Drop Out
Pubblicazione 15 Novembre 2010

Napoli, Caput Mundi

Luogo di vie di fuga

Tre rizomatiche figure dell'avant tra interconnessioni, pars destruens e Napoli, tangente invisibile.
Weltraum
2010

Città scissionista, Napoli. Caotica, affamata, zeppa di contraddizioni al punto da essere essa stessa sinfonia noise, psicotropi geografica. Napoli non è metropoli, quanto grumo di vicoli, stradine, cunicoli differenziati con ognuno una sua musica interna: quella delle sovvenzioni spropositate per Piedigrotta,  le suburbane Piazza Mercato, Forcella, Sanità, con le feste di piazza per banditi locali su banchetti neo-neomelodici, fino alle inaccessibili sfilate di posillipini del Teatro Sancarlo, avamposto e ultima rappresentazione del baronato monarchico.

Napoli è tutta riversa nelle sue antichissime distinzioni vassallatiche tra zona alta e zona bassa. Città parassitaria divisa tra San Gennaro, Pulcinella e pizzerie che spuntano come funghi. Luciano Cilio, ed erano gli anni Ottanta, già sentiva la morte in atto: il suo suicidio fu la resa del dialogo. Tuttavia l’anarchia è portatrice di libertà, di caos. Di desiderio rizomatico, trasfigurativo, performativo, che sono i tre elementi principali di questa microfetta avant, che, passando a Napoli, potrebbe capitarvi di vedere.

Sia chiaro: Napoli e il suo immaginario sociale hanno poco da spartire con questa particolare fenomenologia della disconnessione avant, tuttavia non è un caso che si sia formato un groviglio di collaborazioni, partecipazioni, microfestival, tutti all’interno di questa città-inferno. L’esiguo numero di locali adatti e la pressapochezza gestionale hanno fatto in modo che il discorso avant si focalizzasse in due piccoli ma importanti luoghi-crocevia: Oblomova, ovvero ex-Demos, storico nei dischi, e Perditempo, libreria-bar. Non si tratta di posti pensati per concertare quanto i soli due luoghi ad avere accolto scelte di musica altra. Con un’ospitalità che non raggiunge le 60 unità, hanno fornito uno spazio affinchè artisti di diversa estrazione potessero organizzarsi pubblicamente. Perditempo ed Oblomova non hanno condiviso il formato dell’associazione culturale, né quello più sinistro delle sovvenzioni pubbliche. I concerti, da queste parti, si organizzano gratis con piccoli rimborsi per i musicisti coinvolti. Da questa de-localizzazione canonica degli spazi sonori agibili, è nata, prima sotterraneamente, poi in maniera sempre più collaborativa, una piccola scena musicale, che ruota intorno agli A Spirale. Tutto si muove sotto il segno di poche persone, che nemmeno si considerano addette ai lavori, che se organizzano qualcosa lo fanno per pura filantropia: lo staff di Perditempo (Luca Marini, particolarmente), Fabio e Claire di Oblomova, Francesco “Limone”Tignola che tiene in vita edizioni Ammagar e il suo gruppo Ne Travaillez Jamais. E poi i gruppi stessi, ovvero gli A Spirale, i Weltraum, e, in maniera differente, ma altrettanto incisiva, Zero Centigrade.

A Spirale nascono dalle ceneri di Missselfdestrrruction, nel 2002, ma è di due anni più tardi la formazione a tre, composta da Argenziano, Gabola, Spazzaferro, chitarra, fiati, spazzole. Da quel momento, sia le collaborazioni (Bellatalla, Chadbourne, Taxonomy, Psychofagist, Cris X,Anatrofobia, Jealousy Party, etc..), sia i tentativi di collettivi live, da Tempia ed @ltera, sono state innumerevoli. E’ il gruppo stesso a spiegarci in concatenamenti successivi i propri obiettivi: “A Spirale non è una pluralità, è un morbo, un’ansia, una psicosi, qualcosa che si getta continuamente nell’indifferenziato, fa musica a partire dal non suonare, dal blocco, dall’incapacità. Allo stesso tempo nella sua musica non c’è niente che rappresenti tutto questo, una pratica che è un continuo eccedersi, un evitarsi, evita lo strumento, evita la musicalità, evita l’arte, evita di pensare a come rappresentarsi. E' una goffa e pesante relazione, un’intesa mancata, un disturbo autistico ben nascosto, un discorso muto ma allo stesso tempo un rimorso, una rabbia, una strategia che uccide, un piano d’attacco, una bomba che lentamente diffonde il suo gas mortale; un’incapacità agli affetti ma una morbosità al contatto fisico, un raziocinio snervante, un radere al suolo un territorio, un blocco massivo ad un piano di sviluppo…”.

Né loro, né le diverse trasfigurazioni interne che hanno dato vita a formazioni onomatopeiche con intrecci sempre variegati - Asp, ASp/SEC_, Aspec(t), Tuner+ (tra i due chitarristi Argenziano e Taiuti dei Zero Centigrade), Strongly Imploded, Agaspastik, Razoj - amano sentir parlare di napoletanità o scene: “Non so cosa intendi per scena; l’unica cosa che vedo è un campo di battaglia e quando penso alla gente che si muove in queste fila mi viene da associarla al MEND in Nigeria, gruppi di guerriglia diffusi, una “leadership sfuggente”quasi assente. Si agisce nell’ombra, non solo per sottrarsi a una repressione. Un continuo smarcarsi, un qualcosa di fluido, inclusivo, non proprio una clandestinità/underground, passa ovunque: città, provincia, centri, periferia… Si costruiscono pratiche e le si smantellano, si fabbricano armi, le si fanno esplodere, la cosa più bella è che faccio difficoltà a pensare che questo cosa possa avere un centro in Napoli; le relazioni, da qui, sono intessute tutte al fuori. Non ci sono più mappature ma linee di fuga, campi vettoriali, direzioni, intensità, geografie dinamiche, aggregati di forze, distribuzioni di potenziali. Oblomova e Perditempo, ma anche il BlackHouseBlues di Avellino, sono i luoghi in cui si pianificano e avvengono le più efferate battaglie: le bombe si costruiscono lì. Non è Napoli. Sono i luoghi che hanno assicurato, nel deserto del reale, nella difficoltà di stringere relazioni al di fuori dalla loro stessa mercificazione, un modo per far emergere le affinità non solo di tipo musicale”.

Dei dischi pubblicati finora, tra collaborazioni, cd-r ed ufficiali, si supera la dozzina. Fino all’ultimo importante cofanetto Viande su Die Schachtel, che racchiude 10 dischi, uno per improvvisatore, e che dovrebbe rappresentare ciò che di più valido c’è nella musica impro italiana. “A parte il primo disco, un vagito neonatale, il percorso che unisce Gariga, Agaspastik e porta fino all’imminente Viande non ha la linearità che sembra emergere dallo scandire delle uscite; alcuni pezzi di Agaspastik sono nati prima di Gariga, ma per la loro natura meno improvvisativa hanno avuto bisogno di ripetute “scremature”. Di de-arrangiamenti, potremmo dire. I due lavori si sono sviluppati contemporaneamente, per poi condensarsi poi in due uscite molto diverse tra di loro, una più spinosa, urticante, lirica a modo nostro, l’altra più scura e di impatto”.

Weltraum
2009

Gli A Spirale sono noti ai più, e con banale analogia, come la pars destruens degli Zu. Eppure siamo su altre coordinate: flussi amniotico-cerebrali che slittano tra momenti di raccoglimento energetico come nella AMM, e talvolta in vere e proprie sfuriate ossessive. Si è spesso parlato di avanguardie storiche per desrivere le loro piste ferrate, ma dell’avanguardia hanno solo il pensiero di un limite. Altrettanto poco spartiscono col free-jazz, almeno con quello canonico/accademico tutto centrato sul prestigio tecnico e la velocità. Piuttosto gli A Spirale potrebbero somigliare ad un trait d’union tra due teorie opposte ma affini: minimalismo (inteso come ricerca del vuoto) e decostruzionismo (inteso come de-programmazione). “Ascoltiamo veramente tanta musica, crediamo ci abbia influenzata tutta, dall’impro radicale inglese - Evan Parker, Derek Bailey, AMM, Jack Wrigh - a certe cose dell’impro australiana - Anthony Pateras, Jim Denley -, da certa scena free form neozelandese - Bruce Russel e gli A Handfull of Dust - al noise “aktionista” svizzero - Rudolf Eb.er, Dave Phillips, Joke Lanz -, ai Voice Crack, Gunter Muller, NMPERIGN,  Borbetomagus, Karkowsky. Gente che ci ha fatto pensare che con la musica si può fare tutto, una rivoluzione, un massacro, un’operazione chirurgica, cambiare le geografie…”.

Una musica fatta di micro-interventi senza anestesia, tessuto per tessuto, quasi si trattasse di origami o di chimiche allo stato grezzo che s’infrangono su specchi galoppanti. Materiali stellari di termo durata, di collassi interpaziali e rigurgiti e rimbrottamenti. Vederli dal vivo è uno spettacolo: ognuno dietro lo strumento dell’altro scompare per riapparire, quasi si trattasse di un nascondino, in cui batteria, chitarra e sax preannunciano delle metafore di vuoto, ed imitano fraseggi incomparabili col flusso amniotico a cui siamo abituati dal jazz-avanguardia masticato fino ai nostri giorni.

Dei Weltraum, come degli Endorgan, segnalammo i corrispettivi esordi (per quanto i primi avessero inciso un 3” che però andava in tutt’altra direzione). Nel frattempo, le attività collaterali di _Sec con Aspec(t) (insieme agli A Spirale) e Strongly Imploded, con una fitta attività live per tutta la penisola, hanno dilatato ulteriormente il logo della loro causa: il Rizoma. Se c’è un termine programmatico per i materiali qui presi in considerazione è proprio quello di Deleuze & Guattari: una sorta di rizomatica sonora. Rizoma distillato nella Napoli della resistenza invisibile, quella che non ha dialetti quanto una lingua minoritaria che sbuca come un vulcano e le sue lave mobili, i suoi lapilli scompaginati. La musica dei Weltraum, appaiata attorno ad un plasma germinativo, vibra e crea macchine illogiche, come i suoi tre strumentisti, tutti discombaciati nella forza triangolare di distruggere i loro strumenti per decodificarli con istanze decomponibili, labili. “Weltraum è una parola tedesca che significa spazio siderale, cosmo. Come puoi facilmente immaginare non è il suo significato a rappresentarci in alcun modo. Un nome si sceglie per molti motivi, spesso per caso o perché ha un suono interessante, ma dopo poco ciò che rimane è soltanto la sua referenzialità, l’indicazione di qualcosa che accade”.

La chitarra di P’ex è un oggetto plastico, tra delays, oscillazioni occulte e corde residuate, così come la para-elettronica cerebrale di _Sec. Se non è un Rizoma è William Burroughs, se non sono macchine sono miniature dentro macrocosmi per uno spassionato Abracadabra. Il sound di Weltraum, che in linea genealogica potrebbe essere l’ereditiere dei This Heat, o forse una versione rock di Hotel Parallel di Fennesz, è studiato con sconvolgente beltà per fare buchi nel terreno, e fuoriuscire dall’altra parte dei subwoofer. Più che gesticolare attorno alla materia improvvisativa radicale, erompe verso la dimensione elettroacustica. “Ascoltando il disco si direbbe che non c’è quasi per niente. In realtà l’avvicinamento all’elettroacustica e a tutto il vastissimo mondo di sperimentatori e improvvisatori in quel campo ha avuto un’importanza decisiva per il disco. E’ attraverso queste esperienze che si è consolidato in noi l’interesse per il suono e il timbro, piuttosto che per l’armonia; per il ritmo e il taglio, piuttosto che per la melodia. In una parola, per la materia piuttosto che per il concetto. La materia non ha rimandi, non ha significati reconditi, non ha interpretazione. Non è nient’altro che quello che è, quello che ti tocca o ti ferisce. Sensazione e nient’altro. L’improvvisazione, comunque, per noi è un punto fermo. L’interesse nasce dall’ascolto e dall’amore per alcuni musicisti del free jazz come Albert Ayler, Sun Ra, Giuseppi Logan, ecc. L’improvvisazione non è, non esiste, in quanto cambia in continuazione e questa è la sua condizione assoluta. I Weltraum sono il miscuglio di una sensibilità industriale (Swans, Godflesh, Techno Animal, This Heat), di un fascino rock o math-rock (Don Caballero, Laddio Bolocko) e di una pratica noise e improvvisativa (Sightings, Moha, Starfuckers, Lasse Mahraug, Otomo Yoshide)”. Una versione poco italiana e molto giapponese (gli Endorgan sono assai similari a Merzbow) di una elettroacustica-post-rock dove pedali, computer e batteria trovano un accordo come in pochi e rari casi. “In "Sy" c'è molto ferro: barre metalliche con piezoelettrico, lattine, campane, ferraglia in genere. La chitarra è spesso preparata con inserimenti di molle e altri oggetti tra le corde. La batteria ha due timpani. L'elettronica è un ibrido di analogico e digitale: il sintetizzatore analogico è spesso processato attraverso il computer, e l'uso "suonato" di campioni e manipolazioni dà al tutto un'impronta molto noise e materica”.

Due esordi profondamente alienanti, dall’impianto ferroso e vulcanico, che si smaterializzano su cristalli e orientamenti incerti, ribadendo quell’inquieto equilibrio tra materia ed antimateria. Non rock quanto microorganismi autoriproduttivi, particelle di DNA, direzioni che si sbranano lungo il tragitto che sembra un concorde impazzito per una guerra futura, un’irruzione elettrostatica, giocata tutta sul modo in cui gli strumenti smettono di suonare come li conosciamo e diventano qualcosa di flessibile, amorfo. “Similitudini molte: siamo io e P’ex, ossia due terzi dei Weltraum, abbiamo una consapevolezza abbastanza forte del nostro percorso musicale e la riportiamo in entrambi i progetti. Differenze evidenti: manca la batteria, c’è molta percussione elettronica rigorosamente suonata live e molto noise di quello sporco, i pezzi sono molto più basati sull’improvvisazione. Sy è il frutto di più di due anni di lavoro. La sua realizzazione è il prodotto di un lungo processo di maturazione e di sperimentazione, dove hanno influito molto sia le precedente esperienze, sia i nuovi incontri musicali e personali. La decisione di aprire un’etichetta nasce dall’esigenza di pubblicare Sy e di farlo esattamente come volevamo noi, curando ogni singolo passaggio della produzione, dalla registrazione, al mixaggio, al packaging, alla distribuzione. Noi non facciamo dischi per vendere o per fare soldi, ma il disco è tutt’uno con la nostra attività di musicisti, ci aiuta a entrare in contatto con altre persone, a instaurare relazioni, a trovare dei concerti. Non avrebbe senso che qualcuno si occupasse di questo al posto nostro”.

 

Tonino Taiuti e Vincenzo De Luce, in arte Zero Centigrade, sono una di quelle constellazioni di difficile collocazione. Prima che musicisti, si presentano come accaniti ascoltatori e collezionisti di musiche altre, e l’approdo al tardivo esordio è avvenuto in un’età in cui si è soliti considerare la musica un'esperienza lontana e superata. “Zero Centigrade è un duo acustico nato per sperimentare con chitarra e tromba, suoni e rumori che a tratti avessero dei passaggi armonici quasi a sfiorare la forma canzone. Una musica impossibile nella sua semplicità: corde sfiorate, stridori atonali, contrappunti frastagliati e timbri di una tromba acida, uno sbuffo tanto umano quanto animale. Zero Centigrade nasce da una proposta di Vincenzo, ma anni prima avevo portato in teatro uno spettacolo che si chiamava Zero e che completai, successivamente, con altri due lavori che s’intitolavano “Tò con Zero” e “Zerovatt”, tutti scritti per me da Antonio Fiore. Dietro il nostro moniker non c’è nessun riferimento particolare. A zero gradi centigradi, l’acqua ghiaccia, diventa immobile generando forme affascinanti e mutevoli. Generalmente all’immobilità non si associa mai un atto creativo e questa idea mi intrigava” Anche la natura Napoli-centrica è più interiore, basata com'è sulla musicalità dei rari interventi vocali di Taiuti: “Innanzitutto da un’esigenza personale e poi dalla necessità di avere del materiale da poter far ascoltare agli amici, in quanto siamo due persone fuori da giri organizzativi e suoniamo raramente dal vivo. Hanno entrambi un’atmosfera molto “live”, un suono ruvido e saturo e la cosa ci piace”.

Il Taiuti è un attore teatrale e cinematografico (Morte di un matematico napoletano, Rasoi, I Vesuviani), sceneggiatore (suo lo script di Polvere di Napoli di Antonio Capuano) e rappresenta quella Napoletanità che non ritroverete mai e poi mai in nessuna volgarizzazione propagandistica o pubblicitaria di Napoli. Il De Duce è architetto, e ha imbracciato la tromba, nella stessa maniera con cui di solito un ateo, improvvisamente, decide di diventare fervente cattolico. “Napoli è una maledetta città ma è anche una maledetta fonte d’ispirazione. D’altronde, quale artista non vorrebbe vivere a Napoli? C’è un rapporto di odio amore tra noi e lei. Vorresti scappare ed invece resti, trattenuto da una mortificata bellezza. Se si pensa solo alla sua ricchezza letteraria, quella favolistica del Basile, il lirismo dell’antica canzone, la drammaturgia di Viviani, Eduardo ecc…E non è un caso se, attualmente, a Napoli c’è una delle scene “impro” più vive ed interessanti d’Italia”. 

Ciò che separa Mississipi John Hurt o Robert Johnson dai Zero Centigrade, più che un secolo passato, è forse Napoli. Se certe musiche dell’anima fossero partite qui, in una città in bilico tra frammentazione e pienezza, brutalità e poesia, non si sarebbero distanziate troppo dall’essere delle forme sonore così complesse, contraddittorie eppure così nudamente semplici. Non a caso, quella che chiamiamo Pre-War Folk Music è l’epicentro strutturale di un casuale e stranissimo modo d’inventare il blues, di far parlare l’animo, senza che tecnicismi o teorie subentrassero nel suono.

I Zero Centigrade partono quasi da zero in un limbo assai dilatato, ma profondamente similare, che collega l’avant al blues. Non si considerano musicisti, non si presentano come intenzionati a costruire discografie perfette, ma semplicemente estendono i vuoti del loro lavoro, gli spazi architettonici vuoti e quelli teatrali, ancora più tombali, in un suono dall'ostica praticabilità. “Abbiamo un’idea di improvvisazione abbastanza personale, non legata né alla classica jam, né all’improvvisazione radicale alla AMM. L’improvvisazione per noi è un punto fermo. L’interesse per l’improvvisazione nasce dall’ascolto e dall’amore per alcuni musicisti del free jazz come Albert Ayler, Sun Ra, Giuseppi Logan, ecc. L’improvvisazione non è, non esiste, in quanto cambia in continuazione e questa è la sua condizione assoluto. Il vuoto in teatro è l’oscuro oggetto del desidero. Ci vuole un vuoto per riempirlo in un pieno, bisogna sospendere il tragico e far nascere la causa sul nulla, sul vuoto. Il vuoto è la rappresentazione del cosmo. Noi ci nutriamo di luce e di buio, come di suono e di silenzio, il vuoto serve nel teatro come nella musica per parlare di un al di là, o un al di qua. Il vuoto è qualcosa di molto soggettivo, acquista senso solo in relazione a colui che lo percepisce. Il vuoto, tra le sue tante accezioni, può essere inteso anche come risultato di un lavoro di sottrazione, di scavo. Uno scavo che in musica si traduce nella ricerca di semplicità che richiede grande attenzione e fatica

A differenza di tutta la scena avantgarde, amano solcare la differenza prediligendo effetti poco speciali, ovvero gli strumenti (tromba e chitarra) nudi e crudi, come madre natura li ha inventati. Del blues c’è il pathos, e del minimalismo c’è il mare magma della ricerca sonora più estrema. E poi troverete l’harsh-noise (fatto senza pedali), la microtimbrica di fiati di Nmperign, i fraseggi nostalgici di Loren Connors, il no-input–signal di Sachiko M, l’aleatoria di Tetuzi Akiyama. Su tutto aleggia il teatro dell’assurdo, dove non sai mai quel che accadrà. Tra l'altro è appena fresco di stampa il loro terzo lavoro, licenziato dall'italiana Ripples, insieme al giapponese Former_Airline, disco di sbalzi dinamici, ossessivo, che ricorda i primi timidi tentativi di associare la freddezza sferica dell’elettronica modulare del Giapponese, con le criptiche conversazioni duettate dei Zero Centigrade.

Napoli è un crocevia, il crocevia. Dentro ogni crocevia c'è la fretta del movimento, l'oscillazione del viaggio. L'Avant ai nostri giorni è un porto franco, ha più bisogno di velocità e forze centrifughe che di luoghi solidi. La ricerca in Italia trova qui un luogo baricentrico, ma anche una via di fuga da cui diramarsi come un rizoma, senza creare alberi, ma solo connessione, luce e vita?

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