca di talento e in circolazione da tantissimo tempo. Non so dire quanto mi abbia ispirato per questo album, se non che mi ha fatto sentire a casa sia sul palco che in studio, libero di andare dove volessi dal punto di vista creativo.   

E come mai tutte queste influenze di sono “liberate” in questo disco, che segna un significativo salto in avanti nella tua produzione ed è uno dei più interessati del’anno?

A dirla tutta non è stata una scelta. Tendo a considerare l’idea di fare dischi come fossero  film, nel senso che ognuno dovrebbe portarti in un luogo diverso e raccontare una storia diversa, con tecniche ogni volta differenti. Come un regista che gira un film in estremo oriente usando il technicolor e quello dopo in una prigione con una camera a mano, per dire. Nel 2007 avevo finito un CD “ambient” molto claustrofobico [Hotel Music, su St. Ives/Secretly Canadian], registrato dentro stanze d’hotel mentre ero in tour con gli Steely Dan. Dopo tutto ciò, ho ritenuto che fosse ora di un LP "heavy psych-funk".

Nel quale ciò che colpisce è anche la mescolanza di suoni: tra funkadelia, kraut e sixties rock nessuno prevale sull’altro. E i brani che sono più “espliciti” in termini di influenze, possiedono un livello compositivo elevato. Da dove arriva questo incrocio di stili?

Sai, non ragiono granché sul “crossover”: seguo la canzone, mentre nella mia testa c’è sempre questo piccolo DJ che ha redatto una lista di tutte le musiche che mi hanno fatto venire la pelle d’oca… in ogni caso, non mi metto consciamente a progettare incroci tra generi.

E il concept che attraversa il disco?

E' il primo pannello di una trilogia: racconta la vicenda di due personaggi mitologici che si incontrano, e mentre affrontano delle avventure si innamorano e scoprono i misteri del proprio passato.

Ritengo che sia una mossa coraggiosa e apprezzabile fare un disco del genere - da ascoltare come un tutt’uno - nell’epoca della fruizione frammentata. Come si sono svolte le registrazioni?

Ti ringrazio del complimento. Concordo sul fatto che viviamo in un’era di ascolti disorganici, ma anche qui nulla premeditato: volevo solo che venisse fuori così! La lavorazione è avvenuta tutta nel mio studio newyorchese, ovvero il mio vecchio appartamento sulla sedicesima strada trasformato portando lì strumenti, microfoni, registratori e ogni genere di gingilli; qualcosa è stato registrato negli studi della Truth And Soul, a Brooklyn. Metà dei brani mi vede a batteria, chitarre e tastiere d’epoca; nell’altra metà suonano musicisti che hanno collaborato con Amy Winehouse, Sharon Jones & The Dap-Kings, Mark Ronson e Antibalas. Successivamente, ho invitato i miei musicisti preferiti di New York a fiati, archi e tutto il resto.

Dopo diversi ascolti, la sensazione è di essere di fronte a una specie di versione moderna di Prince: comune è l’assenza di barriere stilistiche, la fusione tra suono bianco e nero, pur con un tocco contemporaneo…  

Beh, essere paragonati a lui è davvero meraviglioso. E’ un maestro nell’abbattere barriere e nel fare ciò che vuole. Io ho provato a portare l’ascoltatore in un luogo onirico, ma nel quale non riesci a smettere di dimenare il posteriore!

E cosa ci riserva il futuro di Michael Leonhart?

Quest’anno co-produrrò il nuovo lavoro solista di Donald Fagen degli Steely Dan. Poi inizierò la seconda parte della trilogia di cui sopra - dal titolo Enzo & The Magical Monofin - e dirigerò anche i video delle canzoni di Seahorse & The Storyteller. Inoltre ho suonato in Fela!, lo show di Broadway sulla vita di Fela Kuti. Mentre ero lì, tra l’altro, mi è venuta voglia di scrivere e dirigere un musical psichedelico…

E anche se quest’ultima notizia ci lascia almeno un poco di sasso, confermando una “voglia di melodramma moderno” che di questi tempi respiri ovunque, da parte nostra ci diciamo fiduciosi. Del resto, col ricco e multiforme Seahorse & The Storyteller, abbiamo di che ingannare l’attesa.

copertina pdf #88